“La tua presenza è come una città” poesia per raccontare.

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Incontro con Ruska Jorjoliani   autrice de “La tua presenza è come una città” edito da Corrimano Edizioni e con  la sorella Ketevan Jorjoliani illustratrice, di cui si inaugura la mostra pittorica. Domenica 2 Ottobre 2016 alle ore 18.00 presso il Margaret Cafè in Via Madonia 93 a Terrasini (PA) .Un’occasione  per conoscere la talentuosa autrice di un romanzo che sta ottenendo molta attenzione e riscontri positivi, finalista al Premio Hermann Geiger 2016, il suo romanzo è già stato recensito su giornali quali La Stampa e il Fatto Quotidiano. La mostra di Ketevan Jorjoliani potrà essere visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 22 Ottobre, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00. L’evento è promosso dall’ass.ne Asadin.

Sotto la mia recensione del libro “La tua presenza è come una città”, seguiranno le biografie dell’autrice e della pittrice.

Recensione:

“La tua presenza è come una città” è il romanzo di Ruska Jorjoliani, il cui titolo è il verso di una poesia di Boris Pasternak. Non è un caso che la scelta dell’autrice sia caduta proprio su una figura retorica contenuta in un verso poetico. Il romanzo è infatti, in tutta la sua tessitura, intriso di poesia. Metafore, similitudini, simbolismi, fluttuano in ogni capitolo rendendolo ogni volta come un piccolo scrigno capace di custodire, nascondere e svelare significati reconditi. L’autrice, che ha iniziato il suo percorso letterario nella poesia,  durante una delle presentazioni del suo libro, ha rivelato che questo suo primo romanzo nasce anche come “demistificazione della poesia, tramite l’uso della forma prosaica”, un modo questo che le ha dato la possibilità di non risparmiarsi, di ricercare, di sviluppare il suo perfezionismo, di agire come una scienziata che cataloga ed organizza ed in altri momenti come uno scultore che cesella ed incide la sua materia, rendendola ricca di microscopici e macroscopici dettagli e particolari. La prosa che ne risulta è ricca, lirica, colta, filosofica, complessa, intrigante, poetica. Uno dei protagonisti, Dimitri, nella sua ultima lettera ai genitori, inviata dal confino, scrive: “Forse ho riposto troppa fiducia nelle metafore. Soprattutto in quella dell’albero. E della Storia. Senza pensare che è forse ciò che si nasconde dietro la metafora a contare, più della metafora stessa…”. Dimitri ha molto creduto nelle metafore e sogna che suo figlio Kirill diventi un poeta, perché la poesia può essere un motivo valido per cui vivere, anche se a volte ci sono alcuni “che nascono quasi apposta per essere schiacciati dalle ruote del tempo, che invitano quasi la sorte a stritolarli nella sua morsa”. Questo desiderio di poesia sarà realizzato, in un modo o nell’altro. A compierlo sarà il “guardiano di libri”, Saša, che in un sogno premonitore o rivelatore vedrà un monaco che tiene in braccio un gatto dirgli: “sai anche resuscitare i morti? Sei solo un cane che bazzica i cimiteri e che ogni tanto dissotterra qualche osso”. Eppure sarà proprio “resuscitando i morti” che realizzerà il sogno dell’amico e dei di lui genitori.

Il romanzo è anche un romanzo filosofico, perché le vicende dei personaggi sono raccontate con “lo scopo di far cogliere qualcosa di universale”. Come scriveva Milan Kundera, autore amato dalla scrittrice georgiana: “Il romanzo è una meditazione sull’esistenza vista attraverso i personaggi immaginari”. Ci sono almeno due mondi a confronto in questa vicenda ed in ciò che le fa da sfondo, due modi di concepire il reale. Quello che vede l’esistenza e le scelte individuali come irrilevanti, che vede il soggetto come un elemento inconsistente all’interno del fluire della Storia, intesa in senso hegeliano come un movimento dialettico dentro l’Assoluto e nella Verità, in quello che potrebbe essere definito un ordine strutturale dentro il quale il soggetto nulla può. Le estreme conseguenze di questo pensiero hanno portato allo stalinismo con le sue aberrazioni, sistema nel quale i nostri protagonisti sono immersi con tutto quello che ne consegue. C’è poi un modo di concepire la realtà che mette al centro l’individuo con le sue scelte, l’esistenza umana dei singoli soggetti che fanno la Storia. Non è un caso forse che il libro di poesie di Kirill si intitolerà “Il caos genera l’essere individuale”, il caos è libertà che si contrappone a un ordine estraniante. Nel romanzo c’è chi sceglie e chi non sceglie, c’è chi accetta l’esistente e chi paga le conseguenze della propria diversità, chi subisce le conseguenze della scelta di voler andare controcorrente. Ma in questa storia tutti pagano per sempre le scelte ed anche le non scelte, forse non ci sono eroi e nemmeno traditori, “a ognuno il proprio ruolo, e nessuna colpa” come scrive Dimitri all’amico Viktor.

