Manifestazione degli Aquilani per L’Aquila

Ognuno percepisce la realtà a modo suo, c’è chi crede sia giusto che in una situazione di emergenza non si possa decidere del proprio destino, c’è chi crede che aiutare voglia dire sostituirsi, ma c’è anche chi vuole essere libero, chi vuole associarsi con gli altri per ricostruire in prima persona la propria vita e la propria città, e scegliere il proprio futuro, ringraziando chi aiuta, ma chiedendo anche di poter partecipare…

SABATO 30 MAGGIO 2009
MANIFESTAZIONE DEGLI AQUILANI PER L’AQUILA
Programma:
ore 10.30 ci si ritrova in Piazza della Fontana Luminosa (da lì si parte per poi raggiungere il centro storico del capoluogo)
Ore 15.00 Parco Unicef, Via Strinella Riunione Comitato Cittadini Centro Storico

si tratta di una manfestazione all’Aquila che si terrà domani in occasione del G8 all’Aquila per cercare di raggiungere il centro storico e rivendicare il loro diritto di viverlo e “calpestarlo”

Ecco il blog di Anna che ci scrive direttamente dall’Aquila.

Molti blogger stanno facendo girare l’invito alla manifestazione…

Passa Parola!

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Anni ’50. TUTTI A MARE

Visto che qui siamo già in stagione balneare, vogliamo condividere questo scritto di Emila Merenda (mamma di Evelin), che ci racconta delle vacanze dei palermitani negli anni ’50.

Tra il 1950 e il 1955, i termini “vacanze o villeggiatura” erano parole sconosciute e dal significato poco chiaro. Pochissime persone potevano permettersi le vacanze, il resto della gente, non conoscendo altro, si accontentava di trascorrere, almeno qualche giornata al mare.
Il posto più bello, era presso lo stabilimento “Charleston” di Mondello: un’insenatura naturale, sita sul lato ovest di Palermo, tra il monte Gallo e il Pellegrino. Un lungo arenile di sabbia bianca e un mare azzurro e trasparente, era ciò che si notava subito, ma la cosa più spettacolare, era la magia di quello stabilimento, costruito proprio sull’acqua.
Per la sua bellezza e raffinatezza, era di contro, più costoso; per raggiungerlo occorreva prendere due autobus e una mezza giornata costava più di una intera, trascorsa in altri posti.


Gli altri stabilimenti “economici“ erano quelli di “Romagnolo” e precisamente in località “Sperone”, lungo il litorale est di Palermo, tra S. Erasmo e la Bandita.
I più frequentati erano: la Taverna del tiro, i bagni Virzì e i bagni Italia.
Le cabine erano in muratura e rispetto alla spiaggia, erano più in alto; all’interno c’era un lavabo e un sedile in muratura e le aperture si affacciavano lungo una balconata.
La spiaggia era un misto fra scogli e ciottoli a degradare e per raggiungerla, c’erano scale di legno.

foto da internet

Non tutti i bagnanti avevano il proprio costume, i bambini indossavano le mutandine e alcuni adulti lo noleggiavano sul posto. Dato ch’erano di lana, appena bagnati, incominciavano a penzolare, assumendo un aspetto, a dir poco, “indecente”. Era d’uso togliersi il costume bagnato e indossare altro: le donne mettevano il “prendisole”, un abitino con le bretelle, mentre gli uomini rimettevano i pantaloni e la canottiera.

foto da internet

Quando giungeva l’ora del pranzo, se si rimaneva solo per la mezza giornata, si mangiava il pane con la frittata, accuratamente avvolta nella carta oleata, oppure con le melanzane fritte, ma se si rimaneva anche il pomeriggio, si portava da casa la “pasta al forno”. I pasti si consumavano dentro la cabina e terminavano con un po’ di caffè, accuratamente introdotto in una bottiglietta e si finiva di consumare il marsala rimasto, che si usava sorseggiare, appena usciti dal mare. Il pomeriggio si trascorreva sulla piattaforma di legno a forma di terrazza; i bambini giocavano, i grandi chiacchieravano, giocavano a carte e fumavano e i ragazzi s’intrattenevano a guardare le ragazze sperando, che prima o poi, nascesse qualche amore.

