Musica e Palermo, cantanti neomelodici.

Visto che siamo in “periodo Sanremo”, parliamo della musica e Palermo.

Direte, ma come si fa a capire quel è il tipo di musica più apprezzata da così tante persone? Bisogna forse entrare nelle case dei palermitani e sentire le note che si diffondono nell’aria?
In realtà è sufficiente stare per strada e seguire i vari indizi.

Gli indizi visivi sono numerosi, se si sta un po’ attenti si vedranno dei manifestini di varie dimensioni che ritraggono i cantanti più in voga. Sono dei poster colorati, dal sapore “leggermente” kitch, che mostrano personaggi sconosciuti al resto del mondo, ma famosissimi solo a Palermo.

Ragazzotti dai capelli con frangetta che copre un occhio solo e il resto dritti dietro, o con caschetto fino all’orecchio, ovvero il classico taglio “a scussunieddu” (scusate ma non so tradurre) che qui andava tanto di moda, con meches platinate e occhiali da sole, orecchino e giacca luccicante grigia e camicia aperta sul petto, coronato da un crocifisso d’oro.
Oppure sono signorine con frangette lisce lisce o con capelli buccolosi dietro, orecchini, trucco significativo e corpetti neri lucidi un pò anni ottanta.

Non mancano anche certi uomini di mezza età con pochi capelli, ma quei pochi sono lunghi, con riccioli impomatati e dipinti color biondo-mogano. Anche questi hanno la camicia aperta sul petto che a differenza dei più giovani è fortemente ricoperto da un folto vello che tuttavia non riesce a nascondere gli enormi crocifissi d’oro penzolanti da grosse catene. I nomi sono strani, tipicamente siculi, ma spesso finiscono per “y” (tanto per darsi un tono anglosassone).

Un ignaro passante non palermitano d.o.c. si chiederà chi siano questi tanto acclamati divi, i cui manifesti sono mischiati a quelli di santi, madonne e politici (che in certi casi hanno un simile look).

A questo punto basta concentrare l’udito sulla musica soave che fuoriesce dalle automobili e non ci vuole poi molto, perchè in certi casi il volume è così alto che si potrebbe sentire anche stando a casa con le finestre (vetro-camera) chiuse.
Si sentiranno parole in dialetto napoletano cantato con stile e accento palermitano e una musica che ha lo stesso effetto che provoca andare ad Ustica con l’aliscafo quando il mare è forza 10.

E’ la cosiddetta “canzone neomelodica palermitana in lingua napoletana”. In effetti è un poco strano che questi cantanti, che sono palermitani, cantino le loro storie in lingua napoletana, ma è così, e l’effetto non è sicuramente quello della straordinaria musica classica napoletana…La musica in dialetto siciliano è considerata più per un pubblico di nicchia e intellettuale.

Questi divi neomelodici cantano con voce gorgheggiante, ma ciò che è interessante è il contenuto delle loro canzoni. Questo motiva il grande successo a livello popolare di questi personaggi. Si tratta di storie di vita vissuta nelle quali molti giovani palermitani si riconoscono. Parlano di amori contrastati, di padri che non fanno uscire le figlie adolescenti, alle quali è negata la possibilità di stare con il proprio innamorato e così sono costrette a fare la fuitina, e diventare spesso madri-bambine. Parlano di carcerati, di figli di carcerati, di delinquenza, di chi è stato rovinato dalla droga, insomma tutti argomenti che chi vive in situazioni di disagio, riconosce come propri e li apprezza.

Certo questi testi non rappresentano una denuncia reale alle situazioni di cui trattano, a volte esprimono un lamento che diventa quasi una sorta di ineluttabile condizione alla quale non si può far altro che rassegnarsi. Spesso, malgrado si narri la durezza e il dolore di una vita da criminale, si finisce per mitizzare il criminale stesso, un po’ eroe, un po’ sfortunato, un po’ vittima.
Fatto è che il successo è assicurato e chi canta queste storie è sentito molto vicino al sentimento comune.

Così girando per le vie dei mercati o dei quartieri popolari, si ascolta questa musica, “la vendono” anche con appositi carretti musicali (che nel passato erano molto più diffusi), le copie pirata divagano, ma non credo sia un problema per questi cantanti, che sono richiestissimi e hanno grandi risultati di pubblico alle tante feste di quartiere che si organizzano per ogni evento religioso.
Feste in cui le strade sono illuminate da enormi luminarie, in cui la gente sgranocchia calia e semenza (ceci e semi di zucca), mangia pane e panelle, beve birra, si diverte, approfitta del momento per una rissa tra amici, si fidanza, e soprattutto canta a squarciagola insieme ai propri idoli imitandone spesso l’abbigliamento e le pettinature.

