Premio Dardos

Vorrei ringraziare tantissimo la carissima Cristina per avermi dato il Premio Dardos.
E’ un premio graditissimo, quando l’ho ricevuto mi sono anche emozionata!
E con gioia lo trasmetto ad alcuni blog che mi piacciono particolarmente:
La montagna incantata della mia amica Elena
MissKappa di Anna
Turismo lento di Carmine Volpe

il premio dardos è un riconoscimento di prestigio nel mondo della letteratura e con il quale vengono riconosciuti i valori di ogni blogger che esprime ogni giorno con il suo impegno nel trasmettere valori culturali, etici,letterari,personali ecc….,che insomma dimostra la sua creatività attraverso il suo vivo pensiero che è, e rimane vivo nei suoi scritti,e nelle sue parole.

Dicembre

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Chiesa dell’Immacolata Concezione al Capo


Il mese di Dicembre è il più ricco di festeggiamenti, tradizioni e “mangiate”.
Le vetrine dei negozi si cominciano già ad adornare di decorazioni natalizie e le pasticcerie sono già piene di dolci e biscotti.

Le strade della città vengono arricchite dal luccichio colorato delle luminarie (l’archi) di diversi tipi (dai semplici fili di luce, alle strutture in legno a forma di stelle, cerchi, fiori, ghirigori vari), da angioletti bianchi e dorati (che ricordano le sculture del Serpotta), nell’attesa di vedere il grande albero di Natale che verrà allestito di fronte al Teatro Politeama (usanza più moderna), o di vedere le scalinate del Teatro Massimo coperte da un tappeto rosso di “stelle di natale”, e le palme illuminate da tante lucine dorate che la notte regalano un’atmosfera suggestiva.

Quest’ anno probabilmente si risentirà del clima di austerità dovuta alla recessione, si rinuncerà sicuramente a tanto, ma forse frenare un eccessivo consumismo è anche positivo (certo se questo fosse una possibilità per rilanciare altri valori, come la riscopertà di sé e degli altri, del valore della diversità, della pace, di qualcosa di più profondo e non l’effimero che ha riempito le televisioni e le teste della gente in questi ultimi anni). Spero che la paura del futuro (alimentata ogni giorno dai mass media) che si trasforma facilmente in individualismo, razzismo, chiusura, non prenda troppo il sopravvento e che anzi prevalga una “non qualunquista” voglia di vivere, di amare e quindi anche di ridere e perchè no… mangiare.
E’ anche per questo che quest’anno in particolare, rivaluto la voglia di festeggiare e di divertirsi anche con poco, capacità degli esseri umani che nel tempo si è un po’ persa. E la cucina povera (ma nello stesso tempo allegra) palermitana aiuta a sollevare l’umore senza gravare troppo sulle tasche.

Il mese di Dicembre si apre (il giorno 7 e 8) con la festa dell’ Immacolata Concezione che a Palermo viene chiamata semplicemente “A Maruonna”.
Anche in questo caso l’occasione è buona per riunire a tavola le famiglie.
La sera della vigilia (7 Dicembre) è il giorno in cui “si aprono” le giocate a carte e le tombolate, che dureranno per tutto il mese e si concluderanno con l’epifania.
Ma non si gioca a pancia vuota…I piatti tipici di questa occasione sono lo “Sfincione” e soprattutto il “Baccalà fritto o chi passuli”.
Per il pranzo del giorno successivo si mangiano generalmente “Anelletti o furnu”, “Lasagne (ricce) cu’ sucu ri cutini”, carne di maiale o salsiccia col sugo. Forse per sancire l’arrivo del freddo con questi cibi più grassi.
I dolci per festeggiare “A Maruonna” sono tanti e molto stuzzicanti, le Reginelle (biscotti secchi ricoperti di sesamo), “i Mustazzuola” (dolci di miele con disegno della madonna), “Buccellatini” e “u Cucciddatu tunnu” (buccellato a forma di ciambella).
Questi ultimi sono di pasta frolla, ripieni di fichi secchi, mandorle, uva passa, conserva ecc.
Si preparano in oltre “i Sfinci” fatti in casa ( pasta molto lievitata, fritta in olio bollente e poi spolverata di zucchero) diversi dalle “Sfinci di San Giuseppe” che invece sono ripiene di ricotta e si mangiano per il giorno in cui si festeggia l’omonimo santo.

