U Putiaru (fruttivendolo), le sue stranezze e l’insalata vastasa con patate vugghiute e cipolle infornate

A Palermo sopravvivono ancora tanti strani mestieri, ma alcuni che sembrerebbero più usuali conservano in sé delle piccole particolarità.
Il mestiere di cui parlerò adesso è il fruttivendolo, qui detto “putiaru”, ambulante o statico che sia.

foto Judy Witts

Ognuno a Palermo ha il proprio fruttivendolo “parruccianu”, ovvero fruttivendolo di fiducia.
La parola parruccianu credo derivi da parrocchiano, un paragone ardito che sta ad indicare un negoziante dal quale vai almeno una volta la settimana, quello con il quale puoi confidarti, quello che ti da ottimi consigli, quello che non ti fregherebbe mai.
Ciò che ti offre non è un supporto spirituale, ma di tanto in tanto ti risolleva l’animo, sempre che, nel caso si tratti di un fruttivendolo, non ci si concentri sul salasso rappresentato dal conto finale, spesso molto salato, visti i tempi che corrono.
Il putiaro parrucciano si giustifica dicendo ai suoi parrucciani (anche i clienti prendono questo nome) che lui tratta solo i prodotti migliori, quelli “freschi”, quelli “buoni”, quelli raccolti nelle vicine campagne, soltanto la frutta che magari ha il verme dentro ma che è dolcissima, la sua anguria sarà di certo matura, ed i carciofi esclusivamente di Cerda, l’aglio non è mai cinese, etc. E così tutto soddisfatto il cliente torna a casa con lo stipendio dimezzato.

foto Judy Witts

Alcuni fruttivendoli vengono definiti “giovenco”. Sono quelli costosissimi, che vendono le primizie, anche se ormai è difficile riconoscerle e trovarle, perchè tutti i tipi di frutta e ortaggi si trovano in ogni periodo dell’anno. Ma quando non era ancora così, c’erano dei fruttivendoli specializzati nel vendere i primi frutti di stagione, che erano molto desiderati ed attesi e quindi costavano tantissimo.
Mi domandavo l’origine del termine giovenco (usato dai meno giovani), alla fine ho scoperto che Giovenco era il cognome di un fruttivendolo che si trovava tanti anni fa al centro di Palermo (oggi rimane solo l’insegna), che era appunto tra i più cari e tra i più forniti di primizie.

Quando a Palermo si va dal fruttivendolo, soprattutto nei mercati, e magari non dal proprio parrucciano, ma da uno sconosciuto, c’è da affrontare un dilemma.
“Si può scegliere ciò che si desidera, e ancora di più si può toccare la merce?” . E’ pur vero che esistono clienti molto esigenti, che non chiedono semplicemente la merce che desiderano, ma guardano con perizia le cassette e segnano con convinzione al fruttivendolo ogni singolo pomodoro, mela, carciofo etc, perchè scelgono “a simpatia”. Ma ancora di più ci sono clienti che per acquistare devono necessariamente fare il “test tattile”, ovvero toccare con mano frutta e ortaggi per valutarne scientificamente la giusta maturazione.

Dinanzi a queste azioni ci sono differenti reazioni.
Si può incontrare il fruttivendolo tollerante che dice: “signura sa scigghissi lei” (signora la scelga da sé, così è più contenta), ma si può rischiare di incappare in quello che reagisce con vera ira, perchè se c’è una cosa che i fruttivendoli proprio non sopportano è l’aver palpata la propria frutta dai clienti occasionali, quelli che ti rovinano la merce ammaccandola tutta e magari alla fine se ne vanno senza comprare nulla. A chi invece indica la frutta senza toccarla, magari è capitato che rispondano: “se vuoli chidda, s’avi a pigghiari puri chista e chista” (se vuole quella da lei prescelta, ora deve comprare anche l’altra che io le impongo). Ciò avviene perchè il fruttivendolo generalmente quando prepara il “coppo” (involucro di carta avvolto a forma di cono utile a contenere frutta), veloce come un prestigiatore prende alcuni frutti dal fondo della cassetta, quelli meno buoni, “purriti” (marci) e brutti, e li nasconde sotto altri frutti bellissimi esteticamente e buoni, che preleva dalla parte più esposta della cassetta.

