L’insalata di arancia con l’aringa

C’è una particolarissima “insalatina” che a Palermo è molto gradita, e rappresenta anche l’antipasto tipico durante i periodi di festa.
Malgrado tutto il palermitanesimo che c’è sempre stato in me, per lunghi anni mi sono rifiutata di assaggiarla, sarà forse che i palermitani in età adolescenziale ancora non apprezzano certi contrasti o che ci vuole tempo per apprezzare alcune prelibatezze.
Adesso però ho rimediato al tempo perduto e mi faccio grandi ed infinite scorpacciate di arancia con l’aringa, perchè come capitava all’avventuriero Ulisse, una volta superati i propri limiti (in quel caso le Colonne d’Ercole, nel mio caso concepire l’arancia accostata al salato), non ci si riesce più a fermare.

Ho scoperto che l’arancia, dolce e succulenta, dal colore del sole al tramonto, il frutto che ha dato per molti anni il bellissimo nome di “Conca d’oro” alla mia città (che vista dall’alto era tutta adornata da aranci e limoni) e che adesso sembra quasi una beffa, perchè quell’oro è stato sostituito dal cemento selvaggio durante il sacco di Palermo, dicevo che ho scoperto che il frutto il cui nettare delizioso rende liete le colazioni e la cui polpa è perfetta per concludere i nostri pasti, raggiunge un gusto davvero sublime se accostata al pesce salato o affumicato.

Anche in questo caso si deve tutto agli arabi che importarono le arance in Sicilia nel XII secolo. Per il resto è bastata un po’ di fantasia popolare nell’aggiungervi il pesce salato o affumicato che nei mercati palermitani abbonda da sempre. A Palermo infatti, soprattutto nel passato si usava molto il sale (a basso costo) per conservare le grandi quantità di pesce pescato in zona o portato come merce di scambio da altri lidi. Sottosale finivano le sarde, le acciughe, il baccalà e poi c’erano le aringhe (del NordEuropa) che erano invece affumicate.

Tutti questi prodotti vengono venduti ancora oggi da “u saliaturi” o dall’ancora più specializzato “aringaru” che con perizia prima di vendere le aringhe toglie la spina centrale, le scuoia dalla pelle e le avvolge in carta di giornale.

L’aringa ha un sapore molto forte, che l’arancia aiuta molto a contenere, la sua carne è gustosa e molto apprezzata dai Palermitani, ma c’è una parte in particolare che viene considerata una vera prelibatezza, un boccone speciale: l’uovo, che non sempre si trova (bè ci saranno pure le aringhe maschio da vendere), il suo aspetto è come un insieme di infinite micro bollicine dal colore dell’ambra, il gusto invece non si può raccontare, si deve provare.

Detto tutto ciò, l’aringa unita in un felice matrimonio con l’arancia (le caratteristiche sono estremamente diverse ma ben assortite tra loro), con aggiunta di cipollina e olive (che spero non siano gli amanti, ma in ogni caso arricchiscono il tutto), condite da olio, sale e pepe, diventa un cibo come sempre povero ma ricco, ed i nostri palati sono gratificati come non mai (almeno il mio, dai diciotto anni in poi).

Bisogna fare però attenzione a un antico detto: “l’arancia di giorno è oro di sera è chiummu (piombo)”, secondo queste parole bisognerebbe evitare di mangiare le arance la sera, se poi si aggiunge l’aringa, l’effetto indigestione è assicurato.
Ma siccome avevo un bisnonno che ogni sera mangiava un’arancia ed è vissuto fino a novantadue anni, io non demordo e sfido il detto popolare!

La ricetta è semplice e va “misurata” ad occhio. Arance sbucciate e tagliate a tocchetti, aringa (ripulita dalle spine) e tagliata a pezzi, cipolla affettata (meglio ancora le cipolline scalogne), olive nere, olio, sale (poco) e pepe.
E buon appetito
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La nostra compostiera

Se a Palermo, come scrivevo già tempo fa, e come è tristemente noto, la situazione dei rifiuti è grave, anche in provincia non si scherza. A Terrasini non ho ancora visto un cassonetto dell’immondizia, e questo mi sembra molto positivo se pur misterioso, ma ogni tanto da qualche balcone ho visto pendere un sacchettino attaccato ad un laccio (tipo paniere), strana abitudine o un diverso modo di prelevare i rifiuti? Non voglio giungere a rapide conclusioni, mi informerò meglio, magari era un caso isolato. In compenso nelle strade larghe alla periferia del paese, ci sono lunghe filiere di cassonetti ripieni di montagne dei soliti “variopinti pacchetti” e contornati da mobili di ogni genere, vecchiume vario, luoghi di ritrovo di cani e gatti (insomma delle specie di gratuiti pub a quattro zampe).