La festa che segue è Santa Lucia (il giorno 13 Dicemdre). Durante tutta la giornata “è vietato” mangiare pane e pasta, perchè la leggenda dice che si potrebbe diventare ciechi (ma durante il mese avrò più tempo per raccontare aneddoti, leggende e ricette). I palermitani non hanno proprio preso alla lettera l’idea di sacrificio o penitenza, ed hanno così inventato una serie di leccornie per consolarsi dal dover rinunciare alla pasta e soprattutto al pane….
Per colazione dovendo sostituire il pane e latte, si preparano minestre di riso col broccolo (cavolfiore) o altre verdure lesse, “Patate vugghiute” (bollite), “Allessi” (castagne bollite) o addirittura “Panelle e cazzilli” (panelle e crocchè di patate). Per il pranzo e la cena si preparano le Arancine (qui a Palermo sono chiamate al femminile), con la carne o al burro, è molto divertente la preparazione in casa che spesso coinvolge tutti i componenti della famiglia che lavorano in serie (chi condisce, chi impastella, chi impana, chi frigge etc) , “Il grattò” (sformato di patate con dentro ragù di carne e piselli), panelle e crocchè e “patati a spizzatinu” (patate in umido).
E soprattutto non può mancare il dolce, “A Cuccìa”.
La cuccia in origine era un piatto povero molto semplice, che consisteva nel grano (non macinato) bollito e condito con olio.
A Palermo però la versione originaria ha dato vita a tante rielaborazioni, dove fa da regina quella con crema di ricotta, canditi e scaglie di cioccolata. Ci sono altri tipi di cuccìa con crema di cioccolata, crema gialla etc, ma la più amata rimane sempre quella tradizionale con ricotta.

Il Natale è anche a Palermo la festa più importante dell’anno.
Le famiglie hanno già decorato l’albero (ci sono due scuole di pensiero, la prima secondo cui l’albero si fa l’8 Dicembre “Pa’ Maruonna”, la seconda il 13 per Santa Lucia ), c’è anche chi fa il più tradizionale presepe.
I regali sono già pronti ed anche il cibo (che si comincia a preparare il giorno prima).
La mattina del Natale (o la notte della vigilia) generalmente si va a Messa (anche chi non ci va durante tutto l’anno, i “poco praticanti” infatti approfittano di questa occasione soprattutto per sfoderare le pellicce che a Palermo possono essere usate veramente per pochi giorni l’anno, vista la mancanza di freddo).

E poi tornando a casa si da il via alle danze (si intende sempre quelle gastronomiche).
La scelta è vasta, si può variare dalla carne al pesce, e nel tempo è stata “contaminata” da piatti più moderni e di altre provenienze, ma qui mi atterrò strettamente alla cucina tradizionale. Cominciando dagli antipasti: “ U’Piattinu” con tutti i tipi di formaggi e salumi (pizzami), “L’Arenga salata” con arancia cipolla olio e pepe, “U ficatu ri sette cannuola” (zucca rossa in agrodolce), “L’ Alivi bianchi cu’ l’accia (sedano)”, “verdure ‘a pastetta” (broccoli, carciofi, cardi etc, in pastella e fritti), “Sardi a beccaficu” etc.
Come primi, “A pasta o furnu”, “A pasta chi vrocculi arriminata”.
Come secondi “Brociolone” o “Farsu magru” (rollò di carne imbottito con pangrattato, uva passa pinoli, salumi, uova sode), “Pisci spada ‘a ghiotta”.
E tanti dolci tra cui “Cannoli”, “Turruni”, “Cucciddatu”, “Petra fennula”, pasticcini vari tra cui “Sciù” (bignè con ricotta), “Cassatine”, “Cannulicchi”. Per passare il tempo tra una tombola e l’altra si gustano i ficu sicchi, passuluna (fichi bolliti) e u scacciu (semi di zucca, ceci, noccioline).

Le stesse pietanze sono preparate anche per il giorno successivo, Santo Stefano e per il pranzo di Capodanno.
La notte di fine anno qualcuno va a festeggiare fuori casa (secondo il detto “Natale con i tuoi, capodanno con chi vuoi”) ai veglioni o alle feste di piazza, ma altri rimangono in casa per le brindate in famiglia.
Si può fare poi una passeggiata al Politeama, dove c’è il concerto di Capodanno e tanta gente che si diverte, stando un po’ attenti ai “botti” e “mortaretti” e ricordandosi sempre che è bello divertirsi e ridere con gli amici mantenendo sempre il buon senso.