Se quindi si ha l’ardire di sconvolgere questa pratica, e di rovinargli l’affare, lui potrebbe adirarsi tantissimo ed importi a quel punto la sua volontà, e se capita un fruttivendolo robusto non si ha altra scelta, se non dileguarsi in fretta.

Foto Jan-Luc Moreau

Per tutti questi motivi è preferibile avere il putiaru parucciano, così non servirà nemmeno scegliere, perchè sarà lui ad offrire solo i prodotti migliori, e lo si rende felicissimo con poche frasi tipo “ me la scelga lei che è un esperto” oppure “io mi fido solo di lei che mi da sempre roba buona”.

Il fruttivendolo dei mercati “abbannia” la sua merce, la pubblicizza con slogan, chiama le signore attribuendo nomi inventati tipo “signora Maria”, invitandole a “taistare” (assaggiare) un frutto per testarne la bontà, ripete litanie e cantilene, urla e allunga tutte le vocali delle parole tipo “accaaattaaativiii iii paataaatiii” (comprate le patate), oppuure “a voooliii unaa trizzaaa r’agghiiiaaaa” (vuole una treccia d’aglio) etc. Questo rende ancora più belli e caratteristici i nostri mercati. Ma questo aspetto merita un post a parte.

foto Judy Witts

Ma un’altra cosa molto caratteristica dei fruttivendoli palermitani è il loro fast food. Nel pomeriggio infatti è possibile, che nelle putie (negozi) di frutta e verdura, appaiano dei grossi pentoloni di rame o di stagno fumanti, che contengono ortaggi vugghiuti (bolliti), come le patate, la fagiolina (fagiolini), i carciofini domestici, lasciati ammollo a tanta acqua calda. Sono spesso anche esposte delle teglie da fornaio dove sono disposte ordinatamente le cipolle infornate o i peperoni.

foto Judy Witts

Per i palermitani è immancabile andare dal fruttivendolo e ritirarsi senza le proprie patate vugghiute e cipolle infornate. Sono necessarie per fare una bellissima insalata vastasa (volgare, grezza), contorno apprezzatissimo per ogni cena in famiglia.

Bisogna dire che le patate vugghiute del putiaro hanno un sapore del tutto diverso da quelle fatte in casa, sono buonissime, profumate, la cottura è perfetta, a volte i veri palermitani doc non riescono a tornare a casa senza averne addentata una per strada. Qual’è il segreto? Ho chiesto al mio parrucciano e mi ha risposto che a parte il pentolone stagnato, il vero segreto è la quantità di patate che si fanno bollire e “udite udite”, l’acqua sporca (per la gran mole di patate coperte di terra). Da noi non esistono tabù sull’igiene, è il venditore stesso ad ammetterlo con orgoglio!

foto Judy Witts

Ecco la semplicissima ricetta dell’insalata “vastasa” alla palermitana: patate vugghiute (pelate e tagliate a pezzi), cipolla infornata (precedentemente sbucciata ed affettata grossolanamente), pomodori rossi tagliati a spicchi, fagiolini vugghiuti, olive verdi o nere, olio extravergine d’oliva (abbondante), aceto, sale e pepe. E’ una vera goduria, velocissima da preparare quando sono ormai le otto di sera e non si hanno ancora idee per la cena.. Certo il risultato è ideale se i componenti sono quelli comprati già cotti dal fruttivendolo, in mancanza, si potranno preparare in casa, e se ci vuole troppo tempo per fare le cipolle infornate, si potranno usare crude, magari dopo averle spremute col sale e sciacquate, per renderle più digeribili.

Le patate vugghiute, se si volesse rinunciare all’insalata, sono ottime anche “a stricasale”, pelate e semplicemente intinte in un po’ di sale, adatte per l’ipertensione…

p.s. Un saluto a Fabio, il nostro parrucciano grazie al quale adesso mangiamo molta più frutta!

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A pasta c’anciova, un primo piatto palermitano.

