Recensione del romanzo “Un paese senza nome” di Emilia Merenda

Presentazione oggi 28 Ottobre ore 18.00 a Capaci presso la Biblioteca Francesca Morvillo in Piazza Madrice, 20. Con Emilia Merenda e Pippo Oddo.

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Di Evelin Costa

“Un paese senza nome” è un romanzo il cui titolo racchiude in sé il significato più profondo di tutta la narrazione. Fin dall’inizio della lettura, in un libro che racconta viaggi, ci si domanda quale sia questo misterioso luogo-non luogo che il protagonista cercherà per tutta la vita. La ricerca di un paese senza nome porterà il Nonno Peppino ad intraprendere un lungo “cammino”, per terra e soprattutto per mare, gli farà raggiungere le terre ghiacciate del Polo Nord, il luogo più freddo e lontano, forse anche questo gelo è una metafora importante per la vita di un uomo alla ricerca disperata di un atavico calore umano sempre a lui negato. Quel paese forse lo troverà o non lo scorgerà mai, si scoprirà solo alla fine del libro, la ricerca tuttavia gli darà consapevolezza di sé stesso e delle proprie radici. Costruirà altri rifugi che saranno per lui paese, approdo, certezza e forza per i suoi cari.

C’è nel romanzo un paese reale da cui inizia tutto il racconto, quello in cui è nato e da cui inizia tutto, descritto dall’autrice, grazie ai racconti dettagliati del nonno, come era alla fine dell’ottocento: il corso, la Matrice, la tabaccheria dei bisnonni, la povertà, gli antichi mestieri, il silenzio. Tutto nella Capaci ottocentesca sembra sempre uguale ed immutabile. Poi c’è la spiaggia con le dune di sabbia da superare per arrivare al mare che è emblema di libertà, di un’apertura mentale contrapposta alla chiusura della sua vita familiare. Dice Peppino: “Per me il mare non era un ostacolo, ma l’apertura verso nuovi orizzonti, quasi un miracolo della natura. Ero certo che oltre quella linea immaginaria, c’era la possibilità di conoscere nuove terre e altra gente”.

Da Capaci e dall’insofferenza alla sensazione di immobilità si dipanerà tutta la storia che è un lungo racconto che il nonno regala alla sua nipotina, fatto di immagini nitide, di profumi, di speranze, di dolori, di lotta e di voglia di conoscenza.

Nel paese c’era la Stazione, nient’altro che un piccolo casello ferroviario dove il treno faceva fermata, quel treno condurrà il protagonista nel suo percorso di crescita fisica ed interiore.

La prima tappa del lungo viaggio sarà Palermo, il 1896 è una data che rappresenterà l’inizio di una nuova vita e la costruzione di un futuro diverso e di nuove radici. Dopo nove mesi di studi per diventare macchinista navale, Peppino si imbarcherà in una nave torpediniera, un viaggio durato poco più di sei anni, da cui dopo dubbi e riflessioni farà ritorno per riabbracciare ed intraprendere una vita insieme a Teresa, una ragazza palermitana con cui creerà la sua nuova famiglia e che lo accompagnerà per il resto della sua vita. Prima però arriverà fino in Olanda, New York, Oslo e poi, imbarcatosi sulla Stella Polare del Duca degli Abruzzi intraprenderà la più grande avventura della sua vita, raggiungendo il Polo Nord.

Il successivo ritorno alle origini, alla terra natia, la Sicilia, ed anche a Capaci, sarà sempre sofferto ma più consapevole. La nuova vita sarà piena di personaggi, incontri ed eventi sia intimi che familiari, ma anche avvenimenti storici come il terremoto di Messina. Soprattutto il ritorno sarà metafora della realizzazione di una vita autentica fatta di sentimenti veri e profondi e di un’accettazione della propria storia personale, delle proprie origini e del rapporto complicato con la madre. Il perdono di sé stesso e di chi con silenzi, muri ed ostacoli insormontabili lo aveva reso infelice negli anni, rappresenteranno per il protagonista l’unica possibilità di riscatto.