Ora sarà per queste visioni non proprio auliche o perchè avere un giardino (se pur piccolo) spinge a certi desideri, abbiamo deciso di intraprendere una nuova impresa: costruire una compostiera.
Insomma, se possiamo trasformare i nostri casalinghi scarti in concime per le piante, perchè non farlo?

Prendendo così ispirazione da vari blog, tra cui quello di Danda, abbiamo cominciato a capire le basi fondamentali del compostaggio e abbiamo iniziato.

Prima decisione: Non acquistare la compostiera, potevamo costruircela noi con materiali di riciclo (ops, mi sento una vera ecologista!).
Primo passo: trovare tali materiali nello scantinato di mio nonno, abbandonato da anni, pieno di tutto (perchè mio nonno è un palermitano doc, ma non butta niente, conserva tutto perchè “non si può mai sapere…”), serrande, mobilucci rotti, sedie sfondate, latte di vernice solidificata, milioni di bottiglie di vetro, bidet e lavabi fuori uso, ed altro, altro ancora. Il primo pensiero dopo aver aperto lo sportello dello scantinato? Richiudiamolo subito! Ma poi abbiamo trovato delle cassette di legno e sembravano perfette!
Secondo passo: cominciamo a schiodare delle assi, rompere legnetti e chiodi arrugginiti, accorpiamo il tutto e la compostiera è fatta.

Dubbi e ripensamenti: è troppo brutta? reggerà? Sarà un po’ troppo infradicita dal tempo?
Risposte e fatalismo: deve contenere rifiuti, non gioielli, se mai si vedrà…
Terzo passo: scelta della ubicazione. Giro di tutti gli angoli del giardino, “lì è troppo esposta, là non ci sono alberi, lì è difficile da raggiungere (ricordiamoci sempre la lagnusia), ecco, qui può andare!” Un bell’angolino sotto un grande albero e una “pala di ficodindia” , pochi passi da casa, ma a una certa distanza (chissà dovesse emanare strani odori).
Quarto passo: foto per celebrare l’opera.
Ho cominciato a riversare in questa costruzione i miei rifiuti, per ora tutta contenta di triturare ben bene gusci d’uova e bucce varie, speriamo non sia solo l’entusiasmo della novità. Certo subito dopo averla fatta, la pioggia incessante, ora vedrò di recuperare il tutto, tra cui allontanare la folla di moscerini venuta a visitare (ma senza fare la fila e pagare il biglietto) questo pezzo da museo.
Ancora non so se si realizzerà l’auspicato concime, bisognerà aspettare almeno sei mesi (saremo ancora qui? mah! si vedrà), però mi sento soddisfatta. E domani forse realizzerò il mio primo orticello (e pensare che ho sempre usato questo termine solo per dire “non bisogna pensare solo al proprio orticello”) di piccole dimensioni, con una decina di piantine di pomodori e melanzane. L’avevo detto io: “voglio andare a vivere in campagna ah ah”.

p.s. a tutti gli esperti in compostiere: “datemi i vostri preziosi consigli, please!”

Sarde a beccafico

Ho avuto a che fare con una questione spinosa, e non sto esagerando perchè le spine c’erano davvero: ho preparato le sarde a beccafico (anzi più che sarde erano alici o come le chiamiamo noi “anciova”). Le sarde, come le alici, sono tra i pesci meno cari che esistano, sono buonissime e sempre fresche perchè vengono pescate nei nostri mari quotidianamente, hanno però un piccolo difetto, sono piccole e così pulirle è una operazione che necessita di tanta pazienza (oltre che di uno stomaco forte, ma quello ci vuole in generale per pulire tutti i pesci).
Visto che per ora la pazienza non mi manca, ho pulito le mie belle alici dotata di guanti da chirurgo e con un atteggiamento un po’ imbranato (era la prima volta che facevo questa operazione lo ammetto), e non contenta le ho anche “allinguate” (private di lisca e aperte a libro). L’operazione di trasformazione delle sarde in sogliole (bisogna ricordare che il termine “allinguata” deriva dalla parola spagnola “lenguada” che significa sogliola) è molto delicata, bisogna stare attenti a non far distaccare le due parti del pesce e se poi si devono addirittura trasformare in beccafichi, bisogna non togliere la coda (elemento fondamentale per l’estetica ingannevole del piatto, che deve ricordare l’uccelletto da cui prende il suo nome).