C’è un primo piatto da annoverare tra quelli più importanti della cucina palermitana doc, tra
i più caratteristici proprio per quel gusto particolare che armonizza al meglio il dolce ed il salato.Questo piatto nasce, forse, come alternativa molto valida, alla più famosa pasta con le sarde, la cui preparazione era però limitata al periodo in cui si potevano facilmente trovare le sarde fresche e soprattutto i finocchietti di montagna, e quindi intorno all’inizio della primavera.

Certo adesso ci si può allietare con questa fenomenale pasta in tutte le stagioni, grazie ai freezer che permettono di congelare gli ingredienti necessari e scongelarli in ogni momento dell’anno, anche se l’aroma dei finocchietti appena raccolti rimane sempre impareggiabile.
Fino a pochi anni fa però i congelatori non c’erano, e quindi la preparazione della pasta con le sarde, nella sua forma originale, rimaneva limitata alla stagione primaverile.

Un altro elemento da non sottovalutare era anche il costo abbastanza elevato di un elemento fondamentale di questo primo piatto, lo zafferano, che non tutti potevano permettersi, ed è forse per queste ragioni che ci si impegnò ad inventare un nuovo piatto molto gustoso che somigliasse in parte al più famoso originale, riproponendo un gusto similmente dolce e salato, con la presenza del pesce e dove il giallo dello zafferano era reso più intenso, grazie al rosso ambrato dell’ “astrattu” (estratto di pomodoro).

Quindi parliamo di una sorta di cugina della pasta con le sarde, ma in versione ancora più povera e dagli ingredienti sempre reperibili. E’ infatti da segnalare che tutti gli elementi che servono a creare questo primo piatto, sono “non freschi”, ma “prodotti di conserva” e quindi sempre presenti e soprattutto anche facilmente trasportabili.
Altre fonti infatti raccontano che “a pasta c’anciova”, sarebbe stata inventata dagli emigranti, che durante l’estate facevano incetta, nella propria terra di origine, di una serie di prodotti che poi trasportavano nel freddo Nord e che cucinavano in casa, per non dimenticare il sapore della Sicilia. Alcuni (ma io non lo sapevo, credo quindi che questo avvenga in altre città siciliane) chiamano questo piatto “ a pasta milanisa”, una pasta totalmente siciliana, ma inventata a Milano (dove per Milano si è soliti intendere tutto il Nord Italia).

Un’altra ipotesi è che questa pasta fosse frutto dell’ingegno dei braccianti, che potevano facilmente prepararla durante le pause del duro lavoro, perchè gli ingredienti si potevano trasportare facilmente e la preparazione era abbastanza rapida.

Insomma a pasta c’anciova è buonissima, a Palermo si usa prepararla esclusivamente usando il formato “margherita” che raccoglie deliziosamente il condimento. Gli ingredienti fondamentali sono l’estratto di pomodoro, che d’estate si preparava in tutte le case di campagna mettendo ad asciugare al sole, per diversi giorni, della polpa di pomodoro, in modo che l’acqua evaporasse, fino ad ottenere un concentrato di pomodoro molto gustoso.

foto Judy Witts
Scrivendo mi viene in mente il profumo particolare emanato dalla salsa baciata dal sole, un po’ acidulo e pungente, molto intenso, quasi impregnante, un odore per così dire “casalingo”, “familiare”, “ancestrale”, uno di quegli odori che respiri durante l’infanzia e mai più riesci a dimenticarlo, perchè diventa parte di te, come una sorta di genetico bagaglio di ricordi olfattivi.
Altro ingrediente, appunto l’anciova, ovvero l’acciuga sott’olio o ancor meglio sotto sale,
Foto Judy Witts
e poi aglio o cipolla, uva passa e pinoli (sempre per la loro funzione antibatterica) e soprattutto la “muddica atturrata” (pangrattato abbrustolito). Il connubio risulta davvero insuperabile!Ingredienti:

400 gr di pasta margherita, mezza cipolla, uno o due spicchi d’aglio, alcune acciughe salate o sottolio, 200 gr di estratto di pomodoro (si può anche usare il concentrato nei barattoli), 100 gr di pangrattato, una manciata di uva sultanina e pinoli, olio extravergine d’oliva sale e pepe.Preparazione:
Tritare finemente la cipolla e soffriggerla in abbondante olio evo. Appena è appassita unire uno spicchio d’aglio (privato del germoglio interno e diviso in quattro parti per lungo) ed i filetti d’acciuga (precedentemente privati di spine e sciacquati) e continuare a soffriggere facendo sciogliere l’acciuga. Aggiungere l’estratto di pomodoro e un pò d’acqua calda (uno o due bicchieri), unire l’uvetta sultanina (tenuta per un po’ in acqua) e i pinoli. Far cucinare per circa un quarto d’ora fino a quando la salsa sarà abbastanza densa.
Nel frattempo bisognerà preparare la “muddica atturrata”.