La storia, che attraversa più generazioni, ha come sfondo la Russia sovietica in cui, come in tutte le dittature, l’individuo è svilito, offuscato, annullato. Un “socialismo disumanizzante” che si allontana da quel Socialismo dal volto umano descritto e sperato da Dubcek ai tempi della Primavera di Praga. Viktor, uno dei protagonisti del romanzo, eroe-antieroe che si macchia della colpa di esser stato il delatore del suo migliore amico, sogna segretamente un “socialismo gentile” dove il “dolore non dovrebbe aver avuto un’infanzia”.

E’ questo un romanzo che parla di libertà e di dittatura, affronta un tema non semplice con poesia e anche con ironia. Parla di Cultura, di come questa sia in contrasto con il dispotismo dei regimi che come primo compito si pone quello di “sfrattare la cultura”, di imporre un pensiero unico, di creare, come la stessa Ruska Jorjoliani ha affermato, “uno slittamento semantico, di distorcere il significato delle parole, di creare sfiducia nel linguaggio”, incomprensioni, divisioni, odio. L’autrice esplicita questo attraverso una serie di bizzarri interrogatori, a volte surreali, quasi umoristici, ridicoli nella loro pericolosità. Può questo romanzo aprire una riflessione interessante sul modo, anche attuale, di comunicare, ci fa riflettere sul forviante e manipolatorio uso della comunicazione sia verbale che scritta che si espande anche attraverso i social, i mass media. Un uso a volte distorto delle parole e del linguaggio comune, con tutte le sue possibili conseguenze. La cultura è sostanziale per superare queste distorsioni di significato, può andare oltre le fazioni e gli odi, può unire piuttosto che dividere. Ruska Jorjoliani racconta quanto sia stato importante per lei, da georgiana, aver sentito un senso di appartenenza per i romanzi russi, perché il sapere ed anche il bello sono universali e non hanno confini, vanno anche oltre le guerre. Ricordando un episodio di infanzia, afferma quanto, anche nei momenti di estrema povertà, fosse importante per lei la lettura di un libro, nutrimento per l’anima, che sua mamma, anche a costo di sacrificare altro, non smetteva di comprare.

“La tua presenza è come una città” è un romanzo polifonico, corale, policentrico. Sono tante le voci che raccontano, tanti i protagonisti, quelli presenti e quelli assenti il cui fantasma, forse il simulacro, secondo la teoria di Dimitri, permane in tutto il racconto, come il suono cupo di una campana. Tutto l’intreccio si costruisce di casella in casella, come in un mosaico o un percorso misterioso che si va svelando a tappe, di capitolo in capitolo, in un reticolo che all’inizio appare complicato, ma improvvisamente si illumina rendendosi chiaro e limpido al lettore. Variano le voci narranti, ed anche le forme letterarie si alternano contribuendo alla costruzione della trama: lettere, lettere mai scritte ma ricevute, elenchi, interrogatori veri ed immaginari, dialoghi, favole (come quella “fiaba russa da raccontare ai figli durante una passeggiata all’orto Botanico”, che narra quasi in un racconto a sé la storia di un bellissimo amore nato nei boschi). E’ una sperimentazione quella che l’autrice mette in atto, che nasce dalla conoscenza di tanta letteratura di qualità, è chiaramente un romanzo per nulla improvvisato, chi l’ha scritto ha letto molto, ha meditato molto, cosa forse rara ai tempi di oggi.