A fuitina

La fuitina è un fenomeno di costume tipico della Sicilia e di Palermo.
Questo fenomeno avveniva soprattutto nel passato, ma in altre forme e con differenti modalità avviene ancora oggi (anche se circoscritto nei quartieri più popolari, che comunque raccolgono una grossa fetta del popolo palermitano).

La fuitina potrebbe somigliare a quella che in altri luoghi viene detta fuga d’amore, due innamorati contrastati dalle famiglie che scappano per coronare il loro amore.

In realtà il fenomeno di cui parliamo è un po’ più controverso e complesso.
Il termine fuitina riassume differenti comportamenti.
La fuga d’amore è uno di questi, ma non ne rappresenta al pieno la sua la peculiarità.
L’elemento scatenante principale è il fattore economico e sociale.

Capitava infatti che fuggissero coppie “fidanzate in casa” da anni, col benestare delle famiglie.
Se mancava il contrasto cosa giustificava la fuga?
Spesso queste coppie erano costrette ad aspettare tanti anni prima di potersi sposare per diversi motivi.

Ad esempio era possibile che si attendessero i matrimoni di altri fratelli o sorelle maggiori (era d’uso che ci fosse una sorta di graduatoria per sposarsi. Prima le donne, dopo i fratelli maschi, poi secondo l’età).
Se si aveva la “sfortuna” di avere una sorella maggiore “zitella” l’attesa poteva protrarsi per molto tempo.

Altri motivi erano legati al fattore economico. Il matrimonio costava (e costa tutt’oggi) molto, sia il giorno in sé (ed ancora oggi molte famiglie si indebitano pur di fare una bella figura), ma anche tutto quello che comportava la stipula di questo contratto. Le famiglie si accordavano sulla dote (“a duota”), di cui la sposina doveva essere in possesso (in genere biancheria ricamata), o la casa e il mobilio che spesso toccavano al futuro sposo (oltre che uno stipendio fisso).

Spesso serviva del tempo per mettere da parte il denaro necessario e se si era in un momento di ristrettezze (se per esempio la famiglia stava già spendendo molti soldi per organizzare il matrimonio di un altro congiunto) il matrimonio veniva posticipato.

Così avveniva “il bello”, il colpo di scena, cioè quello che rende peculiare la fuitina: la complicità delle stesse famiglie.
Nella maggior parte dei casi , complice dei fuggiaschi (“fuiuti”) era una sola delle due famiglie coinvolte, quella in maggiori difficoltà, ma capitavano addirittura casi in cui entrambe le famiglie erano complici e un po’ come in una farsa teatrale, ognuno recitava la propria parte.

Spesso le famiglie si rendevano conto delle difficoltà dei futuri sposi (ad esempio la madre della ragazza temeva l’avanzare dell’età della figlia) o avevano un reale problema economico, ma se avessero optato per un matrimonio meno fastoso e più frettoloso, “la gente”,avrebbe pensato male (che erano poveri, indebitati etc, oppure potevano dubitare dell’”integrità” morale della sposina che “magari poteva essere già incinta”, vista la rapidità delle nozze). Tutto ciò avrebbe colpito l’orgoglio delle famiglie, che per salvarsi rispetto all’occhio e alla bocca di popolo, preferivano sfruttare l’opportunità che la fuitina dava per risparmiare, per affrettare i tempi, per salvare l’onore delle famiglie (prima disonorato e poi riparato).

C’erano altri casi per cui gli innamorati non potevano sposarsi o almeno “fidanzarsi in casa”. La minore età, qualche contrasto tra famiglie, oppure l’impossibilità a frequentarsi perché per qualche caso della sorte, mancavano madri o zie che sorvegliassero i due giovani durante il fidanzamento.
In questi ed altri casi si organizzava la fuga, ma quasi sempre con la complicità di qualche parente.