La riserva naturale di Capo Gallo

Ho già mostrato alcune foto della Riserva di Capo Gallo perchè è un luogo che adoro.
Per chi ama il mare, gli scogli e le passeggiate e soprattutto per chi non ama le spiagge affollate è questo il luogo ideale.
Quando l’aria si fa calda e si ha del tempo da dedicare a se stessi, la prima cosa che viene in mente è andare a mare. Se si ha la voglia di non arrivare subito su una spiaggia affollata e attrezzata, ma si ha la pazienza di allungare di un po’ il proprio approdo a mare, godendosi una passeggiata a piedi immersi nella natura, tra il mare e la montagna,
armati solo dell’essenziale, quindi non borse frigo, pasta al forno, “muluni” (anguria), sdraio, materassini, sedie e tavolini, ma solo una bottiglia d’acqua, poca frutta fresca, magari anche un panino col pomodoro, un telo mare e buona volontà, si arriva poi in un luogo speciale, suggestivo, su delle rocce impervie ma solitarie, con un mare pulito e dai colori cangianti,
sovrastati da uno splendido promontorio, con una vista bellissima.
La riserva di Capo Gallo si trova tra i due borghi marinari, di Mondello e di Sferracavallo,
foto da www.balarm.it
è un tratto di costa che circonda un promontorio dall’aspetto suggestivo, ricco di preziosi lasciti che ci ha donato la natura ed anche il passaggio degli uomini e delle donne che lo abitavano in epoche preistoriche.
Alla cima del Monte Gallo si erge una costruzione, il semaforo borbonico (che si raggiunge attraverso un lungo percorso a piedi, dal versante di Pizzo Sella, luogo molto famoso per lo scempio creato dall’abusivismo edilizio).
Il semaforo negli ultimi anni è stato abitato da un eremita, che si è rifugiato lassù per sfuggire probabilmente dalla vita caotica della società, colpito, da quanto mi hanno raccontato amici che sono andati a trovarlo, da una “mistica illuminazione”. Quest’ uomo, al di là delle sue convinzioni, si è comunque scelto per vivere un vero paradiso terrestre (da cui tante volte hanno cercato di cacciarlo via), con una vista strepitosa (in certe giornate si vedono anche le isole Eolie), e ha trasformato l’edificio in cui vive in un luogo particolare, decorando tutte le pareti con dei minuscoli sassolini raccolti a mare, fino a formare dei mosaici.
Non so se adesso vi abita ancora, le mie ultime notizie risalgono ad un paio di anni fa, ma quando nelle giornate di sole, alzo gli occhi e riesco a vedere quella costruzione, immagino che sia lì a godersi la sua serenità e a creare le sue “opere d’arte” .

Tornando alla riserva, ho detto appunto che c’è l’ingresso da Pizzo Sella, ma le due entrate principali sono quella di Sferracavallo (Barcarello) e quella di Mondello (dalla Torre, fino al faro). In entrambi i casi l’accesso è su due strade private, dalla parte di Mondello si può accedere anche in auto (per un tratto) pagando un omone che sta lì per questo, dal lato di Sferracavallo si va solo a piedi (gratis). I sentieri dei due ingressi non si incontrano, per cui per vedere la parte centrale della riserva, dove si trova la meravigliosa grotta dell’Olio, si può andare solo in barca.

La riserva nella sua interezza è ricca di un patrimonio naturalistico che pochi conoscono, fiori e piante rarissime,

come il Limonio di Palermo e le orchidee selvatiche etc. Le rocce del promontorio sono il rifugio per volatili quali il falco pellegrino, la cicogna bianca, il gabbiano reale…ma non approfondirò questi aspetti perchè non sono un’ esperta e queste informazioni più dettagliate si trovano sui siti dei parchi naturali.
Il fatto è che si tratta di un luogo favoloso, da proteggere e valorizzare, dove sono stati ritrovati molti reperti archeologici, che ci regala parte della nostra storia.

Il percorso che prediligo, è quello che parte da Barcarello.

