U maccu ri favi e due categorie umane

Anche una zuppa tradizionale può fare riflettere sul senso dell’umanità e così quando ho cucinato “u maccu ri favi” ho pensato a quanto le zuppe mi piacciano “belle maccose” e non “brodose”, che posso proprio dirlo con sincerità, io tifo per il macco (denso, corposo e amalgamato) e non per il brodo (lento, annacquato e galleggiante).  Così pensando e rimuginando sono arrivata ad una conclusione “scientificamente avvalorata” da diverse notizie trovate su  wikipedia e non solo…

macco di fave

E’ possibile dividere l’umanità in maccosi e in brodosi, o per dirla in palermitano in maccusi o in broruosi?

Torniamo alle origini del discorso: il Macco, ovvero zuppa cremosa di fave (fresche o secche), prende il suo nome dalla parola latina maccare (schiacciare, pestare, ridurre in poltiglia) o dalla parola greca maccoan che significa “fare il cretino” e di conseguenza da una maschera della commedia campana (di origini tardo latine) chiamata per l’appunto Maccus, un personaggio panciuto, stupido, sempre innamorato e per questo beffeggiato, malmenato e  quindi pestato da tutti.

E’ quindi certificato che la gustosissima ricetta povera di origini siciliane, che altro non è che una purea, una poltiglia leguminosa, profumata con del particolarissimo finocchietto selvatico, rappresenti tutta quella parte dell’umanità che viene schiacciata, forse perché ingenuotta, forse perché innamorata.

macco di fave

Passiamo al brodo: a Palermo per definire un individuo che si “allarga”, si vanta, si pavoneggia millantando delle qualità inesistenti o delle imprese eroiche, si usa dire che è “bruoruoso” (brodoso); se è magari vestito in modo esageratamente “toco”, “pumatusu” o “sbrechisi” (termini palermitani che potrebbero essere tradotti in “figo”) fino a rasentare il “tascio” (termine palermitano intraducibile che posso rendere con l’inglesismo “trash”)  si usa dire  “ minch… ru bruoru” (perbacco che brodo),;  quando si vuole parlare di qualcuno che si “sente tutto” (espressione tipicamente palermitana che significa “è convinto di essere il migliore”) che si autoesalta ridicolizzando gli altri, gli si potrebbe intimare di “non fare troppo brodo”.

E così è certificato che, almeno per i palermitani, la zuppa lenta, nella quale galleggiano pezzetti di verdura o di carne, quella resa migliore dalla “gallina vecchia”, sta a rappresentare quella parte dell’umanità avvezza a schiacciare gli altri per il proprio vantaggio, più vanitosa e sicura di sé.

Ed allora voi come vi sentite, “maccosi” o “brodosi”?

Dopo tutta questa per così dire inutile brodaglia… passiamo alla ricetta di un vero piatto tradizionale siculo, originario del ragusano (in alcuni paesi si prepara per la festa di San Giuseppe), un piatto semplice, genuino e nutriente a base di fave (preferibilmente secche) e insaporito dalla presenza di altre verdure come i giri (le bietole) o profumato dal finocchietto selvatico.

Si può gustare nella sua versione semplice, accompagnato da del pane oppure con la pasta, meglio “tagghiarini” ( specie di tagliatelle), margherita o spaghetti tagliati, “attuppatieddi” (ditalini) o caserecce e se per caso dovesse avanzarne un piatto, il giorno dopo si potrà tagliare a strisce o quadratini che passati nell’uovo battuto, impanati e fritti saranno davvero appetitosi, una vera leccornia economica e golosa.

macco

Ricetta: maccu di favi

Ingredienti: 250 gr di fave decorticate, acqua q.b (2 litri circa), un mazzetto di finocchietti selvatici (io ho usato quelli che crescono nel mio giardino), sale, olio evo, una cipolla piccola, pasta (facoltativa).

pasta col macco

Preparazione: c’è chi mette le fave a bagno per una notte, io ho saltato questo passaggio anche se ho allungato i tempi di cottura (un’ora e mezza circa). Tritare una cipolla (oppure una cipolletta scalogno) e farla imbiondire con olio evo in una pentola, aggiungere dell’acqua e versare le fave. Nel mentre riempire una pentola di acqua, salarla e portarla a bollore. Continuare la cottura delle fave aggiungendo di tanto in tanto un mestolo di acqua calda fino a quando le fave non si saranno disfatte del tutto, formando una crema densa ( quando era trascorsa un’ora ho frullato con il minipimer per velocizzare). Se si vogliono aggiungere i finocchietti, lavarli, sfilarli tritarli e farli bollire (e aggiungerli al macco già pronto), oppure aggiungerli alla zuppa mezz’ora prima della fine della cottura, usare dei rametti di finocchietto per decorare. Impiattare e condire con olio evo. Se si volesse aggiungere la pasta, allungare il macco con dell’acqua  (usando sempre il pentolino con l’acqua bollente da aggiungere poco a poco), portare ad ebollizione e cucinare facendo in modo che il tutto risulti sempre cremoso e senza brodo, condire con olio evo e decorare con finocchietto.

Buon appetito.

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4 thoughts on “U maccu ri favi e due categorie umane

  1. ciaooooo!!!!!! ritorno sul web dopo la pausa pasquale e cosa trovo??? il tuo solito, puntuale, esilarante spaccato di “umanità siciliana”!!!!!
    bravissima e ottima la ricetta. Io, da sempre , sono “maccosa”””” nella vita e in cucina!!!
    un abbraccione

  2. a Roma si dice Chi si loda si sbroda, che penso voglia dire più o meno lo stesso! Credo di essere del primo tipo, però poi mi piace sia la versione densa che quella brodosa! mangio pochissime fave, non è che non mi piacciano, semplicemente non so bene come cucinarle, forse potrei cominciare da queste deliziose “brodaglie”!

  3. Ciao Evelyn, mi piace leggerti perchè le tue spiegazioni sono sempre molto interessanti, soprattutto per i non siciliani! Come ti ho detto su Fb, io sono brodosa, ma in famiglia sono tutti “maccosi”. Un bacio

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