Gli unici cantanti non palermitani che hanno ricevuto un affetto simile sono stati Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo in coppia.
Quando fecero il loro concerto in piazza Politeama, io non ne sapevo nulla. Eravamo andati fuori dal centro città. Al nostro rientro rimasi sconvolta, sembrava un esodo, non capivo se la squadra di calcio del Palermo avesse vinto lo scudetto, se l’Italia avesse vinto i mondiali o se c’era il festino di Santa Rosalia. Tutte le vie erano piene di gente, famiglie con bambini e anziani, coppie, gruppi di amici che camminavano al centro della strada non curanti delle macchine che in effetti erano bloccate, c’erano bottiglie, carta, di tutto a terra, c’era euforia. La gente canticchiava ancora. Poi capii quale fosse il motivo di tutto questo…

Comunque a parte questo, nulla scalfisce il successo dei divi palermitani, nè Sanremo, nè X Factor, non coinvolgono polemiche su direttori artistici, canzoni orribili che destano scandalo, Bonolis o Baudo, nazional popolare e reality.

Qui il reality è tutto palermitano d.o.c ed è proprio un vero show!

Per senso di giustizia dico che fortunatamente a Palermo c’è una grande tradizione di musica jazz, poco conosciuta dai non cultori, ma sicuramente rincuorante!

San Valentino. Amore e business!

A San Valentino si può dissacrare su ciò che ruota intorno al sentimento dell’amore?
Io che le feste e le tradizioni amo studiarle, conoscerle, approfondirle perchè credo ci dicano molto riguardo alla storia degli esseri umani, ma per la verità un po’ meno praticarle, mi permetto di provarci con un po’ di leggerezza e di ironia.

Amore e business a Palermo:

Qualche decennio fa, a Palermo come in altri luoghi d’Italia e non solo, non sempre ci si sposava per amore. Spesso si era costretti a farlo o ci si rassegnava. Come ho scritto riguardo alla fuitina, spesso la priorità era data agli interessi economici (e non solo tra la gente ricca), un matrimonio perfetto poteva essere “sconsato” (buttato all’aria) per una coperta in più o in meno…
Un altro aspetto fondamentale era l’onore della famiglia e il giudizio della gente.

C’è un episodio che riguarda un mio parente e che mi fa sorridere (un po’ cinicamente, devo dire) che si svolse a Palermo negli anni ’40 ed è rappresentativo di quello che poteva significare l’intreccio tra onore, economia, famiglia e matrimonio.

C’era un giovanotto di circa vent’anni, di bell’aspetto, ben vestito e come si usava dire “assistimato” (in possesso di un lavoro che gli permetteva di poter metter su famiglia). Il giovanotto in questione passeggiava per le belle vie del centro ed un giorno notò una ragazza affacciata ad un balcone. Fu un colpo di fulmine, sebbene a distanza di qualche metro. Per giorni passò e ripassò sotto quel balcone sorridendo e sospirando. La signorina a sua volta lo guardava, ma si nascondeva velocemente dietro le tende per non apparire troppo spavalda. Il giovanotto, visto che a quei tempi bastavano pochi segnali per capirsi, e i tempi dell’amore erano più rapidi di oggi, mandò un bigliettino all’amata dichiarando il proprio sentimento e la ragazza ricambiò con un altro biglietto.

Per farla breve il giovanotto si recò col padre dalla famiglia della fanciulla a “spiegare il matrimonio” (fidanzarsi e accordarsi su tutti i particolari). Si accomodarono insieme ai genitori della fanciulla in un bel salottino in stile rococò e l’accordo fu subito raggiunto. Tutto era perfetto, si dissertò riguardo alla dote e all’illibatezza della futura sposina che non era mai uscita di casa da sola, e sul lavoro ben remunerativo del ragazzo. Si strinsero tutti la mano. Il fidanzamento era fatto. Ah, mancava solo un particolare, finalmente i due giovani potevano incontrarsi. La futura suocera andò in un’ altra stanza a chiamare la figliola.

Il giovanotto fremeva dall’emozione. Si aprì la porta e… quell’entusiasmo si trasformò in terrore.
E se un balcone era stato galeotto, questa volta era stato anche burlone. La ragazza vista da vicino non era “l’angelo bruno” tanto sognato, ma una signorina attempatella (per quei tempi), di almeno dieci anni più grande del giovanotto, ed era parecchio bruttina. Il suo sorriso mostrava la mancanza di qualche dente ed era così timorata da non pronunciare nemmeno una parola.
Il ragazzo rimase impietrito e frenò, per buona educazione, la voglia di fuggire.