La fuitina si svolgeva secondo le medesime modalità.
I due si organizzavano tramite bigliettini consegnati dai complici (fortunatamente niente a che vedere con i “pizzini” più noti oggi…), si davano appuntamento e scappavano (spesso venivano ospitati da una nonna , una zia o una delle due famiglie), “consumavano il matrimonio” (pena il possibile fallimento di tutto).
Seguiva la telefonata del fidanzato alla famiglia di lei (“buongiorno mi fuivu a so figghia”) con relativa arrabbiatura del padre, “sdillinchio”(attacco finto isterico) della madre (che spesso sapeva tutto), riunione di famiglia. Lo sposino avvisava anche la propria famiglia e anche lì insulti vari (ma di minore intensità).
Poi un parente si sarebbe “immischiato” per trovare un accordo e far riappacificare tutti.
Quindi avveniva l’incontro, dove volava qualche simbolico ceffone, e poi tutti si abbracciavano piangendo, mangiavano pasticcini e decidevano che i due si sarebbero dovuti sposare in fretta (ancora meglio se c’era un bebè in arrivo).
Così la faccia era salvata e il portafoglio pure.

La ragazza fuiuta doveva sposarsi subito, perché in caso contrario, se fosse accaduto un problema e il matrimonio non fosse andato in porto, sarebbe stata disonorata per sempre e nessuno l’avrebbe mai più sposata.
Il ragazzo capace di compiere tale gesto era guardato con rispetto da tutti perché faceva un atto eclatante, e soprattutto voleva riparare al più presto “assumendosi le sue responsabilità” dimostrando di “curarsi dell’onore della fidanzata e delle famiglie”.

Certo parliamo di altri tempi in cui a scegliere per il corpo e per la vita di una donna erano tutti tranne che la donna stessa. Oggi anche qui fortunatamente qualcosa è cambiato (ma permangono ancora forti strascichi tipici del patriarcato).

Nel corso del tempo vennero definiti col termine fuitina altri i fenomeni un po’ diversi.
Per una diversa libertà di costumi dovuta ai mutamenti sociali che inevitabilmente toccarono anche la Sicilia (le ragazze uscivano di casa per andare a scuola o a lavorare), i giovani innamorati avevano più facilità ad incontrarsi da soli e poteva capitava di incorrere in una gravidanza imprevista. In questi casi, la coppia confessava e il maschio “riparava” sposandosi. Così le famiglie un po’ per giustificarsi dicevano “sinni fuieru” (sono fuggiti), ma questo in realtà è un fenomeno più moderno che nulla ha a che vedere con la rocambolesca, eclatante, concepita come un gesto quasi “cavalleresco” fuitina originale.

Oggi il fenomeno fuitina è inesistente nei ceti medio-alti, per un cambiamento socioculturale. I giovani hanno modo di incontrarsi, fidanzarsi, vivere insieme e se devono aspettare è solo per trovare un lavoro non precario. Ma soprattutto per le donne (per cui il matrimonio rappresentava nel passato l’unica possibilità di libertà rispetto alla vita prima del matrimonio) oggi è possibile svolgere una vita sociale con maggiore libertà (lavorare, studiare, viaggiare, uscire da sola o con un ragazzo etc) anche da non sposate, ed avere una diversa consapevolezza di sé.
Le donne hanno più libertà di scelta e il loro onore non è più legato a certi tipi di concetti “tribali”.

Una mentalità tradizionalista, malgrado tutti questi cambiamenti e una libertà apparente è comunque ancora esistente e diffusa in ogni ceto sociale, e a maggior ragione si radicalizza negli ambienti più arretrati.
In alcuni quartieri popolari, di fatto si usano le stesse modalità di quarant’anni fa, anche se le ragazze sembrano più libere e si vestono alla moda.
Può capitare che le ragazze a tredici anni siano già donne di casa perfette e soprattutto senza prospettive di emancipazione personale, ed hanno ancora come unico scopo di rivalsa sociale il matrimonio. Decidono quindi di affrettare i tempi, perché piuttosto che occuparsi della casa o dei figli dei propri genitori, possono curarsi della propria (tanto prima o poi sempre quello sarà il proprio destino). E così ancora si ricorre alla tipica fuitina e a tutta la farsa che ne consegue.

Il pane palermitano

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Il pane per i palermitani è il protagonista fondamentale della tavola. E’ un cibo così sacro da essere anche stata assegnata e intitolata una chiesa ai fornai (San Isidoro Agricola “dei Fornai”).

