Felice anno nuovo a tutti!!!!
Evelin e Massimo

A tummula e altri giochi

Via Libertà

Durante le feste, la tavola oltre che imbandita per mangiare, viene usata per giocare.

I giochi più antichi e tradizionali con le carte sono: a minicheddu (a chi capita il due di spada durante il giro, vince), a cucciari (vince chi ha più ori), a belladonna, a setti e mezzu (chi fa 7 e mezzo vince, se si supera la cifra si dice “palazzu”), piattinu, mercanti in fiera, cucù, mazzunieddu (si punta su alcuni mazzetti di carte, chi ha puntato sul numero più alto vince).

Un gioco antico “per soli uomini” è “a zicchinetta”, questo è una sorta di gioco d’azzardo, ancora oggi è possibile vedere gruppetti di anziani che si riuniscono in alcune panchine e fra i giochi che fanno, usando esclusivamente le carte siciliane, sicuramente c’è a zicchinetta.

Ma il gioco natalizio che unisce da sempre grandi e bambini è la tombola, “a tummula”.
Questo gioco fu introdotto in Italia dai genovesi, intorno alla metà del 1700, e si diffuse a Napoli, ma anche in Sicilia.

Per segnare i numeri estratti sulle cartelle, si usavano generalmente fagioli secchi o noccioline, ma la cosa più divertente era “la smorfia” dei numeri. Ogni numero era preceduto da una frase particolare, i più bravi l’associavano rapidamente.

Tuttora i più anziani ricordano esattamente qual è la smorfia di ogni numero, i più giovani si divertono inventandone e improvvisandone di nuove, magari legate ai partecipanti al gioco, per prenderli un po’ in giro e rendere “frizzante” un gioco che altrimenti sarebbe monotono (vedi i terribili, meccanici, rapidissimi “bingo” che oggi la fanno da padrone).

Facendo una ricerca nella memoria (mia e di mia madre) ecco la smorfia di alcuni numeri.

Ci sono quelli legati alle feste: 25 Natali, 2 i muorti, 26 Santo Stefanu, 13 Santa Lucia, 27 San Paganinu, etc,
poi una serie di smorfie sorprendenti ed esilaranti… 22 fuoddi (pazzo), 23 cu l’avi su tuocca (il ventitrè sta in fatti per le zone posteriori del corpo umano), 11 i corna ru ‘nsalataru (non ho idea di chi sia in realtà u ‘nsalataru, più sicuro il fatto che la moglie lo tradisca) , 8 l’ucchiali ru Papa (occhiali del Papa), 47 e 31 muorto chi parla, 4 puorcu, 33 l’anni ri Cristo, 35 ‘nti cannaruozza (che significa nell’esofago, ossia “potessi affogarti”), 17 disgrazia, 18 sagnu friddu (sangue freddo, coraggio), 16 si dice e non si dice ( sedici in dialetto diventa sìdici, da cui si-dici e non si-dici), 77 le gambe delle signorine, 34 l’autobus (ma forse la dicevano quelli che avevano l’abitudine di prendere questo numero di autobus che ora non esiste più), 55 l’attarieddi (gattini), 69 comu gira gira, 89 surci (topo), 62 oru, 71 dinari, 45 denti chi carunu (denti che cadono), 40 a gallina canta (forse si diceva per tutti i numeri che finivano in “anta”), 81 comu l’uorbi (qui la spiegazione è fantastica nel suo essere particolarmente ermetica. Ottantuno diventa in dialetto attantuni, quindi “a tentoni” che è il modo in cui procedono i ciechi, “l’uorbi”).

Durante il gioco comunque si continua a mangiare u ‘scaccio, noccioline, fichi secchi, petra fennula, sfinci etc…
Ora gli amatori potranno farsi una bella tummula a Capodanno e per l’Epifania “A festa ri tri Re”.

Questo “giochino” davvero simpatico …si chiama “la letterina a Babbo Natale “e si tratta di fare un post con una letterina a Babbo Natale, le regole sono davvero poche:
1) ci deve essere tutto, dai regali spirituali (sarò più buono e andrò sempre a letto presto…) ai regali materiali.
2) un regalo per il mondo
3) scegliere 5 amici a cui girare il gira-gioco
4) mettere una figura che vi piace di Babbo Natale

e scrivere che l’ha lanciato Anna Paola

Per questo giochino devo ringraziare Annamaria che mi ha fatto questo bel dono e che anche se la conosco solo tramite blog, sento già di volerle bene, perchè è davvero una persona speciale, e questo si capisce anche a distanza!

