Palermo vista da noi.

Teatro Massimo

Camminando per le vie della nostra città, a volte restiamo colpiti da alcuni particolari che magari fino al giorno prima, non avevamo notato.

Dei piccoli tesori nascosti, delle stranezze mimetizzate tra le cose più comuni che a prima vista sono quelle che prevalgono e colpiscono l’attenzione di un passante distratto.

Ci sono delle ricchezze ormai degradate dal tempo, che però continuano a mantenere il loro fascino,

chiese decadenti, balconi decorati, vicoli misteriosi, bancarelle con prodotti di ogni genere,

muri segnati dal tempo o da frasi d’amore, manifesti di santi e di politici, vie dagli strani nomi, Chiese trasformate in negozi,

alberi che si abbracciano, o comunque particolari di Monumenti, di Chiese.

E’ interessante poter osservare questi piccoli aspetti, seguire un percorso diverso, farsi guidare dalla città. E a Palermo, veramente ogni angolo può nascondere qualcosa di misterioso, curioso o gustoso da vedere. Basta solo fare attenzione, dimenticare per qualche istante la vita frenetica della grande città, lasciarsi trasportare dalla fantasia.

Palermo seen by us

Walking through the streets of our city, sometimes we remain impressed by some details that maybe until the day before, we had not noticed.

Some small hidden treasures, strange things camouflaged among the most common things that at first sight are those that prevail and affect the attention of a passing distracted.

There are wealth deteriorated by the time, but still retain their charm, decadent churches,

decorated balconies, mysterious alleys,

walls marked by time or by phrases of love, posters of saints and politicians.

Streets with strange names, churches converted into shops, trees that hug,

or details of Monuments and Churches.

Teatro Massimo

It is interesting to observe these small details, follow a different path, be guided by the city. And in Palermo, really every corner can hide something mysterious, curious to see. Just be careful, forgetting for a moment the hectic life of the great city, let carried by the imagination.

foto di Massimo Russo

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November’s traditions – Tradizioni di Novembre

In Palermo every month, we have a good reason to lay the table for a banquet!

The month’s of November starts with the feast of “all Saints”, but the most important feast is the day after, the 2th of November, The celebration of the deads, that we call “la festa dei morti”.

In the past, during this day, in the morning the people of Palermo, went to the Cemetery and they taked with them “a muffuletta” a bread with oil of olives, anchovies, salt and pepper, to eat fast in the open air.

During the day the people of Palermo eat many kind of sweet things, tetù, reginelle (biscuit with sesame), the fruit of Martorana (Marzipan), and the “pupa a ciera” (puppet of sugar).
The families prepared a basket full of these sweet things and many toys, and the child believed that was a present of the deads.

(reginelle)

In November is important too the “Festa di San Martino”.
In Palermo we use to eat the “biscotti di San Martino”, hard biscuitz with aniseed to soak in the wine “Moscato”., or the same biscuits with cheese and chocolate, or with jam and icing, sugared almond, in a perfect Barocco Siciliano style!

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Ogni fine del mese scriverò quali sono le festività che a Palermo il mese successivo, ci si appresta a celebrare con particolari ritualità, tradizioni, cibi etc..

E a Palermo, ogni mese, c’è sempre almeno un buon motivo per imbandire la propria tavola!

Il mese di Novembre, comincia con una festa molto importante, quella di “Tutti i Santi”, ma il giorno più festeggiato è quello successivo, il 2 Novembre, la celebrazione dei defunti, che qui chiamiamo “la festa dei morti”.

Durante questo giorno, i palermitani, nel passato, ma la stragrande maggioranza ancora oggi, al mattino, andavano al cimitero a far visita ai propri congiunti passati a miglior vita. Si organizzava per l’occasione una sorta di pic-nic, portando dei cibi da consumare velocemente all’aperto.

La tradizione vuole che ormai a prescindere che si vada o meno al cimitero, i palermitani al mattino “per devozione” debbano mangiare “ a muffuletta”: pane a forma di pagnotta ripiena di acciughe salate, olio, sale e pepe.