Alle persone particolarmente logorroiche si usa dire ironicamente, che per ottenerne l’effetto, basterebbe soltanto che parlassero con il pangrattato… questo perchè a Palermo, “atturrare” significa, oltre che abbrustolire, anche “stressare” con la dote della favella.
Scherzi a parte si mette in una piccola padella un po’ d’olio (c’è anche chi aggiunge dell’ altra acciuga), il pangrattato, sale e pepe. Mescolare continuamente con un cucchiaio di legno, fino a quando non si raggiunge un colorito ambrato.Quando tutto è pronto, è già il momento di cucinale la margherita, scolarla, rimetterla in pentola con parte della salsa, dividere nei piatti, cospargere ogni piatto di pasta con abbondante pangrattato e alla fine aggiungere nuovamente la salsa.Una piccola nota, c’è chi questa pasta la prepara senza la cipolla, solo con l’aglio, o viceversa. Io preferisco usarle tutti e due gli ingredienti, per la serie “non facciamoci mancare niente”, ma il risultato è ottimo. C’è anche chi usa la pasta d’acciuga, ma è un poco triste, va bene solo nei momenti di emergenza. Per chi non disponesse di estratto “fatto in casa”, lo potrà sostituire con il concentrato di pomodoro reperibile in tutti i supermercati, certo il sapore è lievemente diverso, meno intenso, ma pur sempre gradevole.

E finalmente buon appetito! E visto quanto sono logorroica (almeno nella scrittura), spero di non avervi “atturrati” troppo, mi impegnerò a farlo solo con la muddica!

Le caldarroste a Palermo

Ho spesso detto come a Palermo sia di grande importanza lo “street food”.
Esistono dei cibi che potrebbero essere anche preparati in casa, ma pochissimi palermitani scelgono questa possibilità, perchè il mangiarli per strada non ha pari, sia per il bello di degustare all’aperto, sia per il gusto differente che assumono.
E’ possibile che gli ambulanti usino degli ingredienti segreti, perchè è proprio difficile riuscire a riprodurre certi sapori a casa.

Mettiamo le panelle o il panino con la milza, possono essere preparati in casa, ma mai avranno quel gusto particolare e caratteristico, mancheranno delle “sfumature”.

E’ certo che l’olio o lo strutto che dagli ambulanti vengono fritti e rifritti, mantengono un sapore “vissuto” che nessun grasso animale o vegetale usati in casa e sicuramente puliti e cambiati con frequenza, potranno mai avere.
Un altro esempio è lo sfincione dello sfincionaro, che così morbido e gustoso è impossibile da imitare, lo slogan con cui viene publicizzato è: “Scarso r’ uogghiu e chino i pruvulazzo” (con poco olio e molta polvere), e penso che basti già a far capire ciò che intendo…
Per non parlare delle stigghiole vendute sotto i cavalcavia, assolutamente esaltate dal sapore dello smog tutto palermitano.

Insomma ci sono dei sapori che si possono trovare solo per le strade di Palermo.
Un altro esempio di street food inimitabile a casa, perchè necessita uno strumento di cottura molto particolare, sono le caldarroste, ovvero le castagne alla brace, che si possono facilmente trovare proprio in questo periodo. So che le caldarroste in sè non sono una novità, perchè reperibili in tutte le città d’Italia, ma posso assicurare che quelle che si potranno mangiare nelle strade di Palermo sono diverse, davvero uniche, nel colore e nel gusto!