Le sarde a beccafico sono infatti uno di quei tanti piatti che nascono dalla cucina povera dei palermitani del popolo che volevano riecheggiare sulle proprie tavole la ricchezza dei banchetti delle lussuose, sfarzose e decadenti corti del capoluogo siciliano). Il beccafico è un uccelletto che veniva cacciato nelle tenute delle famiglie più ricche, durante le tante battute di caccia, brutali svaghi dei nobili che di certo non avevano bisogno di alimentarsi con piccole quaglie e altri uccelli, ma piuttosto di trovare qualcosa da fare per trascorrere il tempo, visto che erano dediti al dolce far nulla ed anche alla “lagnusia” (tipico stato d’animo tra l’apatia e la pigrizia, il fatalismo e l’attendismo, il tutto condito da una certa dose di presunzione).

Ritornando alle sarde, hanno la coda che ha la caratteristica di essere identica a quella del beccafico, e se riempiti di una “consa” (ripieno) a base di “muddica” (pangrattato) e vari condimenti, potevano benissimo sostituire quei nobili uccelletti e allietare le tavole dei popolani. Le sarde a beccafico hanno anche la dote di racchiudere tutti i sapori tipicamente palermitani, dal pesce azzurro, ai pinoli usati per la loro funzione antibatterica, all’agro dolce (di araba provenienza) ottenuto mischiando il succo dei limoni siciliani con lo zucchero e l’uva passa.

E così anche io, principiante emulatrice dei Monsù (cuochi francesi), ho finalmente cucinato le sarde a beccafico, arrotolandole una per una, irrorandole con una deliziosa salsina a base di limone e zucchero, creando così una delle più sfiziose e deliziose prelibatezze della nostra tavola, dei bocconcini che armoniosamente raccontano di Palermo.

Ricetta:
Sarde, olio evo, pangrattato, una manciata di uva passa e pinoli , zucchero, cipolla, sale e pepe, foglie di alloro, prezzemolo, succo di limone (o di arancia). Le quantità non le ho scritte perchè si va “ad occhio”, ma per un chilo di sarde bastano circa 100gr di pangrattato.

Procedimento:Pulire le sarde, privarle delle teste, togliere la lisca centrale, aprirle a libro e lasciare la coda.
Preparare il ripieno unendo al pangrattato un po’ d’olio, prezzemolo e cipolla tritati, uva passa, pinoli, sale, pepe ed un pizzico di zucchero. C’è chi fa abbrustolire in precedenza il pangrattato, ma secondo me non è necessario. Amalgamare bene il tutto. Riempire ogni sarda con un po’ di condimento, arrotolare in modo che la coda resti in alto. Disporre gli involtini in una teglia oliata, uno a fianco all’altro separati dalle foglie di alloro.

Irrorarli con una salsina ottenuta unendo il succo di un limone con dell’olio evo e un cucchiaino di zucchero ed infornare per una ventina di minuti circa.
E come sempre buon appetito!

Da Terrasini – post trasloco

Da tempo ormai non scrivo, dopo l’assestamento post trasloco, il nuovo problema è stata la connessione internet. Dopo un’attesa di circa quindici giorni, il verdetto: “non c’è copertura”.
Il luogo ameno in cui mi trovo infatti ha (almeno per ora) un solo problema (escludendo il fatto che non si tratti di Palermo): non arriva la adsl (detto in termini semplici, i vari operatori telefonici hanno usato termini più complessi ed espressioni più arzigogolate).

Ma insomma, dove ci troviamo?
Siamo a Terrasini, piccolo centro a trenta chilometri dalla città più bella del mondo (è chiaro che non intendo né Roma, né Parigi, ma sempre Palermo…), paese marittimo di cui avrò tanto da scoprire e da raccontare. Mi trovo in campagna, nel cosiddetto “villino” dei miei nonni, quello dove abbiamo raccolto le olive qualche mese fa. Al momento sembra essere una scelta provvisoria, pochi mesi per riapprodare poi a Palermo, oppure riecheggiando una canzone di Toto Cutugno che diceva cantilenante: “Voglio andare a vivere in campagna”, decidiamo di scappare dal caos fascinoso di Palermo per rimanere nella natura. Il futuro darà le sue risposte, del resto siamo siciliani e fatalisti.

(fiori raccolti nel giardino)

Comunque tornando ad internet, dobbiamo usare la chiavetta, e quindi sarà tutto un po’ più lento e limitato. Spero che, anche se non riuscirò ad andare come prima nei tanti blog che amo leggere, cari amici bloggers (e non solo) verrete lo stesso a visitarmi e a lasciarmi una vostra traccia.

Approfitto ora per dare un saluto a tutti gli Aquilani perchè non ho potuto farlo il giorno del triste anniversario.

Adesso (sempre che riesca a caricarle) ecco delle foto del bel mare di Terrasini, ed a presto sarò pronta a scrivere ancora di Palermo, di cibo, di mare etc.
Evelin