Si passa a piedi da una piccola apertura in un cancello privato, si percorre un sentiero fino ad un altro cancello del comune e oltrepassandolo comincia un bellissimo viottolo delimitato da uno steccato di legno.
Si incontrano boschetti di pini marittimi,
fiori dai colori accesi,
si vedono i gabbiani appollaiati sulle rocce,
si incontrano poche persone che camminano nel viottolo che sicuramente non sporcheranno nulla perchè chi va lì generalmente rispetta l’ambiente, e poi si arriva al mare arrampicandosi tra le pietre o scendendo tramite scalette.
Alla fine del percorso c’è un’area con una capanna di legno che a volte viene gestita da coperative di giovani, ma più spesso è abbandonata.
Lo spazio è tanto ed è bellissimo tuffarsi in quel mare spesso caldo, vedere i pesci, i ricci, le patelle, arrampicarsi per risalire a riva, io mi graffio sempre un po’ le gambe, ma ne vale la pena,
la mia congenita “lagnusia” (pigrizia) per un po’ si interrompe e poi si riaccende quando si trova uno scoglio “anatomico” dove ristorarsi
e magari allietarsi con un bel panino o della frutta, che non bastano mai… perchè, è certo, l’aria di mare apre lo stomaco e noi palermitani, anche quando ci rifiutiamo con convinzione di farlo, anche quando non lo ammetteremmo mai, nel nostro dna abbiamo tanto il desiderio di un bel piatto di pasta al forno mangiato sotto il sole cocente e con vista mare….

Falcone, un siciliano. I siciliani possono essere anche questo…

23 Maggio 1992. Non dimentichiamo…

"Purpu vugghiutu". Polpo bollito

Tra i cibi di strada più amati dai palermitani che d’estate si dilettano a frequentare le zone marinare vicine alla città, uno tra i più amati e il polpo bollito qui detto “purpu vugghiuto”.

Nella piazzetta di Mondello si trovavano tantissime bancarelle dei purpari, dove veniva venduta questa delizia del mare.

foto Judy Witts
Certo queste bancarelle in lamiera ostruivano la vista sul mare e non sempre era possibile garantire il rispetto di tutte le norme igieniche (come del resto avviene per quasi tutto il cibo di strada palermitano).
Fu per questo che a metà degli anni ’80 tutte le bancarelle furono rimosse dalla piazzetta di Mondello, tra le proteste di chi amava tanto gustare il polpo caldo caldo, sentendo il profumo del mare.

Bisogna ammettere che le bancarelle in lamiera erano veramente bruttine, però avevano un fascino tutto particolare, popolare, ed erano un motivo di attrazione per i palermitani, ma anche per i turisti colpiti da tanto folklore.

Per quanto riguarda la questione igienica, i palermitani non avrebbero avuto troppi problemi, visto lo stomaco immunizzato da tutto, grazie ad anni di allenamento ai cibi più bizzarri, più pesanti e ai luoghi non sempre puliti…
certo per i turisti meno abituati poteva essere più rischioso, una vera “prova di coraggio”, anche se devo dire che mai ho sentito dire di gente che ha avuto problemi col nostro cibo, col Mac Donald si!

Ritornando ai purpari di Mondello, alcuni di questi si sono trasferiti all’interno dei ristorantini, per continuare la loro storica attività.

Il polpo bollito si può trovare anche a Sferracavallo (insieme ai ricci e alle cozze),

nella borgata di Romagnolo (anche qui diverse bancarelle sono state abbattute) e a volte anche nei Mercati storici di Palermo.

I polpi venivano bolliti in pentoloni (i più tradizionali in creta) colmi di acqua di mare, e poi serviti su piatti di ceramica accompagnati solo da una spruzzatina di limone. C’era tutta una ritualità nel cucinarli e nel servirli, e una grande competenza nello scegliere i più teneri (le femmine) o i più pregiati (i maiolini).

Per cuocere il polpo c’è un “segreto” da sapere, bisogna far bollire l’acqua (salata abbondantemente, visto che non è poi così agevole usare direttamente quella del mare…), e immergere il polpo (precedentemente lavato) tenendolo per la testa (che poi è lo stomaco), per ben tre volte, calandolo e uscendolo dall’acqua.
Questo trucco credo serva per un motivo esclusivamente estetico, per far arricciare i tentacoli “ le granfe” verso l’alto, ma nessun palermitano si permetterebbe di fare diversamente.
Quando l’acqua riprende a bollire, si calcolano dieci minuti (tenendo il coperchio della pentola semichiuso), poi si spegne il fuoco e si fa rimanere il polpo nell’acqua calda per almeno un’ora, così verrà sicuramente tenero, o almeno lo spero, perchè anche quella del purparo è una vera arte!

I veri amatori lo mangeranno solo con l’aggiunta del succo del limone, ma è ottimo anche all’insalata, tagliato a pezzetti (svuotando la testa, anche se c’è chi ama mangiarne il contenuto dal colore poco invitante) e condito semplicemente con olio, limone e prezzemolo fresco.

Una curiosità, quando il caffè viene un po’ “lento” ossia annacquato, si usa dire con aria sdegnata: “ma chi è acqua i purpu?” (ma cos’è, acqua di polpo?).

