“A Persica cu vinu”, il mio bisnonno e gli ‘gnuri palermitani.

D’estate i palermitani amano mangiare fuori, frase con cui si può intendere il mangiare al ristorante  oppure… in balcone: sempre di stare fuori casa si tratta e per di più all’aperto, senza il bisogno di stordirsi con la cosiddetta aria confezionata.

Quando c’è caldo e si decide di mangiare all’aperto, in giardino, campagna, al tipico villino che la maggior parte dei palermitani possiede, o in extremis nel balcone di casa, serve qualcosa di fresco e dissetante, in questi casi l’ideale per i palermitani è una bella fetta di muluni, ma una valida alternativa è anche “a persica cu vinu” (la pesca col vino).

 persica cu vinu

La persica col vino piace tantissimo ai palermitani che infatti  la portano pure al Festino di Santa Rosalia, perché si “accoppia” bene con i babbaluci, è rinfrescante e gustosa e mangiare i pezzetti di pesca estraendoli dal bicchiere con la forchetta è una vera goduria.  In passato era un tipico cibo da taverna, veniva servita nelle cosiddette “cannate”, dei grandi boccali di vetro, e insieme alle uova sode, alle fave a cunigghiu, ai babbaluci, al mussu a stricasali etc, era uno dei cibi che fungeva anche da passatempo. Si innaffiava il tutto con litri di vino e si giocava al “tocco”, classico gioco che stimolava gli avventori a bere sempre di più.

persica cu vinu nta cannata

Questa specialità l’ho sempre conosciuta e vista nella tavola di famiglia durante l’estate e ricordo che era il pezzo forte del mio bisnonno chiamato “zu Ciccio” anche se in realtà si chiamava Antonio. Lui già anziano, prima della cena o del pranzo, con i suoi modi lenti “tagghiava a pizzuddicchi la persica”, la metteva nel boccale e la faceva macerare dentro al vino freddo per un po’. A fine mangiata, la distribuiva nei bicchieri e se c’era la dovuta confidenza (ai tempi si era meno igienisti), ognuno infilzava la forchetta nel boccale comune; ricordo che ero piccola ed anche se il tutto era a base di vino, capitava che il mio bisnonno “azziccasse” con la forchetta un pezzo di pesca, lo facesse sgocciolare e dicesse: “te cca mancia a persica, niputiedda mia” e per me quel gusto dolce di pesca, che oggi non esiste più e quell’aroma di vino che rendeva quel boccone anche trasgressivo erano indimenticabili, come indimenticabile è il mio bisnonno che ho avuto la fortuna di conoscere: un uomo dolce, gentile e allegro, era sempre sorridente, ironico e scherzoso, amava giocare con le carte siciliane e raccontare della “Grande guerra”.

Da giovane faceva lo ‘gnuri, uno dei mestieri considerati a Palermo tra i più degradanti, con questo termine dialettale si intendeva il cocchiere di strada, mestiere ormai in estinzione,  oggi legato solo al turismo. Ai  tempi del mio bisnonno la carrozza con i cavalli era il mezzo pubblico più comune ed anche economico che ci fosse, era un mestiere povero  e senza orari, si stava a contatto con le stalle e in ambienti non sempre gradevoli. Gli ‘gnuri sbarcavano il lunario e poi si ritrovavano spesso nelle taverne e così venivano visti come uomini rozzi e ordinari. Il mio bisnonno  era uno ‘gnuri particolare perché parlava un dialetto antico ma “pulito”, non diceva parole volgari, non alzava mai la voce, era discreto e delicato, forse perché come lui stesso raccontava, quel mestiere lo aveva ereditato dal padre che era un cocchiere presso famiglie nobili , i suoi modi dovevano essere quindi abbastanza eleganti. Il mio bisnonno era nato a Villa Caputo che adesso non esiste più, poi era stato cocchiere presso il Conte Favaloro (infatti la ‘nciuria data al mio bisnonno era proprio “u favaluoru”) e dopo era diventato ‘gnuri, mantenendo però quei modi più gentili, anche se come tutti i cocchieri amava frequentare le taverne, mangiare alla palermitana, mantenere le vecchie tradizioni che ha tramandato a mio padre che spesso portava con sé in giro per la città con la sua carrozza.

'gnuri

Tornando alla persica col vino, ricordo che quando ero appena maggiorenne, quando un po’ si dimenticano quelle vecchie tradizioni di famiglia e si comincia ad uscire con gli amici, capitò che  in una festa ad un certo punto arrivò il momento di una bevanda molto alla moda, tanto amata dai giovani che partecipavano agli erasmus e che cominciavano a scoprire le novità fuori dall’Italia, arrivò così la Sangria, chissà che mi sembrava, quando la vidi rimasi un po’ stranita, ma che novità, sembrava proprio la “persica cu vinu” del mio bisnonno, certo poi scoprii le differenze, la ricetta più elaborata e originale, ma il principio era molto simile ed a volte solo conoscendo ciò che c’è fuori di noi si riapprezzano anche quelle tradizioni a cui siamo abituati e che non valorizziamo.

persica cu vinu    persica  pesca col vino

Per questa bevanda fruttosa, fine pasto amato dai palermitani, non c’è una ricetta, basta solo il vino bianco molto freddo, la pesca a pezzetti e tutto è pronto, ma per favore, non mettete del vino di classe, ma semplice vino sfuso,  questa è una bevanda povera per comuni mortali che apprezzano il bello della vita.

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