I babbaluci palermitani

Ricordo che quando ero bambina, se si andava in campagna per una gita, non ci si poteva “allannuniari” nel dolce far nulla, ma bisognava accompagnare quel momento con varie occupazioni che potessero far trascorrere il tempo in un modo proficuo. Così poteva capitare che si dovesse raccogliere verdura selvatica: giri e cavoliceddi, cardella, asparagi, l’origano che cresce d’estate sulle nostre montagne o i capperi della macchia mediterranea, ma soprattutto ricordo che durante le estati assolate era molto gradita la raccolta dei “babbaluci” che spesso si annidavano tra i rami secchi delle piante spinose, raggruppandosi tutte insieme all’apice di quei “ramurazzi” forse alla ricerca del sole, creando delle strane sculture naturali.

babbaluci

Ricordo così che d’estate poteva capitare di andare in giardini abbandonati a raccogliere lumache, era uno svago piacevole, anche se si rischiava di prendere un’insolazione o di graffiarsi con le spine dei cardi rinsecchiti, però si stava insieme ed ogni adulto o bambino andava fiero del proprio raccolto, da consegnare poi alla donna di casa che si sarebbe dedicata alle operazioni successive; per me quello era il momento meno piacevole, mia nonna infatti metteva le povere lumachine in pentole con dentro il pane raffermo, per farle spurgare e poi nella pentola ammollo all’acqua con il sale ai bordi così che i babbaluci non li avrebbero mai valicati, per poi cucinarli in acqua bollente , a quel punto in me nasceva un certo senso di colpa per averle raccolte con tanto piacere e così di nascosto da mia nonna, insieme a mia sorella, ne liberavamo qualcuna…

I Palermitani amano moltissimo i babbaluci, ma non è tanto una questione di sapore (anche perché le lumache non hanno un gusto ben determinato, è il condimento a base di aglio, oglio, prezzemolo e “spezie” (pepe) a insaporirle, è piuttosto una questione di passatempo, un po’ come “u scacciu” a base di calia e semenza.

Mangiare i babbaluci è come un impulso compulsivo, un movimento inconsulto e svolto quasi meccanicamente, che accompagna altre attività soprattutto quella dell’osservare i giochi d’artificio durante il Festino di Santa Rosalia. Durante questa festa, i veri palermitani acquistano i loro piattini (di plastica) pieni di chiocciole condite e seduti davanti ai classici tavolini pieghevoli imbanditi in ogni dove, le consumano con nonchalance con l’ utilizzo delle mani producendo poi un risucchio alquanto rumoroso, magari creando con il proprio dente canino un piccolo foro nella parte posteriore della lumaca che favorisce la fuoriuscita del mollusco, solo alle “signore più fini” è consentito l’uso di uno stuzzicadenti (o anticamente di una spilla da balia) per aiutarsi in questa attività, insomma ci vuole molta competenza per sviluppare le migliori tecniche ingegneristiche utili a questa ritualità gastronomica. Tutto questo mangiare è innaffiato da litri e litri di vino che sembri facilitino la digestione dei babbaluci. La visione di tutto questo è alquanto raccapricciante, non credo somigli molto a quello che fanno i nostri cugini d’oltralpe quando nei loro ristoranti raffinati assaporano le note escargot, però mantiene ugualmente un fascino unico nel suo genere…

babbaluci

I babbaluci hanno la stessa etimologia della parola siciliana “babusce” con la quale si chiamano ancora le pantofole di pezza, ovvero dalla parola araba “babush” che indica le scarpe da donna con la punta rivolta in alto che ricorda appunto la chiocciola delle lumache.
Ancora oggi le lumache si possono acquistare da ambulanti chiamati babbaluciari che dopo averle raccolte le vendono in grandi ceste di vimini, certo anche questo ormai è uno dei vecchi mestieri in via di estinzione, anche perché visto il largo consumo che se ne fa a Palermo, anche le lumache cominciano ad estinguersi, chissà come faranno i palermitani a resistere a questa tradizione talmente irrinunciabile, che viene paragonata anche nei detti alla piacevole attività di baciare una donna e quindi a quel continuo senso di insoddisfazione e di contemporaneo desiderio che fa, di quello palermitano, un popolo passionale ed edonista , e con questo detto vi saluto, augurando che mai, ai miei concittadini e non solo, manchi la gioia dell’amore e il piacere della tavola: “fimmini a vasari, babbaluci a sucari un ponnu mai saziari”.

babbaluci

Ricetta: Babbaluci cu l’agghiu e l’ogghiu

Ingredienti:un chilo di lumache, abbondante prezzemolo, olio sale e pepe.

Preparazione: lavare i babbaluci e togliere l’eventuale velo bianco che si forma all’apertura della chiocciola, far spurgare per almeno due giorni le lumache mettendole in uno scolapasta con pangrattato o ancora meglio con crusca e di tanto in tanto rigirarle, coprendo con un coperchio pesante per non farle scappare. Prima di procedere alla cottura lavare bene le lumache e metterle in pentola coperte con dell’ acqua fredda (con tutto il giro della pentola coperto di sale umido) ed esporle sotto il sole per far uscire le lumache dal guscio, successivamente mettere la pentola sul fuoco bassissimo, appena l’acqua comincia il suo bollore, far bollire per due minuti.

babbaluci

Spegnere quindi il fuoco, salare l’acqua e lasciare stare per circa mezz’ora, poi versarle in un colapasta e far raffreddare. Preparare il condimento facendo soffriggere leggermente l’aglio in abbondante olio, aggiungere le lumache, aggiustare di sale e aggiungere pepe e prezzemolo tritato. Lasciarle riposare nel condimento per fare insaporire meglio il tutto.

lumache

Mescolare e prepararsi al risucchio.

Buon appetito.

p.s chi volesse leggere il mio post sul Festino di Santa Rosalia pubblicato su I love Italian Food può cliccare qui

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One thought on “I babbaluci palermitani

  1. Quando ero piccola, mia madre e mia zia si avventuravano nelle campagne dopo i temporali estivi per raccogliere le lumache e cuocerle (dopo averle accuratamete spurgate) con salsa di pomodoro e peperoncino. Una volta hanno anche rischiato di essere azzannate da un cane, ma niente, neanche quell’avventura riusciva a farle desistere. Quanto a noi commensali, bambini e adulti, mangiavamo tutti con gratitudine il frutto di tanta fatica.
    A pensarci ora non so se ne sarei ancora capace…

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