Un francesino a Palermo

Il maestro Tanino camminava nella viuzza lastricata del Capo. Era un bel giovane, insegnava in una scuola elementare vicina al vecchio Cassaro e per tornare a casa doveva percorrere la via del Celso e la piazza dove, anni prima, si incontravano i famosi giustizieri della notte, detti “Beati Paoli”, stando molto attento a non scivolare sulle lastre “lippose” per l’acqua che i pescivendoli usavano spruzzare continuamente nelle “balate” di marmo, dove esponevano la propria mercanzia.

Da qualche  giorno, proprio vicino al portone di casa sua, aveva notato un giovanotto molto raffinato ed elegante che passeggiava avanti e indietro. Ci volle poco per capire che quel ragazzo stava lì appostato sperando di vedere la bella Antonia, figlia poco più che adolescente del “putiaro” della piazzetta. […]

Antonia era giovane e bella, ma era difficile poterla ammirare perché il fratello e il padre, molto gelosi, non le permettevano nemmeno di affacciarsi al balcone. La ragazza però, appena trovava l’occasione, passava davanti alle tende e sporgeva il proprio viso, e fu in uno di questi momenti che il bel francesino la vide, e da allora il giovinetto d’oltralpe non faceva che passare sotto quel balcone sperando di rivedere il bel visino angelico e tentatore.

Il maestro Tanino rideva sotto i baffi a vedere quella scena ed immaginava l’ira che il figlio del putiaro avrebbe avuto nel sapere di quella tresca.

Ma siccome a Palermo le malelingue non si fermano mai, e la gente, malgrado quel che si dice, parla e straparla, bastarono pochi giorni, che all’orecchio del giovane putiaro arrivò la notizia che un bel francesino se la intendeva con la dolce sorellina, da sotto al suo balcone.

E fu proprio un pomeriggio in cui il maestro Tanino camminava col suo solito passo leggermente claudicante, che vide il fratello di Antonia correre per la sua stessa via furibondo, dopo aver sentito la vecchia verdurara dire alla cugina Mariuccia: “u francisinu si vulissi fuiri a Tonina, u viri comu ci firria sutta  u finistruni”.

Il giovane putiaro urlava disperato: “ma viri stu malaminchiata i francisi, cosa si misi in te corna, sa po’ scurdari a me soru, ci scippu u cuoddu”. A quel punto il maestro Tanino, osservando la tragica scena, pensò di evitare nuove sciarre e schifiu nel quartiere e  facendo leva sulla sua professione di maestro, che gli dava una certa autorità e fama di saggezza, pregò il ragazzo di desistere dai suoi intenti omicidi, invitandolo al dialogo.

Il ragazzo però diceva: “maestro, ma che dialogo, chiddu francese è, comu n’avissimu a capiri”.

Così Tanino, troncando con effetto la discussione, concluse: “figliolo mio, ogni mondo è paese, certe cose si capiscono in tutte le lingue del mondo”.

Ma non doveva essere davvero convinto: arrivando a casa, riunì tutti i suoi familiari invitandoli al silenzio e a camminare in punta di piedi. Si misero ad origliare tutti quanti, chi da una persiana semi chiusa; chi facendo aderire l’orecchio ad un muro, come fosse una ventosa; chi appollaiato davanti la porta di casa, perché nessuno di loro voleva perdere quel dialogo tra un bel monsuar de Paris e un bel cardone di Palermo.

E adesso riporto gli eventi così come avvennero, o almeno come i componenti di quella famiglia raccontarono via via negli anni.

Il furente fratello, come un gatto di strada, balzò con un salto sotto il balcone dove era seminascosta la bella Antonia, e fece un agguato al francesino. Da furibondo e paonazzo che era in viso, perse tutto il suo coraggio e si imbarazzò pensando alle  parole più adatte per colpire il giovane “furistieru”, così tutto d’un fiato, come un bambino che deve recitare una poesia davanti a tutta la classe, sforzandosi di usare un tono deciso e ispirato, proferì:

“se vu spassè spassè di  sutta u balconè di mia sorellè vi rumpu lu culè”.

“Comment” domandò il francesino

“Co mmanu e chi pieri”. Precisò il giovane putiaro.

Non si sa cosa capì il bel francese, ma di certo non si fece più vedere; o quell’amore era debole o come diceva il maestro Tanino: “certe cose si capiscono in tutte le lingue del mondo”.

Glossario:

lippose: scivolose

balate di marmo: lastre di marmo dove si espone il pesce

putiaro: fruttivendolo

sciarre: liti

schifiu: trambusto

cardone: il frutto del cardo, termine usato anche per indicare una persona rozza

furistieru: straniero

pieri: piedi

“u francisinu si vulissi fuiri a Tonina, u viri comu ci firria sutta  u finistruni”: il francesino vorrebbe fuggire con Antonia, lo vedi come si aggira sotto il suo balcone

“ma viri stu malaminchiata i francisi, cosa si misi in te corna, sa po’ scurdari a me soru, ci scippu u cuoddu”: ma guarda un po’ questo scemo del francese cosa si è messo in testa, può dimenticarsi di mia sorella, gli stacco il collo.

“chiddu francese è, comu n’avissimu a capiri”: quello è francese, ma come possiamo capirci?

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