Tornato a casa rivelò la propria sensazione al padre. Ma questi rispose, “figghiu miu un putemu fare sta malafiura, stu matrimonio oramai savi a fari” (figlio mio non possiamo fare questa cattiva figura, devi sposarti malgrado tutto!). Ed il matrimonio si fece e durò per tutta la vita, ma i sogni di quel giovane si interruppero quel giorno! Della sposina non so nulla perchè questo fu un “segreto” che lo sposino deluso rivelò solo a pochi familiari. E l’amore? Non c’entrava poi molto con il matrimonio, quello era un business.

Negli anni a seguire le cose sono cambiate. Adesso ci si sposa per amore, ma il matrimonio rimane sempre un business. Anzi direi che a Palermo, dove l’economia gira veramente poco, il matrimonio è uno dei pochi eventi che fanno aumentare il PIL.
Qui la enorme quantità di matrimoni fa aumentare la media in tutt’Italia. Ce ne sono tantissimi al giorno. Il primo rigorosamente in Chiesa, ma anche i successivi sebbene si debba rinunciare alle belle Chiese barocche, vengono festeggiati con sfarzo, per la serie che visto che è il giorno più bello della vita, perchè non ripeterlo?

Per il matrimonio si farebbe di tutto, si va in banca a fare veri e propri mutui.
La sposina si sottopone a trattamenti estetici interminabili, fino ad arrivare al trucco finale che la trasforma completamente, cerone da teatro, ciglia e sopracciglia finte, bocca disegnata, occhi allungati, insomma un’altra persona. I capelli, per un anno almeno, non si devono accorciare, per permettere poi l’effettuarsi di acconciature arrotolate o boccolute. E poi le diete estreme per stringersi in corpetti rigidi coperti di macramè che un mese dopo sono solo un lontano ricordo insieme ai lunghi boccoli (quasi tutte le sposine, non so perchè, tagliano radicalmente i capelli subito dopo il matrimonio).
Lo sposo subisce minori torture, ma il suo aspetto sarà comunque bizzarro. Sfoggerà abiti ottocenteschi con giacca lunga e setificata, gilet, cravatte grosse come foulard, capelli pieni di gel (un po’ “stile il padrino”).

La cerimonia avverrà in una delle Chiese più belle della città (Casa Professa è la più gettonata) che i preti per l’occasione “affittano” a tariffe supersalate (anche lo spirito è fatto di carne).
Il luogo adibito alla “mangiata” dipende dalla moda del periodo.
Negli anni ’80 nacquero come funghi le così dette “sale ricevimento”. Delle sale grandi addobbate in stile barocco un po’ kitch, con colonnine neoclassiche e grandi quadri che rappresentavano fontane o cascate. Gli sposi venivano posizionati su un tavolo rialzato con spesso una grossa conchiglia alle spalle, tra una portata e l’altra ci si lanciava in danze appassionate.
Negli anni a seguire divennero di moda le grandi ville gattopardesche che perdendo la loro identità vennero tutte trasformate in sale per matrimoni. Fu “abolita” ogni danza perchè ritenuta “tascia” (poco fine), e dopo i tanti milioni spesi per menù avanguardistici creati da grandi chef, gli ospiti a fine serata andavano a mangiarsi un panino con la milza perchè dicevano “sugnu riunu, ma chi manciammu? un si capiu nienti” (ho digiunato perchè non ho compreso nulla di ciò che ci hanno propinato).
Una moda degli ultimi tempi è l’agriturismo, che fa sentire più “radical chic” e poi gli ospiti possono abbuffarsi con pietanze più comprensibili.
Ora i “super chic” che dispongono di proprie ville e giardini optano per superlussuosi catering, sperando solo che non li colpisca un bell’acquazzone. A fine serata organizzano feste “tipo discoteca”, solo per giovani, dimenticando tutto annegandosi nell’alcol, dopo aver rigorosamente mandato a casa nonnini e vecchie zie.

Ma la cosa che più mi colpisce di tutto il matrimonio è il cosiddetto “filmino del matrimonio”. O meglio la successiva tortura per amici e parenti che andranno a far visita ai neosposini, trasformandosi in veri e propri gruppi d’ascolto.
Un tempo il filmino era una sorta di documentario dell’evento. Ora è un vero film.
Insomma se prima il filmino era funzionale al matrimonio, ora è il matrimonio ad essere funzionale al filmino.