La storia narrata è quella principalmente di due coppie di amici, i padri e i figli. Due amici, i padri che si conoscono da sempre, uno Dimitri professore di letteratura russa alle scuole medie di Miroslav, l’altro Viktor ingegnere, costruisce o piuttosto distrugge ponti, come il regime gli richiede. I due hanno visioni diverse della realtà in cui vivono, il socialismo reale. Al primo quella dimensione sta stretta, la soffre, lo soffoca fino a star male, teme una società fatta solo di Simulacri che sostituiscono le vere identità, vede costantemente la possibilità di arresti o omicidi di persone innocenti, “non ha mai creduto in nessuna rivoluzione”, come afferma il suo migliore amico durante un interrogatorio. L’altro, Viktor, accetta apparentemente quella realtà, crede nel regime e non vuole vederne i limiti. Tra i due gli scontri ideologici sono descritti in una surreale partita a scacchi, in cui nessuno vince. Alla fine, o meglio all’inizio di tutto il successivo dipanarsi della storia, Dimitri lancia fuori dalla finestra dell’aula dove insegna il ritratto di Lenin. L’amico lo denuncia, azione che segna tutto il resto della sua vita. Accoglie in casa, insieme alla propria moglie Alina e al proprio figlio Saša, la moglie Sošanna ed il figlio Kirill dell’amico.  Le due mogli creano tra loro uno stretto legame di sorellanza, i due ragazzi crescono come fratelli e Viktor diviene per Kirill il padre mancato, anche se Dimitri vivrà sempre in tutti loro. I figli rivivono la storia dei padri, le loro vicende quasi si offuscano e si mescolano fino a confondersi, scrive Saša in una lettera “a volte mi chiedo se sia così grave figurarsi che ogni tanto la sottile membrana che ci divide si spezzi e i confini tra me, te, Viktor, Dimitri e altri ancora diventino così sfocati da essere indistinguibili”.

Leggere questo romanzo è anche in parte leggere la storia della sua autrice. Non descrive la sua vita, che pure è interessante ed unica, ma il suo essere georgiana, l’essere nata quando ancora esisteva l’URSS, l’aver vissuto la guerra e la povertà, aver assistito allo sfacelo del proprio paese e di tutte le illusioni che si portava dietro, l’esser giunta in un paese straniero, l’Italia, accolta da una famiglia palermitana fin da bambina, tutto questo in qualche modo c’è nel romanzo, è una presenza da cui è difficile prescindere. L’autrice è presente anche nella scelta di scrivere in una lingua complessa, l’italiano, che non è la propria lingua d’origine, ma che in questo caso ha rappresentato un aiuto per guardare alle vicende del proprio paese, tramite una lente che la potesse distaccare facendole apparire il tutto con maggiore equilibrio e senza far prevalere il proprio intimo coinvolgimento.

Così il lettore si abbandona in una storia antica ma moderna, lontana ma vicina, particolare ma universale, che parla di accoglienza, di amicizia, di fragilità e miserie umane. Ogni simbolo è una voce che si aggiunge al coro: il cappotto di Viktor regalatogli da uno zio al ritorno dalla guerra che rimarrà una costante fino alla morte, “Morirà con addosso questo cappotto” pensa l’amico guardandolo andar via per l’ultima volta; l’albero, gli occhiali di Dimitri che passano al figlio, il cassetto, l’asino la cui colpa è l’aver ubbidito ad una giusta causa, la Campana rubata per impedire che la sua voce suoni in nome della guerra, gli scacchi, e poi le scarpe di camoscio blu nuove. Quest’ultimo triste e macabro particolare mi ha lasciato un amaro sorriso, non so se è una citazione voluta o se è solo un caso, ma quelle scarpe di camoscio blu che penzolano dal ramo di un albero insieme a un paracadutista dilettante, non potevano non ricordarmi quelle “Blue Suede Shoes” che a ritmo di rock and roll mi hanno rammentato l’importanza di guardare con ironia il fluire della vita, dall’inizio alla fine.