Intanto è già molto caratteristico l’incontro che per le strade si ha con le caldarroste.
Quando sopraggiunge un po’ di freddo, come adesso, che tutti stanno cominciando a fare il cambio stagione, e come qui, dove è facile incontrare persone con giubbotto e sandali ai piedi, oppure altre con canottiera e stivali, perchè la temperatura varia continuamente e il sole si alterna alla pioggia in modo repentino, in ogni angolo delle strade di Palermo, cominciano ad apparire come funghi , delle nuvolette di fumo bianchissimo che rendono l’atmosfera molto particolare, un po’ natalizia, direi.
Chi produce quel candido vapore?

Per fortuna non è uno dei cassonetti che bruciano producendo un fumo nero e maleodorante, ma nemmeno quello profumato di “carne di crasto” (carne di agnello castrato) degli stigghiolari (che prima o poi descriverò), che stimola tutti i palermitani che lo incontrano ad aprire il finestrino della macchina, anche in pieno inverno, per assaporarne l’aroma, e qui sfido tutti i palermitani doc a affermare il contrario.

Quella coltre fumosa più delicata è prodotta dalle fornacelle dei caldarrostari. Sotto quella nuvoletta infatti c’è un lungo cilindro metallico dal colore ormai arrugginito e bruciacchiato, dove al fondo c’è una brace accesa e nella parte superiore un coperchio da cui fuoriesce il fumo.
Davanti alla fornacella cilindrica c’è un uomo che incide le bucce delle castagne, versa del sale e di tanto in tanto scuote il tutto con maestria, e infine prepara degli splendidi “coppiteli” (involucri di carta a forma di cono) colmi di castagne dal colore argentato.

La particolarità di queste caldarroste, oltre che dal caratteristico aggeggio con cui vengono cucinate, è data proprio dal sale che a contatto con la brace, crea una soffice polvere bianca, simile nell’aspetto allo zucchero a velo, che ricopre tutta la castagna, lasciando fuoriuscire soltanto il colore dorato della parte interna tramite quell’incisione della buccia, effettuata prima della cottura.

Di certo non può mancare un piccolo elemento storico riguardante gli arabi, che sicuramente furono i precursori di questo genere di fornaci adibite all’arrosto di vari generi alimentari, che ancora oggi si possono trovare a Palermo nella storica Via Calderai.

I palermitani doc invitati dal bianco fumo (il castagnaro è tra i pochi ambulanti che non necessita di “abbanniata” per destare la curiosità del cliente), mangiano le ottime caldarroste durante le passeggiate domenicali, bruciandosi la lingua perchè è difficile resistere a tale tentazione, aprendo le castagne, spellandole e sporcandosi le dita di quella particolare cenere. Il gusto è buonissimo ed “una tira l’altra”, peccato che ultimamente da cibo povero si stiano trasformando in cibo da ricchi, perchè il costo negli anni è salito. Però devo dire che ne vale sempre la pena!

Una poesia in dono.

Sono molto felice oggi di pubblicare su Agave blog una bellissima poesia dedicata alla mia terra, da Lisa del blog “Poesie con amore”, una poetessa di origini ungheresi che ha vissuto in Sicilia per molti anni, amandola profondamente.

Qualche giorno fa Lisa è arrivata sul mio blog ed ha lasciato un commento, facendomi un bellissimo regalo, la dedica di questa poesia, che esprime con amore ed intensità le sensazioni che provoca un terra così forte, dalla “caparbia bellezza“, dalla natura struggente con la quale si riesce ad entrare in un profondo ed intimo contatto, tali sono i suoi profumi, i suoi colori, le sue asprezze. Dove un “viaggio di piacere” può trasformarsi in un’esperienza trascendente.

Grazie Lisa per la tua poesia, mi ha emozionata e ricongiunta ancora a quest’isola che tanti sentimenti contrastanti provoca in me.
Spero tu possa tornare presto.

Ecco parte del commento di Lisa/Poeslandia e sotto la poesia “Sicilia t’amo”.

“…dedico al tuo blog una mia poesia che scrissi, quando ho dovuta lasciare a sicilia, ma e sempre rimane nel mio cuore, e mi manca, cosi verro qua a respirare aria di mare e sole.”