Il “fotografo” con velleità da regista dirige tutti come fossero attori. E anche gli sposi entrano in quel ruolo. Forse perchè non hanno la forza per ribellarsi o forse perchè tutti sognano prima o poi di sfondare nello spettacolo, si comportano come attori navigati degni del premio oscar. Sorrisi e sguardi “alla beautiful”, pose da copertina glamour, disinvoltura incredibile. Il fotografo decide come devono muoversi, cosa fare, dove guardare, non si muove una foglia senza il suo consenso.
Gli sposi a quel punto, come fossero al “grande fratello” sono disposti a tutto, corrono, si inseguono, lui prende in braccio lei, fanno l’altalena, anche le più timide mostrano la giarrettiera, si baciano a comando, rincorrono i parenti, urlano, ridono, fanno tutto ciò che la fantasia dell’ “aspirante Spielberg” del momento gli comanda. Ho visto scene di sposini seduti sul tetto della macchina in movimento, corsette con abbracci finali e salti degni di “ballando con le stelle” ripetuti più e più volte finchè non “riuscivano bene”.

Da un po’ di anni c’è una nuova moda, quella di fare le foto in posa di sera davanti ai più bei monumenti della città. Così passeggiando per Palermo si vedono questi set improvvisati. Tutto il cast è pronto. Gli sposini stanchi, ormai spettinati, con le pance traboccanti e i piedi gonfi, ma ancora nel loro ruolo di attori, i loro amici tutti agghindati che li osservano o partecipano come comparse alle scene, lo staff di fotografi che allontanano i passanti che curiosi osservano le riprese.
A vederlo esternamente è proprio una cosa stravagante!

Il risultato finale è un vero e proprio film che dura circa un’ ora e mezza, con musiche melodiche standardizzate, dove si vede di tutto tranne che il matrimonio. Tutti coloro che li guardano fingono grande entusiasmo, ma hanno preso almeno cinque caffè per reggere la situazione!

A fine evento le famiglie hanno speso un vero capitale, per le Chiese degli avidi preti, per le ville e il cibo, per parrrucchieri, estetisti, dietologi, abiti di gran classe, gioielli etc. Per noleggio auto, addobbi floreali, foto e video, confetti e bomboniere, alberghi e crociere di nozze.
Ma alla fine si sentono soddisfatti e sono pronti a dimenticare che ancora oggi l’amore può diventare un grosso business!

Una piccola chicca sanvalentinesca: racconta il Pitrè che a Modica le “zitelle” per sapere se si sarebbero sposate, e conoscere approssimativamente le fattezze del futuro sposo, la vigilia di San Valentino, si affacciavano alla finestra mezz’ora prima che sorgesse il sole. Se in quella mezz’ora passava un uomo, le nozze erano certe e le fattezze e l’età del passante avrebbero presagito quelle del futuro marito. Se non passava nessuno… niente matrimonio!

Si diceva:
“San Valintinu
Lu zitu è vicinu”.
Ed anche:
“San Valintinu
Primavera è vicinu”.

Qusta notte sconsiglio le interessate di imitare le donne di Modica, c’è il temporale e un freddo gelido, si rischierebbe l’influenza per aspettare un povero disgraziato che all’alba correrà sotto la pioggia, tutto imbacuccato, che con aria ostile starà per immergersi nel traffico per andare a lavorare! Non sarebbe proprio di buon auspicio!

Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.
Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)
Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.
Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).
Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.
Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.
Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!

Il Cannolo. Dolce di Carnevale e…non solo

in English on I Love Palermo

Uno dei dolci siciliani più famosi è il cannolo. Nasce come dolce tipico di carnevale ma si trova nelle pasticcerie in tutti i giorni dell’anno, anche in versione ridotta “i cannulicchi”.

Ultimamente, il cannolo è salito alla ribalta nazionale grazie a Totò vasa vasa (bacia bacia), il quale avendo come unico scopo della sua vita quello di rendere “alto” il nome della Sicilia nel mondo, decise di offrire una bella “Guantiera” (vassoio) di cannoli a tutti i suoi amici per “festeggiare” . Grazie a questo suo atto è riuscito a far vedere come in Sicilia ci sono dolci buoni, insomma… una bellissima operazione di marketing, come quella che aveva fatto già prima per pubblicizzare il tipico cappello siciliano, la coppola.

Ma io che amo i cannoli, quando devo mangiarli, cerco di rimuovere questo episodio, per evitare che mi facciano indigesto, perchè anche lo stomaco solido da palermitana d.o.c. ha i suoi punti deboli.

Il cannolo prende il suo nome dal termine “canna”, che è un arbusto con fusto cilindrico e vuoto, ma che in Sicilia è anche il rubinetto tipico degli abbeveratoi di un tempo, a forma appunto di canna.