Evelin Costa

Ruska Jorjoliani è nata a Mestia (Georgia), nelle montagne del Caucaso, nel 1985, quando sul mappamondo esisteva ancora un enorme paese chiamato Unione sovietica. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario: “Mondello giovani Sms-poesia” (per i versi dedicati a Dino Campana), dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora.
Ketevan Jorjoliani è nata in Georgia nel 1991 e si è laureata nel 2013 all’Accademia di Belle Arti di Tbilisi, in Design della Moda. In quegli anni studia arte pittorica nell’atelier del pittore georgiano Gia Khutsishvili. Dal 2015 è iscritta al biennio di pittura all’Accademia di Belle arti di Palermo. Collabora con Corrimano Editore dal 2014.

 

 

 

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L’incontenibile leggerezza di Enzo Sciavolino

Sabato 17 Settembre è stata inaugurata la mostra di Enzo Sciavolino presso la Galleria d’arte Studio 71 in Via Vincenzo Fuxa, 9 a Palermo.

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La mostra composta da 35 incisioni ed una scultura di bronzo è stata curata e presentata dal critico d’arte e scrittrice Vinny Scorsone. Il momento dell’inaugurazione, durante il quale oltre all’artista e alla curatrice sono intervenuti il gallerista Francesco Marcello Scorsone, Gonzalo Alvarez Garcia e Aldo Gerbino, è stato molto partecipato, come una festa che ha avvolto Sciavolino di calore, affetto, stima e amicizia.

Vinny Scorsone che ha presentato la mostra, nel suo testo introduttivo scrive: “Quello che Sciavolino compie con questa mostra è un viaggio all’interno del proprio percorso artistico segnando differenze e affinità tra ciò che è stato e ciò che è divenuto. Gli stessi temi, negli anni, hanno subìto una trasformazione. Se, difatti, in principio l’elevazione verso le sfere celesti era affrontata in maniera utopica e veniva frenata da una realtà soffocante e cupa, negli ultimi decenni, invece, essa è riuscita a distaccarsi dalle grettezze della vita quotidiana per tendere a qualcosa di più eterno e atemporale.”

Vinny Scorsone ci guida in un viaggio all’interno di un diario di più di cinquant’anni di attività, costituito dalle opere di Sciavolino, un percorso artistico i cui temi sono spesso ricorrenti, ma che si sono trasformati stilisticamente e contenutisticamente col passare degli anni. Cambiano i tratti e le linee, prima più aspre ed ora più morbide, anche i colori, più scuri nella prima produzione, adesso divengono vividi, aperti. Prevalgono gli azzurri. Ci racconta di come preponderante nella produzione artistica di Sciavolino sia il volo. L’angelo che nel passato era un Icaro cadente, nelle opere più recenti comincia a librarsi verso l’alto. Nel passato c’era l’utopia, nel presente la verve polemica che caratterizza le opere e la personalità di Sciavolino, rimane presente, ma si è attenuata ed è diventata più dolce. Il suo tratto, conclude Vinny Scorsone, ora è “più ricco di amore e desideroso di armonia. L’opera di Enzo Sciavolino è portatrice di armonia, che forse è l’unico modo, l’unico mezzo che abbiamo per salvare noi stessi e questo mondo che sta andando allo sfacelo”.

Interviene subito dopo Enzo Sciavolino riprendendo la frase di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Ci dice: “Ho molto meditato su questa frase, anche aiutato dalla inafferrabilità della verità poetica, frequentando poeti come Gonzalo Alvarez Garcia, come Aldo Gerbino, che sono qui e li ringrazio per la loro presenza, e scrittori come Tahar Ben Jelloun, che scrive anche poesie, come Vincenzo Consolo, Carlo Levi ed altri. Lungo il mio viaggio, che ormai dura nell’arte da quasi sessanta anni, ho incontrato, ho avuto la fortuna di cercarli e trovarli questi preziosi amici e compagni di viaggio verso la poesia, perché per me la poesia è la verità, è quell’arte inafferrabile, ma è anche presente, afferrabile. Questo non vuole essere un controsenso, è come la musica, non c’è cosa più astratta, più lontana della musica, però ti commuove, la senti dentro, e così è la poesia. Ogni artista penso, questo è il mio credo poetico, deve tendere alla verità, che è la poesia. Vi ringrazio e spero che apprezziate il mio lavoro che sia vademecum per fare altro più importante ancora.