Sicilia t’amo

Immensa è la luce della tua terra.
Il fragore del mare
che s’infrange sulle tue spiagge,
diventando musica e sollievo per
le tue stupende scogliere.
Il profumo degli ulivi,
l’incessante richiamo
dei tuoi colori,
sono le giusta risposta
al credere in DIO…
Nulla
di piu perfetto, preciso
può essere stato creato,
se non da Lui.
L’uomo ti ama
ti custodisce premiandoti
con proprio amore.
Solo
chi vede lo splendore
dei tuoi tramonti,
dei tuoi arborei mattini dorati
può capirne il fascino.
Mai vidi tanta caparbia bellezza
oltraggiare
il mio cuore.
E nel tuo cielo che ho scoperto
l’azzurrite del paradiso.
E la celestiale forza della natura,
che confonde un profano viaggio
di piacere
in un interminabile volo di luci
colori, odori
dove
atterrare,
per poi risalire
fino a quando la proprio anima
non diventa la materiale
continuazione del tuo infinito essere.
Terra
Sicilia
Non ti dimenticherò mai.

(Mondello, 1990-2002)

"I minni dilli virgini" . Raccolta Afrodida

Questo post è per la raccolta “Afrodida”, lanciata nel blog di Dida, che ci propone di mettere insieme una serie di ricette afrodisiache, partendo proprio dalle parole di Isabel Allende nel libro “Afrodita”.

Ho fatto una ricerca nella storia della cucina e anche della letteratura siciliana dove spesso la gastronomia ha un ruolo significativo, con l’intento di trovare una ricetta “afrodisiaca” che potesse mettere in risalto quanto in Sicilia, soprattutto nel passato, i piaceri dei sensi fossero legati ai piaceri della tavola, e come i divieti imposti dalla Chiesa, la mentalità moralista e tradizionalista, fosse spesso in contraddizione con una sorta di edonismo primordiale, appartenente sia alle fasce popolari (che spesso la sfogavano in periodi circoscritti, per esempio il carnevale), ma anche alla realtà nobiliare, dove l’apparente morigeratezza e religiosità, nascondeva lussi e sfrenatezze.
Al centro di Palermo, vicino Piazza Marina, erano noti i luoghi in cui, nelle tenebre della notte, tantissime carrozze eleganti, venivano parcheggiate per permettere ai potenti dell’epoca scambi di coppie e incontri con le “escort” di allora.

Anche in tavola veniva espressa una certa “malizia” e “il doppio senso”, stimolatori di passioni e fantasie, e la ricetta che più secondo me rappresenta tutto ciò, è quella di un dolce che poteva essere considerato afrodisiaco, non tanto per l’uso di ingredienti che stimolassero i sensi del piacere, ma per la sua forma e il suo significato, che nel passato, in cui si lasciava maggior spazio all’immaginazione, ancora di più suscitava sensuali turbamenti.

Questo particolare dolce, con diverse sfumature, presente in tutta la Sicilia, di cui sia a Palermo, che a Catania, che a Sambuca si rivendica la paternità, ha un nome che invece poco spazio offre all’immaginazione (almeno per chi conosce il dialetto siciliano), i “ minni delli virgini” (i seni delle vergini), o a Catania “i minnuzzi di Sant’Ajata” (i seni di Sant’Agata). Ed è ancora più paradossale e particolare che fosse stato inventato all’interno dei monasteri, dalle suore.

Dicevo della letteratura siciliana, perchè questo dolce è stato “nobilitato” da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, che con le sue parole ne esprime perfettamente il senso.
Don Fabrizio proprio durante il famoso ballo, vedendo di fronte a sè un vassoio di dolci scelse quelli che: “…si sfaldavano scricchiolando quando la spatola li divideva, sviolinature in maggiore delle amarene candite, timbri aciduli degli ananas gialli, e ‘trionfi della gola’ col verde opaco dei loro pistacchi macinati, impudiche ‘paste delle vergini’ ” e si domandava: “ Come mai il Santo Ufizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? I trionfi della gola (la gola, peccato mortale!), le mammelle di S. Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli! Mah”.

Ne parla anche il Pitrè raccontando le tradizioni palermitane “In tutto l’anno tenevansi in alta fama le suore del monastero delle Vergini con le impareggiabili loro “sussameli” e, meglio, con certi loro pasticci, il nome de’ quali, “minni d’i Virgini” (mammelle di vergine) si presta ancora oggi ad un bizzarro, e un po’ salace bisticcio”.