La mia letterina:

Caro Babbo Natale
è la prima letterina che ti scrivo in trentadue anni di vita, e visto che ormai sono un po’ adulta non posso più chiederti la “Casa di Barbie” che ho sempre desiderato, ma se sono ancora in tempo, ti prometto che ci giocherò lo stesso.
Per il resto vediamo cosa puoi fare…
Vorrei che il 2009 non fosse più un anno all’insegna dell’ansia, mi basta un po’ di serenità per me e le persone che amo. Come regali materiali, oltre alla casa di Barbie, non sarebbe male nemmeno una casa (visto che fra un poco dovrò lasciare quella in cui abito) per me e Massimo e per i nostri ospiti, magari sempre in affitto (ma non troppo caro per favore!). Un’altra cosa, vorrei che la mia nipotina Alice avesse una vita sempre felice.
I regali che vorrei chiederti per il mondo sono troppi e un po’ difficili: la pace, la felicità per tutti i bambini del mondo, la giustizia sociale, che non ci sia mai più razzismo e discriminazioni di alcun genere, che gli esseri umani non siano più così pazzi da distruggere il mondo inquinandolo, che le malattie gravi vengano sconfitte, che non ci siano più violenze sulle donne etc, scegli tu, ma almeno uno realizzalo se puoi…
I miei buoni propositi: andare a letto presto la vedo troppo difficile, cercherò di provare ad essere sempre più buona, gentile, generosa, e ad avere più pazienza.

Ora aspetto la letterina di :
Elena

Cristina

Cinzia
Laura
Andrea

Il "Brociolone" o "Farsumagru"

Il brociolone, anche detto falsomagro è un piatto a base di carne che fa parte della cucina tradizionale palermitana, diffusosi successivamente in tutta la Sicilia (con divese varianti).

Si prepara per le feste più importanti, quindi generalmente è presente nelle nostre tavole per il pranzo di Natale o per Capodanno.
E’ un piatto che si afferma durante il dominio aragonese, ma che era già presente durante il precedente dominio angioino.
Il suo nome, in dialetto siciliano “farsumagro”, che italianizzato è diventato falsomagro, deriva dal francese “farci de maigre”, carne magra farcita. Questo nome è stato erroneamente interpretato come “falso magro”, una carne magra che essendo condita riccamente è magra soltanto in apparenza.
La storia di questo piatto è interessante, perchè in qualche modo rappresenta un’anomalia della nostra cucina, ma che mostra ancora una volta, la fantasia e la grande arte gastronomica dei bravissimi “monsù”, nell’arricchire quelli che in origine erano piatti poveri.
La carne infatti non è specialità tipica della cucina palermitana, perchè non vi erano (e non vi sono) ricchi pascoli, e i buoi venivano usati soprattutto per arare la terra.
Venivano quindi macellati dei buoi vecchi, la cui carne era fibrosa e dura. Fu così che i Monsù arricchirono queste carni con farciture gustose, che potessero renderle saporite e degne della tavola.

Tuttora la ricetta tradizionale prevede l’uso del vitellone e non del vitello come alcune ricette un po’ “ritoccate” consigliano.

Come ho già detto ci sono tante varianti, quella che pubblico è una delle ricette più tradizionali. Per le foto devo aspettare a dopo Natale, perchè finora l’ho soltanto mangiato, ma mai fotografato!

Ingredienti:

Un’unica fetta di fesa di vitellone di circa 800 gr, piatta e battuta, in modo che abbia uno spessore di crica 1 cm, 200 gr di mortadella, 200 gr salame, 100 gr di caciocavallo fresco tagliato a pezzetti (o provola), 400 gr (crca) di pangrattato, 50 gr (circa) di caciocavallo grattugiato, cipolla, uvetta, pinoli, prezzemolo, 4 uova sode, 1 bottiglia di salsa di pomodoro, 1 bicchiere di vino rosso, piselli fini surgelati, olio evo, sale e pepe.

Preparazione:

Far imbiondire mezza cipolla tritata in olio evo. A fuoco spento aggiungere il pangrattato, il formaggio grattugiato, l’uvetta precedentemente ammollata in acqua, i pinoli, il prezzemolo, sale, pepe e olio evo in abbondanza, il salame e il caciocavallo fresco a cubetti. Fare un impasto morbido.

Battere la carne, salarla e peparla, se si vuole si possono mettere dei fiocchetti di burro. Stendere le fette di mortadella (si potrebbe in alternativa usare la mortadella a pezzetti unita alla farcitura). distribuire il composto precedentemente preparato, creare una sorta di solco centrale e adagiare le uova sode. Arrotolare e legare bene con spago da cucina.