E’ quasi impensabile mangiare qualcosa senza accompagnarla con il pane, tant’è vero che i condimenti vengono chiamati companatico, qualcosa che si aggiunge al pane, che viene prima di tutto. Ancora oggi è abitudine che alcune mamme (vedi la mia) quando la famiglia è a tavola a rassicurino i commensali dicendo : “il pane c’e”.

Negli anni nemmeno le confezioni di pane affettato che si trovano nei supermercati sono riuscite a sostituire il pane, sono comode ma nulla hanno a che vedere con il pane venduto dai panifici della città.

A Palermo il pane si mangia fresco (anzi direi caldo). E’ possibile vedere davanti ai forni, proprio all’ora del pranzo o della cena, dei capannelli di persone che aspettano, l’osservatore più attento noterà che i banconi del fornaio sono ancora pieni.
Cosa aspettano allora questi palermitani? L’ultima sfornata. Vogliono il pane caldo da far bruciare le mani. Ancor prima di arrivare a casa, di nascosto (perché non è buona educazione, ma lo fanno tutti), spezzeranno il cozzitello (l’estremità) e lo mangeranno bruciandosi la lingua ma con tanta soddisfazione.

Cosa si fa col pane che rimane? Nessuno lo butterebbe mai, sarebbe peccato mortale. Gran parte verrà grattuggiato per trasformarlo in pangrattato con cui condire o impanare (involtini di carne, pesce spada, sarde, melanzane, oppure si mischia al manzo tritato per farne polpette, o si usa per le frittate, o mischiato al cacio cavallo e al prezzemolo, per impanare la carne), il pangrattato si può anche “atturrare” abbrustolire, per condire tanti piatti di pasta (con broccoli, sarde, acciughe etc). Il pane raffermo viene affettato per farne bruschette (con pomodoro, olio e aglio), oppure la mollica viene bagnata nell’acqua o nel latte e se ne fanno polpette da friggere (per la serie non si butta proprio niente!). Il pangrattato si può conservare in frigo mischiato a foglie di alloro.

L’abitudine di mangiare il pane appena sfornato, forse nasce anche dal tipo di impasto che si usa a Palermo. Infatti questa prelibatezza croccante fuori e morbida dentro, dalle svariate forme, decorata dal cimino (sesamo), dopo qualche ora diventa gommosa e quasi immangiabile, a differenza del così detto pane di paese che più passa il tempo più diventa buono.

A Palermo il pane si trova a tutte le ore del giorno ed anche la domenica quando la maggior parte dei forni sono chiusi. Nessun problema! La domenica o nei giorni festivi, ad ogni angolo di strada ci sono i furgoncini bianchi che vendono filoni di pane di farina rimacinata provenienti da Monreale o dalla Molara, un buon diversivo (ottimi con la nutella!).

I palermitani rinunciano al pane solo un giorno in tutto l’anno, per Santa Lucia, pena il diventare ciechi (ma questa storia la racconterò il mese prossimo), comunque quel giorno ci “consoliamo” con arancine, gattò di patate, cuccia con ricotta, e la nostra vista è pure garantita!

Un tipo di pane particolare (pagnotte chiamate “cricchi”, spaccate al centro da un taglio a croce, aromatizzate con i semi di finocchietto selvatico) è quello che si fa per il giorno di San Giuseppe, portato dai fornai nelle chiese, fatto benedire e offerto ai parrocchiani.

Nei forni non si vende solo pane, ma anche pizza a taglio, sfincione,

pane con olive, dolci,
treccine (brioches intrecciate e ricoperte di zucchero) e u pani chi passuli anche detto millefoglie (brioche condite con uva passa e ricoperte di zucchero).

Il pane in più è elemento fondamentale per il famoso panino con panelle e con la milza (in seguito le ricette…) o per farlo cunsato.

Dopo aver detto tutto questo è chiaro perché a Palermo per definire una persona buona si usa dire “E’ un pezzu ri pani”.

E ora le forme più tipiche:
fino a poco tempo fa il pane si vendeva non a peso (secondo normative nazionali), ma a formato, adesso anche qui è entrata in vigore la legge!