Questo dolce fu inventato in un monastero di Palermo, dove per fare uno scherzo di carnevale, un prete mattacchione, fece uscire da uno di quei rubinetti la crema di ricotta al posto dell’acqua. Nessuno sa l’effetto che ebbe questo innocente scherzo nel malcapitato che aspettandosi un sorso d’acqua si vide arrivare della bianca crema, ma sicuramente l’invenzione del famoso dolce fu la più nobile conseguenza.

Il cannolo è composto da una “scorcia” (buccia), di cialda di forma cilindrica e di colore bruno, fritta nella “saimi” (strutto) con all’interno un ripieno di crema di ricotta di pecora. Per non dimenticare il tipico stile barocco tanto amato dai palermitani, è adornato con pezzetti di frutta candita, adagiati sulla ricotta che fuoriesce dalle due estremità. I cannoli vengono ormai esportati fuori dai confini della nostra isola, in questo caso però la cialda è al suo interno ricoperta di cioccolato, che serve a non far perdere la sua particolare friabilità con il contatto diretto con la ricotta. In altri casi la ricotta è condita con i canditi, ma a Palermo i canditi sono solo una guarnizione, la ricotta è arricchita solo con scaglie di cioccolato.

Il cannolo siciliano si trova in tutte le pasticcerie palermitane (e siciliane), ma tutti riconoscono che i migliori cannoli si trovano a Piana degli Albanesi, un piccolo centro a soli 24 Km da Palermo, fondato nel 1488 da un gruppo di profughi albanesi sfuggiti all’armata turca. Un luogo molto bello da visitare e da scoprire per le particolari tradizioni, per la sua storia, oltre che per gustare i cannoli più grandi e più buoni della Sicilia. A Piana durante il periodo di Carnevale fanno ogni anno una sagra del cannolo, quest’anno sarà il 10 Febbraio, distribuiranno circa 10.000 cannoli gratis, sarà un’occasione bellissima, sperando solo di non incontrare “qualcuno” travestito per carnevale con coppola e finto baffone modello siciliano, con una guantiera di cannoli in mano, per i turisti però potrebbe essere un attrazione in più, lo capisco.

Ecco adesso la ricetta:

La ricetta che ho scelto di pubblicare è quella originale di Piana degli Albanesi, dove viene usato lo strutto sia per l’impasto che per la frittura della “scorcia”. Alcuni però usano sostituirlo col burro (per l’impasto) e l’olio d’oliva (per la frittura).

I vegetariani che preferiscono non incappare nel grasso animale, possono fare questa sostituzione o se vogliono mangiarlo in una delle tanto rinomate pasticcerie palermitane, devono prima informarsi.

Per fare la forma del cannolo occorrono 10 cilindri di canne di bambù, di metallo o di legno lunghi 12 cm e di 3 cm di diametro, leggermente unti d’olio.

Scorcia di cannoli. (Foto di Judy Witts)

Per la cialda (scorcia):

200 gr di farina per dolci, 2 cucchiaini di zucchero, 20 gr. di strutto, 2 cucchiai di marsala, 2 cucchiaini di cacao, un pizzico di sale.

Per il ripieno: 1 Kg. di ricotta fresca di pecora, 600 gr. di zucchero, 1 bustina di vaniglia, scaglie di cioccolato fondente, 100 gr. di scorza di arancia candita.

Mescolare la farina con lo strutto, il marsala, lo zucchero e un pizzico di sale e impastate bene, si otterrà una pasta molle e compatta. Farla riposare per mezz’ora. Spianatela col mattarello a foglie sottilissime e ricavatene dei quadrati di 10 cm circa per lato, che avvolgerete diagonalmente, attorno ad un cilindro metallico o un bastoncino di legno. Saldate bene i lembi della pasta con una goccia d’acqua e friggere in un tegamino in olio bollente (o nello strutto). Mettere le scorcie in carta assorbente e attendete che siano fredde prima di togliere con molta cura il bastoncino che ne mantiene la forma.
Mescolare la ricotta con lo zucchero e la vaniglia. Setacciare (o frullare) e successivamente aggiungere le scaglie di cioccolato e mescolare delicatamente.

In fine riempire le cialde di cannolo con la crema di ricotta e guarnire con fettine di arancia candita o ciliegie candite. Spolverizzare i cannoli con zucchero a velo.

ALTRI PREMI

Ringrazio per questi graditissimi premi Germana e questa volta li giro a chi, tra i nostri preziosissimi lettori, vorrà pubblicarli.