Le opere di Sciavolino ci proiettano proprio in un mondo di poesia e verità. Soavi e delicate, sognanti e lievi, ma contemporaneamente vigorose e sincere, dal significativo impatto visivo, mostrano il mondo per quello che è, in tutta la sua crudezza, ma anche le sue speranze e possibilità trasformative e salvifiche. Seguendo il tracciato indicato da Vinny Scorsone, si scorge immediatamente la continuità e contemporanea discontinuità tra passato e presente in Sciavolino. Se nel passato a prevalere è la bicromia del bianco e nero, nel presente cambiano le atmosfere, i colori, i tratti.  Perché è la realtà che è mutata. Cambia l’uomo, cambia l’artista e cambia anche la sua opera. Le incisioni realizzate durante gli anni ’60 e gli anni ‘70 rappresentano uno sguardo lucido sulle asprezze del mondo. C’è la denuncia del malessere sociale, c’è la Torino industriale con tutte le sue contraddizioni. L’uomo macchina è rappresentato da una testa vuota sorretta da una morsa, svuotato di identità e strangolato da una garrota franchista che gli impone l’estrema sentenza di morte, erano anni in cui questo avveniva in una dittatura così poco distante dall’Italia.

E’ questo un tempo di grandi tormenti, di speranze generazionali e di classe. Guerre, totalitarismi, lotte armate. Ancora le classi sociali apparivano ben definite ed in evidente antinomia tra loro. Anni di grandi passioni, scontri, illusioni e disillusioni. L’utopia era rivoluzionaria, “solo il movimento poteva cambiare la storia”. Anche il Marxismo, ormai sclerotizzato e politicizzato, andava rivisto, messo in discussione, reinventato. Sciavolino non a caso, andando a Parigi, diventa amico del filosofo francese Althusser che voleva “liberare” Marx dalla polvere che la storia e l’ortodossia gli avevano depositato addosso, tra cui le incrostazioni malefiche dello stalinismo.

Sciavolino in tutte le sue opere rappresenta il volo, che però negli anni 70 è precipitazione, è un volo verso il baratro della condizione umana. C’è l’operaio che cade da un’impalcatura a rammentare quelle così dette “morti bianche”, simbolo del lavoro che aliena l’uomo trasformandolo in un numero, svilito e disumanizzato, un nome senza identità in un elenco, anche mortuario.

C’è la seduzione delle armi, rappresentata in una pistola posta su un vassoio, il simbolo negativo di una lotta fallace che ha usato gli stessi mezzi di ciò che voleva combattere. La speranza c’è, è nel bisogno di cambiamento, nell’amore paritario e condiviso, nell’ armonia tra i generi, nel bacio, nell’ulivo inciso che sembra tenuemente acquarellato e nella musica suonata da un violinista, poeta di un’arte che libera. C’è la ricerca dell’equilibrio, l’instabile binomio tra reale e utopia, la crisi dell’idealità. “Il giocatore di perle” fa pensare al romanzo filosofico fantasy di Herman Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”, in cui l’autore immaginava una futura società utopica costituita da intellettuali distanti dalla società del passato, decadente e oscura, dediti a un gioco “perfetto”. Il protagonista stanco di quel gioco e di un mondo ideale e che troppo si era astratto dalla realtà, ascolterà la vita che con la sua continua evoluzione, lo richiama a sé. Torna così libero tra gli uomini con tutti i rischi che questo comporta, anche la morte. Diceva Hesse “Non basta disprezzare la guerra, la tecnica, la febbre del denaro, il nazionalismo. Bisogna sostituire agli idoli del nostro tempo un credo”.