PISTULUNI: pane di forma allungata, economico.
MAFALDA e MAFALDINA: pane di farina bianca intrecciato
TORCIGLIATO FORTE O A BIRRA: pane di farina bianca attorcigliato. Il primo ben cotto il secondo più morbido.
SIGNORINA : grosso grissino meno croccante.
PARIGINO:simile allo sfilatino.
PIZZIATO: parigino con la crosta superiore più croccante.
VASTIDDUNI: pagnotta.
SCALETTA: simile alla mafalda.(formato piccolo scalettina).
TOSCANINO: come il parigino più sottile.
SEMPREFRESCHI: di forma ovale e morbido
BOCCONCINI: piccoli semprefreschi

Oggi è San Martino dei poveri

Ed ecco finalmente i buonissimi biscotti “rococò” con zuccata all’interno e glassa di zucchero e cioccolattini all’esterno.

E un bel biccherino di moscato dove inzuppare i biscotti tricotti.

Una filastrocca legata a San Martino:

Manu modda, manu modda, u’ Signuri ti la ‘ncodda

Ti la ‘ncodda pani e vinu, San Martinu, San Martinu.

La mia città vista con ironia: il traffico

“Palermo è bella, ma è conosciuta agli occhi del mondo per delle terribili piaghe.
La prima è l’Etna che quando fa capricci distrugge paesi e villaggi, ma è una bellezza naturale.
Poi c’è una seconda piaga che nessuno riesce a risolvere, è la siccità, da queste parti la terra d’estate brucia è “sicca”, ma è la natura, e non ci possiamo fare niente!
Ma dove possiamo fare e non facciamo, perché non è la natura, ma in buona sostanza è l’uomo, è nella terza piaga, che diffama la Sicilia agli occhi del mondo…
E’ il traffico. Ci sono troppe macchine, è un traffico vorticoso, tentacolare che impedisce di vivere e fa nemiche famiglie contro altre famiglie…”
Pressappoco così all’ingenuo Dante (in “Jhonny Stecchino” di Benigni) venivano presentate le tre piaghe della Sicilia, e soprattutto, la più terribile, il TRRRAFFICO…

Ironica e indimenticabile scena…

Ma il traffico palermitano rimane comunque una vera piaga!!!

Tutti i nostri ospiti che hanno la necessità o forse la follia di arrivare in auto ne sanno qualcosa!
Quello che colpisce di più è la disinvoltura con cui non si seguono le regole stradali, poi c’è la questione “come attraversare la strada?”, infine l’uso del clacson…

I segnali stradali per i palermitani, non esistono. Sono degli elementi decorativi utili ad abbellire le strade, che in caso contrario, rimarrebbero soltanto adornate dalle buche o dai rattoppi, perché a Palermo quando si vuole coprire un buco, si risolve il problema come le nonne facevano trent’anni fa, con i pantaloncini strappati dei propri nipotini, con una bella toppa.
Ma in realtà questo è un metodo usato per mantenere sveglio l’autista, che grazie al continuo saltellare, non rischierà mai di addormentarsi (e noi vittimisti che ci lamentiamo, non sappiamo quanto dovremmo essere grati all’amministrazione comunale che si prodiga per evitare gli incidenti).

C’è un motivo per cui i palermitani non considerano i segnali stradali (resiste ancora il semaforo), perché sono convinti che questi rallentano il traffico. Così per divincolarsi, entrano in traverse e traversine senza curarsi delle precedenze, corrono, si “infilano” fra due auto approfittando di ogni minimo spazio, etc.
Questo avviene perché gli automobilisti palermitani non hanno bisogno di regole, perché sono convinti di essere i più bravi piloti dell’intero pianeta, di essere i più svegli, i più furbi. A creare il traffico sono i paesani, i nordici, o al massimo le donne. A Questi viene continuamente urlato l’appellativo di “‘ntamato”, termine intraducibile che significa imbranato.

Spesso si dice: “un palermitano può guidare in tutto il mondo”, peccato che dopo cinque minuti gli tolgono la patente!

