Ragù quaresimale ovvero “ragù chi patati”

Grazie alla raccolta di MelaZenzero, dedicata alla “Cucina di magro” tipica del periodo della Quaresima, ho scoperto una storia familiare ed una ricetta che non conoscevo.

E’ stato difficile trovare questo episodio nascosto nel cassetto dei ricordi di mia madre, anche perché di primo acchito, nel mio immaginario, il binomio palermitani/digiuno non sussiste ed ancor di più se i palermitani  in questione sono miei familiari, quindi avevo quasi del tutto escluso la possibilità di trovare una ricetta tipica, “leggera” e strettamente legata al periodo quaresimale. continua

I fasuola cu l’accia

Durante i periodi di crisi si dibatte sulla crescita o la decrescita: se sia giusto andare incontro al “progresso” o guardare con interesse al passato, il progresso che ci ha regalato delle invenzioni senza cui ormai non potremmo e vorremmo vivere, ma che a volte può essere distruttivo, il passato con i suoi valori, un rapporto più stretto con la natura, ma che è stato anche oppressivo e faticoso, soprattutto per le donne.

Potremmo, per esempio, fare a meno della lavatrice per aver un rapporto più stretto con i fiumi (dove si lavavano i panni)? Nessuna donna (e qualche uomo single o volenteroso) darebbe una risposta affermativa…

Come sempre bisognerebbe trovare una via di mezzo, la giusta armonia tra passato e futuro, per un futuro dove il progresso regali benessere e non solo profitti.

Considerazioni “socio economiche caserecce” a parte, a me di tanto in tanto mi piace scoprire i ricordi del passato, i sapori ancestrali che sanno di verità; mi piace calarmi nella semplicità di un tempo, quando le persone si riunivano intorno a un focolare  e si raccontavano le storie, scherzavano e sognavano. Non so dire se vorrei vivere quei tempi  (che facili non erano) ma di certo mi piace immaginarli, magari gustando una zuppa di quelle che riscaldano l’anima.

La zuppa del giorno si chiama “i fasuola cu l’accia” (fagioli con il sedano)ed è uno dei più tipici piatti della cucina povera siciliana. Un piatto semplicissimo con pochissimi ingredienti tutti vegetali, facile da preparare ed economico, che ben dimostra come in alcun casi il  risparmio non sia sinonimo di sacrificio. continua

“Favi a cunigghiu chi giri”

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“Le ricette della carestia”

 per saperne di più andare alla fine dell’articolo (dopo averlo letto, spero!).

Tanti anni fa una signora mi raccontava che quando era bambina nel dopo guerra, la sua famiglia non se la passava tanto bene, e così quando lei giocava nel cortile, la sua mamma per avvisarla che il pranzo o la cena erano pronti, urlava dalla finestra: “trasi ca è pronto i manciari” (entra che è pronto da mangiare) e poi: “oggi quaglie” oppure “oggi ficatu i setti cannola” oppure “favi e cunigghiu” etc.

Quando la bambina tornava a casa trovava però a tavola: melanzane fritte (che a Palermo chiamiamo quaglie), zucca rossa (ovvero ficatu etc…), fave secche in zuppa (chiamate fave a cunigghiu).

Il motivo del volontario tentativo di fraintendimento messo in atto dalla madre, serviva a far credere al vicinato di cucinare carne e quindi mostrare di appartenere ad un “livello sociale” più alto.

C’era una vecchia barzelletta in cui il povero solito Pierino per fare capire alla maestra di rifocillarsi ogni giorno con pietanze ricche e a base di carne, le elencava una serie di piatti come: “cotolette, lacerto, arrosto, etc”, però alla pronta domanda della maestra: “ma quanto ne hai mangiato?” il furbo Pierino rispondeva : “ne ho mangiati tre mazzi, maestra”.

Un po’ come in anni più recenti, capita che alcune persone, pur vivendo in povertà magari in case decadenti, espongano però in balcone le antenne satellitari o si indebitino con rate infinite pur di avere telefonini di ultima generazione, per possedere anche loro uno status symbol da mostrare agli altri… i tempi cambiano!

Ma perché tutta questa tiritera? Semplicemente perché il post di oggi è dedicato alle “fave a cunigghiu”.

Che c’entrano le fave con i conigli? Niente, se non che le fave secche bollite e con l’origano, si “devono mangiare” con le mani, schiacciando con gli incisivi la buccia e facendo fuoriuscire l’interno della fava, tutto ciò ricorderebbe, nella fantasia popolare, il modo in cui le mangiano i conigli.

Le “fave a cunigghiu” quindi sono le fave secche generalmente bollite e condite all’insalata con l’origano, in casa mia però abbiamo sempre nominato questo piatto per indicare un’ottima zuppa di fave con i giri (che sono le bietole in dialetto palermitano).

E’ un piatto della cucina povera siciliana che mi piace tantissimo, un ottimo abbinamento che crea un brodetto denso e saporito. Certo, bisogna mangiarle usando la forchetta per prendere i giri (bietole), il cucchiaio per il brodo, ma soprattutto le mani per le fave, che vanno poi portate alla bocca per separare l’interno dalla buccia che va buttata successivamente in un piattino messo apposta per tale uso, non è un’ attività molto raffinata, ma se la si fa nell’intimità delle proprie mura domestiche può rivelarsi un’esperienza positiva, insomma per un giorno si diventa simili ai conigli, ma mi domando se non siano i conigli ad offendersi essendo paragonati a tali mangioni umani!

Ricetta

Ingredienti:

500gr fave secche con la buccia, 4 mazzi di bietole a coste larghe, 4 spicchi d’aglio (in camicia), acqua, sale, olio q.b.

Preparazione:

Mettere le fave a bagno in acqua bollente (fuori dal fuoco) per due ore.

Quando la buccia si comincia ad ammorbidire, scolarle e con un coltellino togliere l’occhio della fava (la parte superiore nera) e poi sciacquarle. Riempire una pentola con acqua, quando bolle versare le fave, l’aglio e sale q.b. Da quando l’acqua ribolle, lasciar cuocere a fuoco moderato, con coperchio semi chiuso per circa un’ora e mezza, mescolando ogni tanto. A questo punto, aggiungere le bietole precedentemente lavate, scolate e dimezzate (se di dimensioni troppo lunghe). Da quando riprende il bollore far cuocere per altri quindici minuti. Condire con olio crudo.

Buon appetito

CON QUESTA RICETTA PARTECIPO AL CONTEST

“LE RICETTE DELLA CARESTIA”

nella categoria: RICETTA ANTICA

Ricetta: testa di capretto cunsata

Questo post potrebbe apparire dal sapore un po’ macabro e far arrabbiare vegetariani, animalisti e onnivori schifiltosi.

In mia discolpa posso solo dire che la ricetta di cui scriverò non è mai stata cucinata (e mai lo sarà) da me e che non ho mai mangiato questa “prelibatezza”, che tuttavia ritengo essere degna di nota perché fa parte della cucina povera tipicamente palermitana.

Allora come una distaccata reporter, mi limiterò a descriverla, anzi per essere ancora più obiettiva userò uno stratagemma di cui vi accorgerete in seguito. continua