Nella letteratura più recente, una scrittrice siciliana, Giuseppina Torregrossa, ha scritto un libro che non ho ancora letto, che parte proprio dal racconto della fattura di questi dolci (nella versione catanese), per parlare di donne siciliane, il libro si intitola “Il conto delle minne” (il racconto dei seni).

foto da internet
Un po’ di storia. E’ stato un po’ complicato capirci qualcosa, perchè quella di questo dolce è particolarmente intricata, infatti ci sono tre diverse strade che si intrecciano tra loro, tre differenti origini, ma una è comune: questo dolce fu creato dalle mani e dalla fantasia delle suore, che nei monasteri si dilettavano nella preparazione e nel bunsiness dei dolci.

A Catania “le minne di Sant’Agata” raccontano di una storia cruenta di sesso, omicidio e santità. Un dolce che ricorda il martirio della giovane cristiana Agata, perpetuato da parte del pagano proconsole Quinsiano, il quale dopo aver visto rifiutate le sue avances nel nome della religione cristiana, tentò di corrompere la moralità della fanciulla, affidandola “alle cure” di una prostituta sacra di un tempio pagano, e non potendovi riuscire, la torturò recidendole i seni.
I dolci catanesi hanno quindi la forma di due cupolette di pasta frolla, ricoperte di glassa bianca, ripiene di crema di latte e canditi e sormontate da due ciliegie rosse. Devo dire che conoscerne la storia, smorza un po’ il potere erotico di questo dolce delizioso.

Nella tradizione di Sambuca invece il dolce fu inventato da Suor Virginia Casale di Rocca Menna del collegio di Maria, sotto richiesta della Marchesa di Sambuca, che per l’occasione del matrimonio del figlio, desiderava trovare in tavola una novità in campo di dolci. Nel 1725 la suora, probabilmente stupendo tutti per la sua sfacciataggine, creò, ispirata dalle dolci sinuosità delle colline della sua terra, un dolce morbido di pasta frolla, ripieno di crema, zuccata, cioccolata e spezie che risvegliassero i sensi, come pure la forma maliziosa di seno.

Ed infine la tradizione palermitana, che vuole questi dolcetti, a questo punto definibili dei veri peccati di gola, inventati e prodotti dalle suore del monastero di S. Maria delle Vergini, nella salita Castellana in corso Vittorio Emanuele, che si divertivano a ironizzare sul nome del loro monastero. Le “minni delle vergini” venivano vendute al pubblico dalle suddette suore, forse un pò troppo ingenue o forse precorritrici del marketing (avevano già capito quanto il corpo femminile fosse un buon veicolo per fare affari in un mondo declinato al maschile), fino agli anni ’60, tramite un’apertura del loro convento su Piazza Venezia.
I minni delle vergini adesso a Palermo, sono state rielaborate, rese meno esplicite (il colore verde e la forma squadrata di adesso le farebbero avvicinare di più ai seni di una extraterrestre) e vendute dai più pudichi pasticcieri palermitani col nome di cassatine.
Devo dire che a parte le tradizioni fin qui raccontate, che si chiamino cassatine o “ minni dilli virgini”, si tratta di veri bocconcini goduriosi, dolcissimi e delicati, morbidi e profumati, nessuno potrebbe resistere a questi attimi di puro piacere.

Ovviamente se si volesse offrire questo dolce con un “intento” afrodisiaco, sarebbe necessario porne due su di un piatto.
Offrendo una sola “minna” o una intera “guantiera” (vassoio), il senso della cosa potrebbe infatti non essere compreso da un “commensale” poco perspicace e più vorace, che si avventerebbe rapidamente su tutti i prelibati pasticcini, riempiendosi lo stomaco e annullando rapidamente il ludico obiettivo che ci si era proposti.

La ricetta che pubblicherò è quella palermitana, che mi è stata più facile da reperire, come pure le foto, nulla togliendo però alle splendide versioni di Catania e di Sambuca che pur avendo un identico significato, hanno un diverso aspetto e gusto, ma pur sempre ispirano fantasie voluttuose e passioni nascoste. Delle vere tentazioni.