Altro problema, attraversare la strada, tutta questione di psicologia…
Prima cosa, non fidarsi mai delle strisce pedonali, anche quelle sono una decorazione. Armarsi di santa pazienza (ci si può portare un giornale), si rischia di stare molto tempo a salire e scendere dal marciapiede, ma è un po’ come fare step, quindi fa digerire un ottimo “panino ca meusa”.
Poi c’è un gioco di sguardi, si deve guardare negli occhi l’automobilista, in quella frazione di secondi gli si deve rammentare che se ti uccide dovrà “pagarti per nuovo”. Infine mai dimostrare troppa sicurezza, perché l’automobilista per farti passare, non si ferma, al massimo rallenta, quindi se per caso ti suona il cellulare, se un’ amico ti saluta, se inciampi in una buca, sei spacciato. Bisogna darsi un’aria un po’ imbranata, magari fingere di zoppicare, così l’automobilista sarà costretto a fermarsi, sempre per la paura di doverti “pagare per buono”, magari ti guarderà con odio o ti riempirà di insulti, ma almeno rimarrai vivo.
Ma non è finità, meglio restare all’erta perché un secondo automobilista, irritato dalla troppa attesa potrà azzardare un sorpasso e prenderti in pieno mentre soddisfatto pensavi di avercela ormai fatta!

Infine a colpire (i timpani) del povero turista c’è il clacson, è lo strumento musicale più suonato dai palermitani, dalla mattina alla sera.
Serve a smaltire il traffico, a farsi spazio, a sollecitare gli altri automobilisti, i pedoni o chiunque sia d’ostacolo alla propria fretta.
Mi domando ma qualcuno a Palermo lavora? Hanno tutti fretta, ma le strade sono sempre piene di auto, forse sono tutti rappresentanti!

Il clacson viene usato soprattutto al semaforo. Non appena scatta il verde, con una rapidità sorprendente, quasi che un nervo collegasse direttamente l’occhio alla mano, tutti suonano il clacson per sollecitare l’autista primo della fila a scattare!
E’ quasi un miracolo, l’azione più rapida che un essere umano possa fare!

Poi ci sarebbe la questione del parcheggio, ma quella è un’altra storia…

Premio: Il criceto Goloso

Ho ricevuto dalla mia carissima amica Elena della Montagna incantata (ci conosciamo da circa 30 anni… io avevo soli due anni e lei quattro!!!) il mio Primo Premio e sono felicissima e onorata!

Con questa occasione volevo ringraziarti anche per il tuo continuo incoraggiamento e per i consigli riguardanti il blog.

Complimenti per la tua bellissima Montagna incantata, per i tanti premi che prenderai e soprattutto per la tua migliore creazione, il piccolo Davide !!!

Evelin

Ma ecco il premio: Il criceto goloso

REGOLAMENTO:
Il premio “Criceto Goloso” è un riconoscimento di golosità e ghiottoneria per cui va assegnato a tutti quei blogs, le cui foto e i cui contenuti trasmettono al meglio questo messaggio.
Chi riceve il premio dovrà a sua volta nominare almeno altri 5 blogs spiegando il motivo per cui si assegna il premio ed esibire il logo creato da Laura .

E questi sono i blog che premio:
La terra dei violini: per i suoi piatti tipici di Cremona e le sue ricette semplici ma gustosissime
Gloricetta: per il maiale in agrodolce e il gelo di mellone (che io adoro)
Mediterraneo in cucina: per tutti i suoi piatti meravigliosi e il mix di tradizione e creatività
La cucina di Cristina: per le sue ricette romene che mi piacciono tantissimo
Over a tuscan Stove: per aver condiviso bei momenti e per il suo amore per la cucina
Wine in Sicily: perchè profuma del buon vino siciliano

Ghiaccio, bevande, zammù nella Palermo anni ‘50

Questo post è stato scritto da mia madre. Emilia Merenda

Chi è nato come me, dopo la seconda guerra mondiale e ha vissuto i primi anni dell’infanzia intorno al 1950, ricorderà certamente, quando si acquistava il ghiaccio.

L’uomo del ghiaccio ( u’ jaccialuoru ) passava per le strade con il suo carretto trainato dal cavallo, reclamizzando ad alta voce la sua merce (abbanniava jacciu, jacciu ). I bambini accorrevano e mangiavano i frammenti di ghiaccio, che si staccavano dal blocco, durante il taglio con il punteruolo.

Le famiglie più benestanti avevano la “jacciera”, una specie di piccola dispensa di legno con l’interno zincato, dove riponevano i cibi avanzati e l’acqua, per mantenerli al fresco. Quest’operazione si eseguiva in estate, con lo scopo principale, di mantenere l’acqua fresca per tutta la giornata. Non ci si poteva permettere di comprare grandi scorte di cibo, ciò che si acquistava era solo per l’uso giornaliero e chi non aveva la jacciera, metteva il pezzo di ghiaccio dentro una bagnarola di zinco, aggiungeva le bottiglie o qualcosa avanzata, ricopriva il tutto con una vecchia coperta e il risultato ottenuto, era lo stesso della ghiacciera.