Una presenza costante nelle opere in mostra è la colomba della pace, il cui volo questa volta è ascesa. La concezione della vita di Sciavolino potrebbe essere racchiusa in una delle sue opere in cui è semplicemente delineato “l’uovo”, all’interno del quale si vedono due mani che lo rompono. La vita e la morte sono già in embrione prima ancora che la vita nasca. E’ la sintesi che contiene la sua affermazione, il suo sviluppo e la sua stessa negazione. Vita e morte in un unico nucleo, che è il fulcro dell’esistenza dove tutto è ciclico. Come lo è forse della vita, questo sembra anche il senso dell’arte: nel nucleo primordiale della materia sta già l’idea dell’opera che nascerà, e forse prima o poi muterà e deperirà, creando altro. Michelangelo diceva a tal proposito: “Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro basta soltanto spogliarla” ed anche: “Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo”. Forse non è un caso che Sciavolino abbia usato quello stesso marmo bianco estratto dalle Cave Michelangelo di Carrara.

Nella produzione attuale si percepisce che il mondo è cambiato, anche se è sempre uguale, costanti rimangono guerre, mortificazioni, sofferenze, lotte e amore. L’artista sembra non smettere mai di domandarsi: “in che modo posso cambiare il mondo?”, “In che modo la bellezza può cambiare il mondo?”. E se per Dostoevskij la bellezza da inseguire era la compassione, “quella che ci porta all’amore condiviso con il dolore”, in Sciavolino la risposta è la poesia. L’utopia da lotta diventa sogno, si fa leggerezza, levità, cura alle ferite di una società sofferente. Armonia e ricerca di pace, anche interiore. E’ pace che trasmettono le opere attuali dell’artista di Valledolmo. Sono presenti tanti simboli positivi, l’uccellino, il cavalluccio marino, il melograno. C’è la neve e la luce, della ragione forse, entrambe portatrici di verità. La verità si confronta costantemente con le maschere imposte dalla società, in una pirandelliana ricerca della vera essenza dell’essere umano, sempre al centro della produzione di un artista interessato visceralmente alla “condizione umana”. Una maschera tridimensionale, che appare scolpita come fosse una di quelle che si adoperavano nel teatro antico è l’autoritratto dell’autore, intitolata per l’appunto “Is sum qui faciam”.

Anche l’amore in una delle incisioni si fa maschera, in un bacio, che nel suo intreccio ricrea un unico volto, ma è una maschera. L’amore salvifico si esprime nella madre che allatta, nel fiore donato, in un volo verso l’alto, nell’infanzia con il suo sguardo sognante che offre l’unica speranza alla pace, nel viaggio verso l’orizzonte, in un angelo umanizzato che non è più quell’Icaro cadente, ma che libero si abbraccia all’albero della vela di una fragile barchetta di carta ed è anche il putto di bronzo che si inerpica verso l’alto nella scultura intitolata “Incontenibile leggerezza”, la cui materia apparentemente pesante non è mai in contraddizione con il suo titolo.  L’angelo con le sue ali vola perché è forse nel sogno dell’idealità, che mai è metafisica, che si nutre la speranza di cambiamento per l’essere umano.

In un breve scambio subito dopo l’inaugurazione, domando all’artista come mai avesse scelto come simbolo proprio l’angelo, che è comunque una immagine religiosa, ma che in questo caso probabilmente nulla ha di religioso. Mi risponde che non c’è nessun legame con la religione: “Credo nell’uomo e nell’umanità, anche se a volte l’uomo può essere una bestia, un animale. Però nell’uomo c’è qualcosa che lo può migliorare, c’è sempre la speranza che cambi”. Gli domando se le maschere sono un richiamo a Pirandello, mi dice che ha molto studiato ed indagato Pirandello. A partire dall’immagine dell’operaio che precipita in basso da una impalcatura ed a quella che rappresenta i partigiani, gli chiedo se è vero che nelle opere del passato sia più presente l’utopia intesa come rivoluzione, mentre adesso c’è più l’utopia intesa come sogno. Risponde che quando ha cominciato a lavorare a Torino ha molto frequentato la classe operaia, quella che oggi non esiste più. Una classe operaia in quegli anni più cosciente, non c’era razzismo, mi dice, loro non erano razzisti verso gli emigranti, ad esempio i siciliani emigranti come lui. Questo non avveniva soltanto perché sentivano la vicinanza empatica con chi era segnato da un comune destino difficile, ma perché erano persone più consapevoli.