Ingredienti:
Gr. 500 di pasta di mandorle, gr. 300 di ricotta, gr. 80 di zucchero semolato, gr. 200 di glassa di zucchero, gr. 100 di pan di spagna, ciliegie candite.
Lavorazione:
Preparare la pasta di mandorle come spiegato nella ricetta della Cassata Siciliana. Stendere la pasta di mandorle in uno strato di circa 2/3 millimetri e rivestire degli stampini a forma di cupola foderati precedentemente con la pellicola trasparente. Riempire le formine con la crema preparata in precedenza, unendo alla ricotta setacciata allo zucchero semolato.
Spezzettare il pan di spagna e spargerlo sulla crema fino a ricoprirla.Capovolgere le cassatine su dischetti di carta per dolci e spennellare la parte superiore con la glassa. Far asciugare e applicare al centro di ogni cassatina una ciliegia candita.

Ciao Dida, spero ti sia piaciuta.

La pioggia

Oggi sono seria, purtroppo.

Piove, piove con insistenza.
Ricordo che da piccola amavo la pioggia di settembre e Ottobre.
Spesso era una pioggia leggera che serviva appena a bagnare l’asfalto, e ad emanare un profumo di terra bagnata che mi faceva pensare alla scuola, e a me piaceva la scuola.
Era un profumo particolare ed un’atmosfera che faceva capire che l’estate era ormai finita e dava il senso che dopo l’estate e le vacanze, sarebbe ricominciata la vita più impegnativa.
Qui in Sicilia, quella pioggia dava spesso spazio allo spuntare del sole e non nascondeva, se non per pochi momenti quel cielo azzurro che ci fa da tetto.

Ora piove ma mi sembra diverso, si tratta di una pioggia improvvisa, folle, potente, ribelle.
Si tratta di brevi temporali carichi di saette e tuoni rumorosissimi. Ma la pioggia è frutto della natura, ma non so se è naturale o condizionata anche quella dall’intervento umano che sta facendo cambiare il clima nel mondo, ma non sono un’esperta in materia, più che altro mi limito ad osservare.

Ieri pomeriggio c’era un caldo afoso e poi improvvisamente è diventato tutto nero, dopo lampi e tuoni, poi pioggia, tanta. Pensavo, che come ormai accade negli ultimi giorni, la città si sarebbe allagata, i tombini sarebbero esplosi come funghi, le strade come fiumi in piena. Ma è possibile? Sorridevo all’idea che se i palermitani non escono quando piove sono un pò giustificati, perchè solitamente bastano già due gocce d’acqua per creare un traffico impossibile e per far andare in tilt la rete fognaria della città.

Oggi però arrivano le notizie che in alcuni piccoli centri della Sicilia, in provincia di Messina, sono morte 17 persone e ci sono ancora dei dispersi, il fango ha sepolto tutto.

Questo fa soffrire oltre che indignare.
Spesso si legge sui giornali la fatidica frase “tragedia annunciata”, ma è accettabile che sia così?
Anni di abusivismo edilizio, un pensiero nullo rispetto all’ambiente e agli esseri umani fanno sì che nel 2009, un terremoto, ma anche la pioggia causino morte.
E che certi paesi fossero costruiti su letti di fiumi, su colline friabili, che le reti fognarie sono in cattive condizioni, questo si sapeva.
Case abusive e poi sanate e condonate, ci sarà un motivo se non si potevano costruire.

Siamo in una società fatalista e legata al denaro, in Sicilia siamo ancora più fatalisti, il destino è ineluttabile, si sfida la sorte, “tanto non cambia mai niente…”, ci siamo abituati.

Adesso non piove, mentre scrivevo mi sono fermata. Approfittando di questo momento di calma abbiamo liberato una grondaia, da foglie, fango e rami per evitare che si otturasse. I piedi nell’acqua, le zanzare a divorarci.
Una cosa piccola, niente di grave, ma mi sono sentita un’idiota, avremmo potuto fare prima questo breve lavoro, perchè aspettare che piovesse di nuovo? Anche io sono fatalista? E mi domando se sia possibile non esserlo in una terra come la Sicilia.

Speriamo che adesso la pioggia ci dia un pò di tregua.

La mia solidarietà a chi ha perso amici e familiari.