Questo è solo l’inizio dell’abbuffata…
I dolci sono tanti: tetù (specie di taralli morbidi, ricoperti di glassa bianca o al cioccolato), reginelle (biscotti ricoperti di sesamo, che a Palermo chiamiamo cimino), “martorana” ( dolci di marzapane a forma di frutta), “pupa a ciera” (pupazzi di zucchero a forma di cavalieri e dame, così chiamati perché gli stampi erano di cera a perdere).

Le famiglie usavano preparare dei cesti (‘u cannistru) contenenti tanti dolcetti che al mattino, i bambini trovavano, insieme ai giocattoli. E come accade per la festa della befana, ai bambini si faceva credere che erano i morti a portare questi regali, ma se il bambino si fosse comportato male i morti durante la notte, gli avrebbero grattato i piedi e sarebbero andati via. Per fortuna i bambini oggi non credono più a queste cose!

L’occasione del cannistro, veniva usata anche dai giovani promessi sposi, che lo portavano in dono alla famiglia della fidanzata, e dentro al cesto facevano trovare, nascosto tra i dolci un anello di fidanzamento!

Nel passato, durante il giorno dei morti si mangiava anche a “murtidda”( piccole bacche di mirto).

Dopo la festa dei “morti”, c’è la festa di San Martino. Le famiglie si incontravano per mangiare e il pasto veniva concluso con diversi tipi di biscotti, i più semplici sono i “tricotti” e hanno all’interno i semi di finocchio e dato che sono molto duri, s’inzuppano del vino moscato. Quelli più elaborati sono inzuppati nel liquore e farciti di crema di ricotta, oppure di “cunserva” (zuccata) e ricoperti di glassa, confetti e cioccolatini in perfetto stile barocco siciliano!
foto di Judy witts

Today, another “memorable day”

Massimo and I, with our friends Igor and Maria Pia, was again at the open market Capo, but this time with a group of 23 people from Kansas City-USA ( Slow Food KC ) to help our friend Jude to show them the market.
They are really nice people and we spent a very beautiful morning.

We tasted many different kind of food, like the Frittola (beef bits cooked in the lard, that a man with a particular basket take and put in a piece of paper),

or the Sfincione ( a particular pizza, with tomato-sauce, onions, anchovies, cheese and bread crumbs), olives (green and black), and bread with spleen and cheese. They really liked all!
We see many kind of fruit, and fish, tables with bread, counter with meet, table with aromas (oregano, saffron, raisins, cinnamon, etc).

And finally we was in the pastry-shop where we finded the “frutta martorana” (fruit of marzipan) and the “Pupa a cera” (puppet of sugar) typical during the day of the “Celebration of the Deads” (2th of November).
We see together the beautiful church of Sant’ Anna, in Barocco style, they was really impressed!

When we was out of the open market, we went at the “Antica trattoria del Monsù”, and had a really good lunch with a rich Menù (pasta with anchovies, “pasta alla Norma” with tomato and aubergines, “panelle e cocchè”, “caponata” with aubergines and a particular sweet and sour sauce, tripe, etc).

This was really a beautiful and rich of emotions day!

p.s. excuse my English grammar!

Evelin

foto di Igor Scalisi Palminteri

Canti e Cantilene

Nella memoria a volte si trovano conservati dei ricordi di canti e nenie che ascoltavamo da bambini, spesso cantati con ritmo lento dagli anziani per allietare o per impressionare i più piccoli in modo che stessero buoni per un po’. Oppure le così dette “conte”, quelle cantilene che si usavano per determinare chi, in un gruppo di ragazzini, doveva giocare per primo…
Oppure quei canti lamentosi che nel passato servivano a ingraziarsi Dio o i Santi, soprattutto per far piovere, in una terra come la Sicilia, dove la siccità era un vero problema per la sussistenza. Canti che raccontano di quell’evolversi dei culti pagani, in una nuova veste cattolica, un po’ superstiziosa e non proprio ortodossa, tipica delle classi popolari.
Qui ne riporto alcuni veramente antichi (con relativa traduzione e motivazione), quasi dimenticati, sempre grazie all’apporto di mia madre, Emilia Merenda, vera “memoria storica”.

Evelin


Maria lavava Giuseppi stinniva, bambinu chianciva ca’ latti vuliva. Zittuti figghiu ca ora ti pigghiu, ti rugnu la nennè, ca pani nun ci nn’è.