Il Lago di Piana degli Albanesi

In Sicilia il motivo di attrazione più forte è di certo il mare. Ci troviamo in un’isola quindi è anche normale che sia così, ne siamo circondati, avvolti, coccolati. Il mare che varia continuamente, le coste completamente diverse che si susseguono seguendo il perimetro di questa terra triangolare.
Le scogliere rosse di Terrasini e quelle bianchissime della Scala dei Turchi, le baie, i golfi , a nord la spiaggia chiara di San Vito lo Capo che rende il suo mare azzurro intenso e la sabbia giallo oro del sud, il mare nervoso e agitato e il mare sempre piatto e trasparente, i ciottoli sottili di Gioiosa Marea, l’isoletta fiabesca di Taormina, panorami sempre diversi e sempre affascinanti.
Il nostro mare spesso trascurato e ferito, il mare che dona vita e alimentazione, il mare che promette a chi scappa da una vita impossibile un futuro diverso e la libertà, ma spesso la tradisce diventando un luogo di morte o di deportazione, il mare amico e nemico nello stesso tempo, quello che sa essere una grande lacrima o fonte di ristoro, luogo di approdo e di amicizia.
Ma oggi non parlerò del nostro mare, bensì di un lago. Il lago che dona quiete, il lago che non ci basta mai perchè non è aperto e infinito come il mare, ma che con la sua dolcezza bagna le terre aride dell’interno della Sicilia, rendendole meno brulle e che ci regala la sua acqua per dissetarci.
Il lago di cui parlerò è quello di Piana degli Albanesi, un piccolo centro a circa 20 km da Palermo, fondato nel 1488 da alcuni esuli albanesi, fuggiti dalla loro terra di origine a causa dell’avanzata turca. A Piana la cultura bizantina si mischia con quella barocca, influenzata da Pietro Novelli. Si continuano a mantenere le tradizioni e i costumi originali , la lingua arbëreshë, la religione greco ortodossa. Si mangiano i cannoli più buoni del mondo è c’è pure un lago.

Si tratta di un lago artificiale, creato negli anni ’20, sbarrando con una diga il fiume Belice.

Questo lago è circondato da una piccola catena montuosa le cui vette più alte sono i monti Maganoce, Kumeta e Pizzuta.

Intorno al lago domina la natura e la tecnologia umana che lo ha reso tale. Tutto è ricoperto da un manto verde e fiorito,

ci sono dei boschetti nei quali poter godere dell’ ombra. Ci si può rilassare, o c’è ci pesca.
C’è un’area attrezzata ma anche tanto spazio libero.
Ci si può sdraiare sull’erba fresca e godere di un panorama fantastico,

sentire il profumo della natura, ascoltare il silenzio, interrotto ogni tanto dal vocio di qualche bambino che è sempre piacevole o il ronzio di un ape che a quel punto non terrorizza più perchè si è parte dell’ambiente.

Insomma si capisce che mi è tanto piaciuta la mia scampagnata a Piana degli Albanesi, il panino con la frittata con i carciofi e la compagnia dei miei cari.

Io amo infinitamente il mare, è la mia passione anche se non sono una gran nuotatrice, non pesco e non faccio immersioni subacquee.
A me il mare piace soprattutto guardarlo ed ascoltarlo, e poi adoro starci dentro, quando è gelido come quello di Porto Palo a sud della Sicilia, ma ti ritempra, oppure quando e più tiepido e puoi starci per ore senza stancarti mai. Mi piacciono gli scogli all’apparenza scomodi, ma in realtà accoglienti e solitari, e da piccola amavo la sabbia ma solo per fare i miei fossati e delle rudimentali sculture a forma di sirena, aiutata da mia madre.

Devo ammettere che fin ora non avevo mai mostrato interesse per i laghi, però mi sono ricreduta, sono belli e magici, e poi quando c’è una diga immagino che il mare non è poi così lontano, basta solo seguire il corso del fiume…

I palermitani e la passeggiata…Mondello

foto di Jan-Luc Moreau

I palermitani la domenica fanno la “passiata” (passeggiata). E’ qualcosa a cui difficilmente si rinuncia, è un occasione per vestirsi bene, infatti se si vede qualcuno “tutto allicchittato” (agghindato) in un giorno diverso della settimana si usa dire “ma chi si vistutu di duminica?” (ma ti sei vestito per la domenica?).