Il ghiaccio lo acquistava l’acquivendolo (l’acqualoru ) per tenere al fresco le bibite. La sua bottega era un chioschetto e oltre a vendere l’acqua fresca con l’anice ( zammù ) in singoli bicchieri, preparava pure altri tipi di bevande: bibite d’amarena, menta, tamarindo e orzata, oppure vendeva gassose (azzusi) al limone o al caffè. Quando l’acqualoru metteva u’ zammù nel bicchiere, lo faceva in maniera veloce per evitare lo spreco di quel liquido “prezioso”, ma quando si comportava in maniera troppo parsimoniosa, “si rifardiava”, mio nonno molto ironicamente gli diceva: “Miih, c’abbuccò ‘a manu!” ( ha perso il controllo).

foto di Jan-Luc Moreau

Molti consumavano sul posto, qualcuno portava le bevande a casa e altri, chiamavano l’acqualoru dal proprio balcone e dopo avere abbassato il paniere, ( u’ panaru) lo ritiravano con la bottiglia piena d’acqua fresca o altro. In quel chioschetto c’erano diverse bottiglie multicolori che contenevano l’acqua di selz ( u’ sifuni ) e servivano per preparare le bibite frizzanti. Queste bottiglie si potevano “noleggiare” e dopo l’uso, si restituivano al commerciante.

C’era un metodo più economico per preparare altre bevande succulente: le bustine. Dentro la confezione di dette “ bustine” c’era tutto l’occorrente: una di polvere colore arancione, una fialetta di essenza d’arancia e una bustina di acido tartarico, che serviva a rendere l’acqua frizzante. Tutti questi elementi, seguendo la numerazione indicata, s’introducevano in una bottiglia a tappo ermetico (ca’ molla ), si agitava e dopo avere atteso alcuni minuti, si poteva bere il contenuto: una vera goduria. Questo compito richiedeva mano ferma ed esperta e generalmente veniva affidato al capo famiglia e a casa mia, toccava a volte al nonno o al papà. L’apertura del tappo a molla, era il momento più complicato: se veniva effettuato in anticipo, si rischiava l’uscita improvvisa dell’aranciata, che si sarebbe riversata sulla tovaglia, lasciando i commensali delusi. Ma se “l’operazione “ era eseguita nella giusta maniera, all’apertura del tappo, c’era un tripudio di risate.

Una sera mio cugino, ch’era il più grande dei nipoti, dopo molta insistenza, volle preparare l’aranciata. La sua mano era inesperta e quando aprì il tappo, dalla bottiglia venne fuori all’improvviso, un enorme fiotto di liquido arancione che andò a bagnare, perfino la parete di fronte.

Oltre al chiosco dell’acquaiolo, c’erano botteghe ( u’ vinaru o a’ tavierna ) che vendevano il vino “sfusu” (al dettaglio). Ogni acquirente portava con se la propria bottiglia e comprava: vino, marsala, vermouth, moscato e aceto. Alcuni uomini durante l’attesa, sorseggiavano un “bicchierino” e mangiavano uova sode. Quando si avvicinavano le feste oppure si attendeva la nascita di un bambino, si preparava in famiglia “u’ rosolio”. Erano dei liquori che si preparavano con l’essenza preferita, l’alcool e lo zucchero. I più richiesti erano: il mandarino, millefiori, caffè, menta e altri

In alcune zone di Palermo, c’è ancora qualche chiosco d’acqualoru, ma nel tempo si è rinnovato ed oltre alle bibite “classiche”, adeguandosi ai tempi moderni, ha aggiunto lattine e bottiglie di svariati tipi di bevande. Ma per quelli della mia età, rimane sempre il ricordo di quel lungo beccuccio, della bottiglia di zammù che, introducendosi nel bicchiere colmo d’acqua, provocava quella “miracolosa” colorazione biancastra, regalando al liquido un gusto meraviglioso. Nessuna bibita moderna, potrà regalarmi il fascino di quel semplice bicchiere, d’acqua e anice.