( “Maria lavava i panni, Giuseppe li stendeva, il bambinello piangeva poiché voleva il latte. Stai zitto figlio mio, che ora ti prendo in braccio, ti do il seno, perché non c’è pane”. E’ una ninna nanna natalizia. )

Signuruzzu chiuviti chiuviti, i campagneddu su’ morti di siti e mannatini una bona, senza lampi e senza trona.

( “Signore fate piovere, le campagne sono morte di sete, ma mandate una buona pioggia, senza lampi e tuoni”. Serviva a ingraziarsi Dio per una pioggia che però non rovinasse i campi.)

Lampi e trona vattinni a rassu, chista è a casa i santu Ignazziu, santu Ignazziu e san Simuni, chista è a casa i nostru Signori.

(“Lampi e tuoni state lontani, questa è la casa di Sant’ Ignazio, Sant’ Ignazio e San Simone, questa è la casa del Signore”. Serviva a ingraziarsi Dio, sempre a tenere lontani i pericolosi temporali, per tramite dei due santi)

Chiovi chiovi ‘a pasta chi fasoli, Ninu si vagna ‘a coppula i so’ nannu, so’ nannu muriu, e chiddu chi vosi Diu.

(“Piove piove, la pasta con i fagioli, Nino si bagna la coppola-cappello- di suo nonno, suo nonno è morto, è quello che ha voluto Dio” Cantilena sulla pioggia, con riferimento alla ineluttabilità della volontà divina, tipico del fatalismo siciliano)

Dumani è duminica, tagghiamu a testa Minicu, Minicu nun c’è, tagghiamu a testa o’ Re, ‘u Re è malatu, tagghiamu ‘a testa o’ surdatu, u’ surdatu và a la guerra e va’ runa u’ culu ‘nterra.-

(“Domani è domenica, tagliamo la testa a Minico-diminuitivo del nome Domenico-, Domenico non c’è, tagliamo la testa al Re, il Re è malato, tagliamo la testa al soldato, il soldato va in guerra e va a finire col sedere a terra- cade o muore”. Scioglilingua o conta, con critica alla guerra e alle classi nobiliari, alla fine il Re si salva e il soldato in ogni caso avrà una brutta fine)

Spignula spignula maistrina, ‘na paletta e na’ riggina, riggina e na’ palumma tiritituppi e nesci fora, fora quaranta tuttu ‘lu munnu canta, canta lu addu affacciatu alla finestra, cu tri palummi ‘ntesta, addu e addina Palermu e Missina.

(“Cuci cuci sartina, una paletta e una regina, regina e una colomba tiritituppi- suono onomatopeico- ed esci fuori, fuori quaranta e tutto il mondo canta, canta il gallo affacciato alla finestra, con tre colombe in testa, gallo e gallina, Palermo e Messina”. E’ una “conta” usata dai ragazzini per gioco)

Sutta u’ lettu da ‘za Cicca, c’è ‘na atta sicca sicca, a cu’ chianci e a cu’ riri, sa v’ha licca.

(“Sotto il letto della zia Cicca, c’è una gatta magra, magra, colui che piange o che ride andrà a leccarla”. Cantilena disgustosa che si cantava ai bambini per convincerli, con particolare tecnica psicologica, a farli rimanere in silenzio per il tempo più lungo possibile, a chi non riusciva l’impresa, l’onere della stravagante punizione, per fortuna solo immaginaria!)

Relax, Arte e Buon Gusto

Un posto carino dove andiamo spesso è il “Basquiat Cafe”.
E’ un locale carino, dove si respira tranquillità, amicizia e allegria.
Ci si può rilassare o fare una piacevole chiacchierata.
All’esterno c’è un bel gazebo in legno, dove ci si può sedere nelle serate più calde, ma si sta bene anche quando c’è il piacevole fresco siciliano, e all’interno ci sono due salette molto accoglienti, dove tra l’altro si respira un buon profumo di dolce. Si può bere un buon caffè o una cioccolata, accompagnata dai buonissimi biscotti di pasta frolla o dalle buone fette di torta “fatte in casa”, prendere un aperitivo, una birra (c’è anche quella amata da Homer Simpson!), oppure si possono gustare delle ottime focacce (da provare la caprese) e piatti di salumi e altro ancora.
E poi,cosa importante, si respira aria di Cultura e Arte.
A noi piacciono i posti come questo, dove ci si sente a proprio agio, non caotici o rumorosi (già è sufficiente il caos della nostra bella città), dove la musica è soffusa e piacevole, dove l’atmosfera è amichevole.
Insomma, quando i nostri ospiti vogliono stare bene, mangiare qualcosa di gustoso e di buona qualità, senza appesantirsi troppo, bere qualcosa prima di rientrare a casa, noi di certo consigliamo il “Basquiat Cafe”.