E’ il momento in cui si compra il “gelatino” ai bambini e si prende un po’ di aria buona (anche se spesso ci si trova a fare la gimcana tra le macchine parcheggiate sui marciapiedi ed i poveri neonati, dal basso dei loro passeggini, respirano direttamente l’aria buona che esce dai tubi di scappamento delle auto… ma non tutto si può avere!).

Ci sono dei luoghi precisi adibiti alla passiata, che infatti la domenica si affollano di persone che tutte insieme si ritrovano come se si fossero date un appuntamento. In città si va in Via Libertà o “A Marina” (al foro italico), fuori porta si va a Mondello. Diversi sono i luoghi per il Sabato pomeriggio, dove più gettonate sono Via Ruggero Settimo e magari anche Corso Livuzza (Corso Finocchiaro Aprile) per fare shopping.

Ma torniamo alla domenica, quando non sempre la passeggiata è proprio rilassante. Intanto comincia a casa col “bagno della domenica” (anche se fortunatamente ai giorni d’oggi il bagno o la doccia non si limitano più solo ad un giorno a settimana, come tanti anni fa in cui era solo la domenica il giorno dedicato propria igiene personale) e poi l’operazione del vestirsi, nella quale i più penalizzati sono i bambini che scomodissimi sembrano fuoriusciti direttamente dalle vetrine dei negozi, con gonne a palloncino, scarpine verniciate, gilet per i maschi etc (oggi però devo ammettere che “i piccoli della specie umana” più alla moda sembrano invece usciti da trasmissioni televisive, perchè vestiti in stile hip hop o discotecaro, i maschi di due tre anni con i pochi capelli pieni di gel e dritti sulla testa e le femminucce con occhiali da sole e mollettine sui capelli).

Poi bisogna prendere la macchina per raggiungere il luogo prescelto e questa è la cosa più terribile perchè quando si arriva si è già nevrotici per aver affrontato il traffico pazzesco, aver lottato come un eroe nella giungla, aver fatto la guerra con i clacson e aver rischiato di far cadere almeno quattro o cinque motorini che ti sfrecciavano ai lati. Quando si arriva nei pressi del luogo della passeggiata, già stanchi, c’è un’altra dura prova da affrontare, la ricerca del parcheggio. Si gira intorno come delle trottole, perchè i veri palermitano vogliono trovare un posto vicino al proprio obiettivo “è vero che si deve passeggiare, ma non si deve esagerare…” . E finalmente via a camminare sgomitando fra gli altri, mangiandosi il proprio cono gelato gocciolante sul vestito buono…

Ma digressioni a parte, il luogo più amato per la domenica e non solo, quello che è ritenuto la “Piazza di Palermo” per l’estate, il luogo balneare per eccellenza dei palermitani, il posto dove mangiare gelato, pane e panelle o polpo bollito, è Mondello.

foto di Jan-Luc Moreau
Mondello ( a pochi chilometri da Palermo) in origine era un villaggio di pescatori, immerso in uno splendido golfo delineato da una spiaggia bianchissima e dal mare di un colore azzurro intenso.

Nel 1891 la zona prima paludosa fu bonificata, e si cominciò un’opera di colonizzazione e di edificazione, dovuta anche a una società italo-belga che prese in concessione tutta la zona. Vennero costruiti nei primi del ‘900 dei villini in stile Liberty e fiammingo,

ed un imponente stabilimento balneare che divenne la meta estiva per i palermitani più privilegiati.

Oggi Mondello è un luogo frequentatissimo, pieno di ristoranti e paninerie, gelaterie, chioschi, negozi etc. In estate vi si svolgono manifestazioni sportive e eventi musicali. La spiaggia che in primavera o inizio estate è stupenda, durante l’estate diventa affollatissima, anche perchè in gran parte occupata da cabine di legno colorate di bianco e azzurro.

E’ un luogo di aggregazione per i più giovani soprattutto quando avvicinandosi la bella stagione decidono di “buttarsela” (marinare la scuola) e riversarsi tra la spiaggia e il lungomare.

Ciò che rende Mondello veramente particolare, a parte la spiaggia e il mare,

è il bel porticciolo con le sue barchette colorate,

i pini e le palme che adornano il lungomare,

ma soprattutto l’architettura delle ville (tra cui la famigerata villa disabitata e “stregata” che nessuno oserebbe valicare) che dona un fascino particolare a questo luogo che merita veramente di essere visitato.