Cuocere in un tegame scoperto, a fuoco basso, con olio evo e con una cipolla precedentemente affettata, rigirando ogni tanto. Questo procedimento a Palermo si dice ‘ngranciare.
Quando la cipolla è morbida, versare il vino e far evaporare. Aggiungere quindi la salsa di pomodoro e far cuocere a fuoco basso, facendo attenzione se il sugo si stringe troppo. A cottura ultimata togliere il brociolone dal sugo, farlo raffreddare, slegarlo, tagliarlo a fette non troppo sottili e metterlo su un piatto da portata.
Far cuocere nel sugo i piselli per circa 10 minuti. Versare il sugo sopra le fette di brociolone.

Mangiarlo e prepararsi a una lenta digestione!

foto di Jan-Luc Moreau

Il Buccellato, dolce di Natale

A Palermo il dolce di Natale per eccellenza è il buccellato o cucciddatu, e la versione formato mignon, i buccellatini. E’ un dolce all’apparenza semplice, a base di pasta frolla, ma racchiude in sè dei sapori che si intrecciano armoniosamente tra loro e che ci parlano di Sicilia. Fichi secchi , uva passa, pinoli, mandorle, noci, arancia etc.

La forma generalmente è a ciambella, con la parte superiore tagliata a formare dei ricami, può essere decorato da miele e pistacchi oppure da zucchero velato. I buccellatini vengono anche ricoperti da glassa bianca di zucchero e diavoletti di zucchero colorato.

Questo dolce origina dal mondo contadino, addirittura potrebbe risalire dal “panificatus” dei romani, il suo nome infatti deriva dal latino “buccellatum”, pane diviso a pezzi, bocconi.

Per quanto riguarda il ripieno, si può pensare ad un’origine araba visto che si tratta di un’associazione di sapori tipici di questa cucina.

Esistono diverse ricette di buccellato, dove possono esserci piccole variazioni, sia nella pasta frolla (si può usare burro o strutto, c’è chi mette ammoniaca, ma io lo sconsiglio), sia nel ripieno, c’è chi mischia tutto con marmellata, chi con miele, chi con un tuorlo d’uovo, c’è chi aggiunge cioccolato, cannella o chiodi di garofano. Anche la decorazione può variare.
Quella che pubblico è una ricetta che a me piace.

Ingredienti:

500 gr. di farina 00, 300 gr. di burro, 200 gr. di zucchero, 3 uova, 1 dl di latte, mezzo bicchiere di vino Marsala, 300 gr. di fichi secchi, 200 gr. di uva passa, 100 gr. di uvetta sultanina, 150 gr. di noci sgusciate, 30 gr. di pinoli, 30 gr. di scorza di arancia candita, 100 gr. di zuccata , 50gr cioccolato fondente a scaglie, 150gr di mandorle tostate, marmellata d’arancia, un pizzico di cannella.

Procedimento: impastare la farina, lo zucchero, il burro, le uova e il latte. Appena il tutto è bene amalgamato, lasciare riposare per circa un’ora nel frigorifero.
Per il ripieno triturare i fichi secchi, l’uva sultanina, l’uva passa, le noci, i pinoli, la scorza d’arancia, la zuccata, le mandorle, e la cannella, mescolare e mettere sul fuoco insieme al marsala per circa dieci minuti. Fuori dal fuoco aggiungere tre cucchiai di marmellata di arance e fare raffreddare.
Stendere la pasta (1 cm di spessore) in un rettangolo, sistemare il ripieno, distribuire le scaglie di cioccolato e avvolgere a forma di ciambella. Incidere la superficie con tagli che mostrino il ripieno.

Il buccellato deve esser adagiato su di una teglia unta ed infarinata, in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora .

Si può successivamente guarnire in diversi modi:

Scaldare 4-5 cucchiaiate di miele per versarle nel buccellato in modo da renderlo lucido e guarnirlo con della frutta candita mista.

Spennellare il buccellato con un cucchiaio di marmellata d’arance sciolta nell’acqua, quindi spolverare con i pistacchi tritati e rimettere in forno per altri cinque minuti.

Spolverare il buccellato con zucchero a velo.

A voi la scelta
Far raffreddare e buon appetito!