Guestbook

I nostri guest books sono tra i doni più preziosi che abbiamo. Di tanto in tanto li rileggiamo e ricordiamo i nostri carissimi ospiti. Ci ricordiamo i bei momenti trascorsi in questi anni. Ci ricordiamo delle chiacchierate, spesso profonde, fatte la mattina durante le colazioni. Gli svariati argomenti, le risate fatte insieme, (anche con barzellette raccontate in inglese maccheronico), l’entusiasmo in chi approcciava per la prima volta a Palermo, la curiosità dei tanti nel conoscere le tradizioni e le usanze. Lo stupore di chi osservava delle stranezze oppure delle ritualità per noi normali, ad esempio i tanti sposi in posa davanti ai monumenti, le case ancora bombardate, la gente sempre in strada a tutte le ore del giorno e della notte, il traffico pazzesco, i monumenti, i ricchi mosaici, le luminarie ornamenti durante le tante feste di quartiere.
C’era anche chi trovava delle similitudini con le loro città, chi ci faceva tante domande e non sempre era facile trovare delle risposte, chi parlava di politica, chi di arte, chi ci parlava di sé.
E poi tanti bambini che si divertivano con poco e che ci facevano rallegrare. Chi ci raccontava quello che aveva fatto il giorno prima e chi più timido parlava meno, ma esprimeva con lo sguardo la sua contentezza nel conoscere Palermo.
Ci siamo umanamente arricchiti tantissimo con i nostri ospiti, e tutti, con le loro differenze ci hanno lasciato qualcosa. Siamo sicuri che la Sicilia ha lasciato in tutti un bel ricordo.

Qui abbiamo pubblicato alcune immagini dell’ultimo guestbook, ma prossimamente ne metteremo altre

Un incontro gastronomico

Da quando abbiamo iniziato la nostra attività di b&b ci è sempre piaciuto dare informazioni ai nostri ospiti sulla città di Palermo. Ci piace raccontare le usanze e le tradizioni, indicare itinerari per girare la città e visitare i monumenti più belli, i mercati storici, ma anche curiosità e posti non indicati nelle guide. Tra le cose più importanti da fare a Palermo, c’è il gustare la nostra buonissima cucina. Dalla rosticceria, ai tipici panini con panelle o con milza, ai piatti più tradizionali come la pasta con le sarde o ca ‘nciova, la caponata di melanzane, il pesce fresco, fino ad arrivare alla buonissima pasticceria. Così abbiamo tantissimi posti da consigliare dove gustare questi piatti per conoscere più a fondo l’essenza e la filosofia di questa città.
Una tappa fondamentale dove ormai quasi tutti i nostri ospiti si fermano è la antica trattoria del Monsù (che prende il nome dagli antichi cuochi francesi).
Siamo “arrivati” a questa trattoria per caso. Degli amici ce ne avevano parlato bene, ma noi non l’avevamo mai provata. Un giorno di alcuni anni fa, un ospite argentino arrivò da noi entusiasta dei piatti assaggiati, ne era rimasto veramente colpito, e così da allora cominciammo a consigliarla a tutti, ci mandammo anche degli amici toscani buongustai, ma soprattutto parenti palermitani doc, e tutti concordarono nel giudizio più che positivo. Noi però non eravamo ancora riusciti ad andare.