E poi all’estremità di Mondello, c’è Capo Gallo riserva naturale di grande bellezza… ma questo è già un nuovo argomento….
Foto varie di Luigi Lo Nano e Karin Costa

Veri “falsi” d’autore gastronomici. Le sarde allinguate e fritte.

La particolarità della cucina palermitana, come ho già scritto altre volte, è data dall’ armonia di differenti stili e sapori provenienti da differenti culture.

E’ una cucina che ha come sottofondo una precisa filosofia che vede come motivo fondante lo scontro o incontro tra il bene e il male, tra gli opposti, che a tavola si esprime sotto forma dell’accostamento tra agro e dolce.

E’ una cucina elaborata nelle corti degli emiri arabi e consumata all’interno dei mercati dove era d’uso comune mangiare con le mani, tra il vocio e le urla della gente. Si è arricchita dell’eleganza e della raffinatezza donata dalla cultura francese, grazie alla professionalità dei cuochi d’oltralpe, i Monsù (dalla sicilianizzazione del termine francese Meussieur) che allietavano, con i loro piatti a base di cacciagione, pesce e salsine gustose, i nobili francesi.

L’arte culinaria si trasferisce poi dalle corti ai monasteri, dove erano le mani delle numerose suore, che per vocazione o per necessità, trascorrevano in preghiera la propria vita, a sperimentare nuovi dolci o quella che oggi chiamiamo “rosticceria”, da mandare alle proprie famiglie lontane o da vendere per avere un proprio sostentamento.

La cucina palermitana popolare, traendo ispirazione da tutti questi spunti, si è poi definita nelle case delle famiglie semplici, che ambivano a imitare le corti dove le tavole erano imbandite con fasto e splendore. I palermitani più poveri non si accontentavano di ascoltare i racconti riguardanti i Monsù e le corti, non si accontentavano di sentire il profumo invitante che fuoriusciva dai palazzi, volevano avere anche loro il diritto di gustare quelle delizie, ma c’era un limite al loro diritto, quel limite era la povertà. Non disponevano di ingredienti prelibati da cucinare, non avevano pesce fresco, uccelletti, quaglie, etc. Ciò che potevano permettersi erano le verdure, i legumi, le sarde (non proprio freschissime), il pesce sotto sale o sott’olio. Però possedevano un ingrediente importantissimo, il più importante, la fantasia.

Così dei cibi poverissimi potevano essere dei perfetti surrogati di quelli originali, e il risultato erano piatti deliziosi, dei veri “falsi d’autore gastronomici”. Bastavano salsine agrodolci a base di capperi e olive, la salsa “assassunata” (a base di aglio e olio), pangrattato, uvetta etc. per valorizzare qualunque pietanza.

Fu cosi che le sarde furono mimetizzate e trasformate in beccafichi (uccelletti prelibati), le melanzane tagliate sui lati e fritte assunsero l’aspetto delle quaglie, sempre le melanzane sostituirono il pesce capone (lampuga) nella caponata, si friggeva la milza per avere l’idea di mangiare “carne vera”, le fave venivano cucinate “a cunigghiu” forse per illudersi che tra quei legumi si trovavano tocchetti di conigli da cacciagione, e le sarde venivano aperte e deliscate per somigliare alle prelibate sogliole che i nobili spagnoli chiamavano “lenguado”, così le sarde palermitane divennero “allinguate” ovvero “sarde a sogliola”. Si usava il tonno sott’olio, l’ uva passa per addolcire e i pinoli per “disinfettare” lo stomaco, i ceci per creare deliziose frittelle, le frattaglie per imitare stufati di carne, e non si buttava niente, tutto poteva essere trasformato in delizia, dalle foglie vellutate della pianta della zucca, chiamate tenerumi , insaporite da aglio e olio, alle cartilagini soffritte nello strutto (frittola) e persino i residui della frittura di panelle e crocchè (arrascatura) da mangiare nel panino.

La ricetta di oggi è molto semplice, si tratta delle “sarde allinguate” e fritte, la cui particolarità è quindi quella di sostituire le sogliole.

Le sarde vengono pulite, diliscate e aperte a mo’ di libro, tanto da assumere proprio la forma piatta della sogliola.
Vengono lasciate per almeno mezz’ora a bagno nell’aceto. Dopo averle fatte macerare, si passano nella farina e poi nel pangrattato (muddica) a cui si è aggiunto un pizzico di sale. Si immergono poi in una padella colma di olio d’oliva bollente. Quando sono ben dorate si tolgono dall’olio e si mettono in un piatto con carta assorbente. Si gustano “belle calde”.