Un Natale più umano

Fra poco è Natale. A me sinceramente i festeggiamenti “comandati” non sono mai piaciuti, non mi piacciono l’ostentazione della ricchezza e il consumismo sfrenato, a cui siamo quasi obbligati in questi giorni. Non mi piace molto che nella mia città, come anche in altre, per addobbare le vie, si debbano spendere 280 mila euro più iva, per le luminarie e un albero (tra l’altro nemmeno troppo bello) che arriva dal Trentino Alto Adige, quando ci sono situazioni di degrado e povertà molto forti. Lo fanno per i turisti (che tra l’altro a me interessano…), ma quando i turisti trovano le vie ricolme di immondizia non è forse peggio? E comunque a Palermo ci sono tante altre bellezze che attraggono i turisti per fortuna. Poi non amo molto l’ipocrisia di tanti che fingono di volersi bene in quel giorno e poi durante tutto l’anno…
Io spero in un tempo in cui tutti gli esseri umani, tutti i giorni, possano pensare alla solidarietà, all’amore, ai bambini, alla pace, all’amore per le diversità, al rispetto per le diverse religioni e idealità, alla non violenza, alla gentilezza. Quindi ben venga se il Natale può essere un simbolo, un primo momento per pensare un po’ a questo, d’altra parte si festeggia la nascita di un uomo che per i suoi tempi era diverso dal comune, che portava con sè gli emarginati dalla società, che lottava contro i tradizionalisti del tempo, contro i ricchi, a fianco dei più bisognosi. Per questo il Natale può essere un giorno che può unire tutti, i cattolici, ma anche chi ( di altre religioni o non credente) ha come priorità l’amore per gli altri piuttosto che il cinismo, il razzismo e l’arrivismo che dimorano in questi tempi.

Con questa occasione, mi sembra un bel gesto quello promosso da Andrea Matranga per rendere il Natale un po’ più significativo, con la speranza che questo accenda l’attenzione su situazioni come le case famiglie o altre realtà che operano nel sociale, che vedono gente impegnata ogni giorno, per dare una possibilità a chi è meno fortunato, e spesso non riescono ad avere contributi pubblici e devono andare avanti con le proprie forze.

Grazie Andrea

Ecco il suo post:
“Cari amici, scusate se vi posso sembrare invadente e in qualche misura arrogante. Premesso che non voglio offendere nessuno, come ogni anno, invito tutti gli amici a ricordarsi che Il Natale è soprattutto la festa dell’ Amore, della fratellanza ma principalmente è la festa dei Bambini. Forse non si festeggia la nascita di uno di essi? E’ l’unico momento (purtroppo) dove tutte le diversità debbono scomparire e deve prendere il sopravvento lo spirito di solidarietà. Come ho già fatto l’anno scorso Vi invito a destinare una piccola percentuale delle somme che spenderete per i regali di Natale( so che quest’anno le somme sono già piccole)a comprare un sacchetto di generi alimentari di prima necessità. Vi riporto alcuni esempi: una busta di latte 80cent.1 pacco di pasta 85 cent. 1 di zucchero 90 cent. 1 pacco di biscotti 1 euro pomodori pelati 60cent ecco basta entrare anche in un discaunt e spendere anche 5 euro e destinarli al più vicino orfanotrofio oppure a una casa famiglia.Farete felici dei bambini che purtroppo non sono stati baciati dalla fortuna come i Nostri e che hanno perso tutta la loro prerogativa di essere bimbi:l’innocenza, la spensieratezza, la genuinità, molto di loro hanno vissuto e continueranno a vivere (nel ricordo) esperienze che hanno violato il loro status di BAMBINO. Adesso basta, non voglio lagnarvi più di tanto, vi chiedo scusa di questa mia invasione, so che magari vi ho reso tristi per qualche minuto della vostra vita, ma lo faccio per poter, dalla vostra tristezza momentanea ,regalare qualche minuto di felicità negata ai BAMBINI.”

Menù di Santa Lucia

Abbiamo detto i motivi per cui a Palermo per il giorno di santa Lucia non si mangia pane e pasta. Tutti i panifici della città rimangono chiusi (tanto nessuno si permetterebbe di trasgredire e rischiare così la perdita degli occhi…). A dominare sono invece le tante friggitorie dove si possono mangiare panelle e crocchè, e le pasticcerie dove acquistare la cuccìa.

Nel menù concesso ai palermitani, gli ingredienti più importanti sono il riso e le patate, che vengono elaborati in vari modi.

Le pietanze tanto amate e scandite durante la giornata sono:

per colazione:
patate bollite, allessi (castagne bollite), minestre di grano lessato, oppure “cartiddati” di panelle (di farina di ceci) e crocchè (fatte con purea di patate e fritte). C’è chi mangia la cuccia con crema di latte o ricotta (che anticamente era preparate dalle suore dei tanti monasteri di Palermo, la cui tradizione è stata ripresa dalle pasticcerie locali).