Rifletto quindi sul compito ed il contributo di un artista che cerca la verità, che alimenta la coscienza e il sogno di un mondo più a misura umana, che anche se a volte perde o vacilla, mantiene sempre quel soffio leggero, che è speranza e ricerca di verità, fiducia nell’umanità, nella bellezza e nell’arte, uniche risposte alla barbarie del presente, che hanno la potenzialità di creare armonia, di pacificare, come pacifica una musica che ti commuove o il verso di una poesia.

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La mostra sarà visitabile fino al 3 ottobre 2016 tutti i giorni, festivi esclusi, dalle ore 16.30 alle 19.30 galleria d’arte Studio 71 via Vincenzo Fuxa n. 9 – 90143 Palermo tel. 091 6372862.

Le foto dell’evento sono di Maria Pia Lo Verso, le foto delle incisioni sono tratte dal sito http://www.enzosciavolino.it

Il Cinema a Terrasini, serata finale della VII edizione del Corto Pepper Fest

Continua a crescere il Corto Pepper Fest di Terrasini (PA), giunto alla VII edizione.

Anche quest’anno un grande numero di cortometraggi iscritti, da cui sono stati selezionati i sette corti che parteciperanno alla Finale di Venerdì 16 Settembre 2016.

La serata, che sarà condotta da Giulia Monteleone, si svolgerà a Terrasini (PA), dalle ore 21.00, presso l’area pedonalizzata di fronte al ristorante messicano El Bocadito, in via Vittorio Emanuele Orlando 126.

Questi i sei cortometraggi finalisti, a cui si aggiungerà un cortometraggio realizzato dagli alunni della Scuola primaria IC Laura Lanza Baronessa di Carini, che sarà premiato fuori concorso:

“Tra le dita” di Cristina Ki Casini.

“Baida” di Gianluca Granocchia e Federico Ermini.

“Era Nico” di Mauro Messina e Giulio Corso.

“Domani smetto” di Monica Dugo e Marcello Di Noto.

“Mirror” di Daniele Barbiero.

“L’altro figlio” di Dario Lanfranca.

La serata si aprirà a partire dalle ore 21.00 con la proiezione di “Bellissima” di Alessandro Capitani, l’opera che ha vinto l’edizione 2015, ottenendo  sia il titolo di Miglior Corto grazie al voto della Giuria di qualità, che il premio del pubblico. Un corto che ha ricevuto successivamente il David di Donatello come Miglior Cortometraggio, il Giffoni Awards come miglior cortometraggio +18 ed altri riconoscimenti.

Saranno poi proiettati i cortometraggi finalisti  che verranno valutati, durante la stessa serata, dalla Giuria Artistica di qualità, costituita da personalità appartenenti al mondo del cinema, arte e giornalismo, che assegnerà il primo premio come Miglior Corto. Anche il pubblico decreterà il proprio vincitore.

Saranno presenti durante l’evento i registi, autori o attori protagonisti di ogni cortometraggio selezionato che ritireranno le targhe di partecipazione ed i premi.

Il Corto Pepper Fest è un concorso di cortometraggi ideato da Sergio Misuraca, curato e organizzato dall’Ass.ne culturale Sciò Produzioni, nato per sostenere e promuovere l’opera di sperimentazione e ricerca cinematografica di autori giovani e/o indipendenti.  Il Festival si è proposto in questi anni di incrementare lo sviluppo turistico, artistico e culturale del territorio intorno a Terrasini, che per le sue amenità e gli scenari naturali è stato scelto molte volte come set per cortometraggi e lungometraggi.

Durante la serata che avrà al centro il Cinema, l’Arte, la Sicilia e l’Incontro sarà presente un’esposizione di Arte del Riciclo e Spazio Relax a cura di Officina Rigenerazione. Partecipa all’evento anche l’associazione Asadin con una proiezione di foto intitolata “Sicilie-l’identità molteplice”.

L’ingresso è libero.

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Per chi viene a Terrasini in occasione del Corto Pepper Fest di Terrasini (PA) sono previste convenzioni e riduzioni su case vacanza, bed & breakfast, alberghi, ristoranti e servizi. Per info http://www.visitcinisiterrasini.it contattare  info@visitpalermo.it

Corto Pepper Fest  http://www.cortopepperfest.com   info@cortopepperfest.com