Un giorno però il Monsù arrivò direttamente a casa nostra.
Il titolare Giuseppe (a destra nella foto), ci venne a visitare, per conoscere “quei due” che indicavano con entusiasmo la sua cucina. A questo punto la voglia si fece sempre più forte e finalmente insieme a dei nostri amici siculo-laziali ci andammo. Da allora ci siamo innamorati di questa trattoria. Il cibo è cucinato come farebbero le migliori nonne palermitane, sono fantastiche la pasta ca’nciova, la norma, il sugo di salsiccia, l’insalata mista, la fritturina di calamari e insuperabile è la caponata.
Questo incontro casuale è stato un incontro fortunato, per noi e per i nostri ospiti che continuano ad essere soddisfatti.

Passeggiata al Capo

L’altra mattina abbiamo fatto una bella passeggiata al Mercato del Capo con la nostra amica Judy.
Questo mercato storico è quello che noi preferiamo, abbiamo attraversato la strada principale entrando da Porta Carini, in cui si vendono soprattutto generi alimentari e prodotti tipici. Il mercato poi si dirama in alcune traverse (cambiando genere, si trova abbigliamento, tendaggi, casalinghi) che in qualche modo, lo collegano agli altri famosi mercati storici di Palermo (la Vucciria e Ballarò).
Al Capo si respira fortemente l’essenza di Palermo, i contrasti, la bizzarria, l’arabo, il paganesimo cattolico, la sporcizia e i profumi speziati, il barocco…
Ci sono piccole «putie » (negozi) coperte da tendoni dai colori sbiaditi e arredati al loro interno con lampadari dorati e con finti cristalli che penzolano , imitazioni popolari di quelli che si trovano nei palazzi nobiliari. Foto di santi e madonne, affiancate a quelle dei cantanti neomelodici o dei calciatori del Palermo inseriti in cornici decorate dal gusto un pò kitsch .
Ci sono panifici che mantengono ancora i banconi di marmo di tanti anni fa. Bancarelle ricche di frutta e ortaggi disposti ad arte. I colori sono quello che più colpisce, associati con gusto e allegria. Bellissimi i banchi con le olive, con il loro profumo stimolano l’appetito, ci sono quelle nere carnose, quelle piccole acciurate, le verdi condite con aglio e origano e quelle fresche schiacciate. E poi si trovano spezie di ogni tipo, sacchettini ben disposti colmi di zafferano, « uva passa e pinoli », (ingredienti tra i più usati nella nostra cucina), e mazzetti di origano che sprigionano il loro caratteristico aroma.
Poi paccottiglia di ogni genere, ceramiche, bottiglie , barattoli…
Inquietanti i banchi della carne, sovrastati da grossi uncini a cui sono appese le carcasse di ovini e bovini che diverranno cibi prelibati. Affascinanti quelli del pesce, coperti di lastre di ghiaccio e alghe e colmi di pesce azzuro, calamari violacei, grossi pescespada, ma anche piatti pronti tra cui i buonissimi involtini, l’insalata di mare, e soprattutto le sarde a beccafico.
Passeggiando abbiamo raggiunto una buona pasticceria, affiancata dal laboratorio « aperto al pubblico ». Il dolciere molto gentile ci ha fatto vedere come preparava la frutta martorana, ci ha dato la ricetta ( 1 kg di farina di mandorle, 3 di zucchero, 1 mandorla nera, acqua) e ce l’ha fatta assagiare. Poi abbiamo raggiunto il chioschetto in stile liberty, dove si può gustare ancora l’aqcua cu zammù (gocce di anice) e dove preparano ancora l’autista (mix di sciroppi di agrumi, succo di limone, selts, e bicarbonato) bevanda digestiva, utile dopo aver gustato la cucina palermitana.
Imbattibile per la sua particolarità comunque rimane, all’ingesso del Capo, il venditore di frittola, col suo paniere misterioso, coperto da una mappina (tovaglietta) quadrettata, in cui introduce la mano ed estrae un pugno di grassi di maiale fritti nello strutto che ripone nella mano del coraggioso cliente, protetta da carta oleata.
Al Capò si respira la Palermo di un tempo e di oggi, si sente parlare un dialetto quasi incomprensibile, si trova la gente comune cha fa la spesa provando a risparmiare, i venditori sono spesso accoglienti e come delle vere star si fanno fotografare esponendo la propria merce con orgoglio, si può essere anche colpiti dalla confusione e da una certa diffidenza, ma sicuramente visitarlo e scoprirlo è un’esperienza da non perdere.
(foto di Jean-Luc Moreau)