Per il pranzo e la cena:
minestre con riso e sparacelli (broccoletti) o broccoli (cavolfiore), “grattò di patate”, panelle e crocchè, “riso alla palermitana” (timballo di riso con ragù e melenzane fritte, cucinato al forno), ma soprattutto la fanno da padrone, le arancine (palline di riso grandi quanto un’arancia, con il ripieno e fritte) che possono essere “ca carni”(ragù e piselli) e “cu burrù” (prosciutto, besciamelle e scamorza e noce moscata), che adesso però esistono in commercio anche condite con spinaci, pollo etc.

Per l’occasione se ne fa una vera scorpacciata. A fine mangiata, si ha ancora la forza e il coraggio per mangiare la cuccìa con ricotta o crema. I più arditi dopo la mezza notte si fanno una bella spaghettata!
Ma si sa a Palermo siamo “manciatari”!
Evviva Santa Lucia!
Arancine in preparazione….

Santa Lucia

Il 13 Dicembre si festeggia Santa Lucia. La Chiesa scelse questo giorno, per celebrare la santa, il cui nome fa riferimento alla luce, per la necessità di trasformare in riti cristiani quelli che erano festeggiamenti pagani che celebravano l’inizio della rinascita del sole.

Nel calendario Gregoriano infatti il 13 dicembre coincideva con il solstizio d’inverno (il giorno più corto, nell’emisfero nord della terra), periodo in cui vi erano festeggiamenti a cui difficilmente il popolo “neocristiano” avrebbe rinunciato. La stessa cosa avvenne per il 25 dicembre (data scelta invece per celebrare il Natale) che coincideva con il solstizio d’inverno secondo il precedente calendario (Giuliano).

Il culto della Santa è anche legato al culto della dea greca Demetra (Cerere per i romani), i cui attributi principali erano il mazzo di spighe e la fiaccola, e alla quale si offriva il grano. Da qui probabilmente nasce l’antica legenda raccontata sia a Palermo che a Siracusa, secondo la quale la “vergine siracusana”, invocata durante un periodo di carestia, li salva mandando un bastimento carico di grano, che fu bollito e condito con olio per essere consumato il più rapidamente possibile, da cui l’astenzione dal mangiare farinacei durante il 13 dicembre e l’origine della tradizionale cuccìa (dolce a base di grano).

Alcuni cenni della tragica vita di Santa Lucia.

Lucia era una giovane siracusana di ricca famiglia, promessa in sposa ad un pagano. In seguito ad una grave emorragia che aveva colpito la madre Eutichia, Lucia e la madre, andarono in pellegrinaggio a Catania, per chiedere la grazia a Sant’Agata (probabilmente il 5 febbraio del 301). La ragazza fece il voto di castità e chiese alla Santa di poter dedicare la sua vita a Dio, cadde in un sonno estatico in cui le apparve la Santa, che la rassicurò circa la guarigione della madre e le chiese di dedicare la sua vita ai poveri.
Al loro ritorno la madre guarì e Lucia distribuì la sua ricca dote e tutti i suoi beni ai poveri, rinunciando al matrimonio.

Secondo leggende popolari, il fidanzato non contento, le disse che l’avrebbe sposata per avere po’ della sua bellezza: così lei si strappò gli occhi e glieli diede, dicendogli che così avrebbe comunque avuto parte della sua bellezza.

Il fidanzato capì che il motivo del rifiuto era la fede cristiana di Lucia, la denunciò quindi all’arconte Pascasio, per aver disobbedito alle norme di Diocleziano che vietavano di prestare culto a Cristo.

Lucia fu arrestata e processata, e forte della sua fede dichiarò la sua cristianità, nonostante le minacce. Fu quindi portata in un lupanare per essere oltraggiata, ma nulla riuscì a spostarla dal luogo dove si trovava, molti soldati le furono addosso ma i loro sforzi erano inutili. La legarono e provarono a trascinarla con un paio di buoi, ma Lucia restava immobile come una roccia.Allora fu cosparsa di resina e pece, e data a fuoco, ma le fiamme non la bruciavano. Fu condannata alla decapitazione. Prima dell’esecuzione capitale (avvenuta il 13 dicembre 304) Lucia preannunciò sia la morte di Diocleziano, avvenuta di lì a breve, sia la fine delle persecuzioni, terminate nel 313 d.C. con l’editto di Costantino che sanciva la tolleranza religiosa e la libertà di culto.

La leggenda di Lucia nasce dal nome connesso con la luce. Secondo altre leggende gli occhi le sarebbero stati strappati dai suoi torturatori, così lei stessa se li sarebbe rimessi tornando a vedere . L’iconografia la raffigura infatti con un piatto in mano, in cui sono posti gli occhi, con un mazzo di spighe e con un pugnale conficcato in gola.