“Un paese senza nome” racconta uno scorcio di Sicilia e di mondo, è una storia di formazione, c’è una grande apertura alla conoscenza e all’incontro con culture diverse, c’è il passato, il presente ed anche il futuro. Il linguaggio è semplice ed emotivo, affronta con delicatezza e garbo sentimenti come l’amore e la sua negazione. Riesce a combinare ironia, curiosità, immaginazione e offre un’idea di cultura basata sulla valorizzazione delle tradizioni, ma al contempo sulla ricchezza data dalla conoscenza dell’altro, solo relazionandosi con un Noi universale, l’individuo può accrescere la propria unicità ed essere parte attiva di un futuro comunitario che si tramandi alle nuove generazioni.

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Cara ragazza e care noi donne…

Cara ragazza, non scrivo il tuo nome perché tutti oggi ti stanno radiografando la vita ed è già sufficiente. Cara ragazza e care noi donne, c’è chi dice che la questione di genere non esiste più, che c’è la parità, che le ragazze sono libere tanto quanto i ragazzi, che non serve più parlare di femminismo. Sono spesso le stesse donne a dirlo, illuse da una libertà apparente. E’ davvero così? Siamo libere? Allora perché esistono branchi di uomini che violentano in gruppo una donna? Perché esistono mariti che uccidono la moglie che li lascia? Perché le donne devono stare attente a uscire la sera? Perché se una ragazza è fragile, ribelle, complessa, confusa o incazzata con la vita sembra quasi scontato che ci siano dei maschi a sbucare dal nulla per violarne il corpo e l’anima? Perché se sono bianchi e adolescenti, lei, anche se è minorenne non viene definita una bambina ma invece è descritta come una che se l’è cercata? Non è una che se l’è cercata, non è una bambina, non è una tossica e non è una che dovrebbe stare chiusa dentro casa. Ogni donna è una donna che qualunque scelta faccia, giusta o sbagliata, non deve essere toccata da nessun uomo senza la sua volontà. Poi si possono fare le analisi psicologiche che tanto piacciono in tv, sulla famiglia, sui genitori assenti, sul problema della droga e dell’alcol, sugli adolescenti di oggi, sugli spacciatori immigrati e su quelli italiani. Poi ci sarà chi ne approfitterà e strumentalizzerà il caso solo per scopi politici. Si possono fare i processi pubblici, si possono scrivere tanti commenti di odio, ma io mi domando quando si rifletterà sul fatto che una donna non debba avere più paura del genere maschile. Quando finirà la logica del possesso che fa vedere il corpo femminile di proprietà degli uomini, che siano mariti, ex fidanzati, padri, fratelli, compagni di classe, amici, spacciatori?
Che le donne siano libere e solidali tra loro, che possano urlare la loro libertà, la loro ribellione. Che la ribellione non sia annichilimento o annullamento tramite sostanze stupefacenti o alcool, ma che sia lotta, riscatto, impegno, forza, solidarietà, amicizia. Amiche donne alziamo la testa, facciamo rete tra noi, uniamoci per essere più libere di uscire, di vivere, di ridere, di trovare una energia nuova nella nostra fragilità. Stiamo insieme e supportiamoci, madri, figlie, sorelle, amiche, coinvolgendo gli uomini che credono che le donne debbano essere libere veramente e complessivamente, c’è ancora bisogno di fare molta strada insieme!

Evelin Costa

“Sulla mia pelle”, sulla pelle degli ultimi e di chi lotta per loro. In ricordo di Stefano Cucchi.

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Giorno 11 ottobre 2018 vediamo in gruppo il film “Sulla mia pelle”, di Alessio Cremonini, dedicato alla vicenda di Stefano Cucchi, trentunenne romano arrestato il 15 ottobre del 2009 e morto una settimana dopo all’ospedale Pertini di Roma.

Coincidenza vuole che la data in cui decidiamo di vedere questo film rimarrà nella storia di questa dolorosa vicenda. Durante la giornata, infatti, arriva la notizia della grande ed inaspettata svolta avvenuta all’udienza del processo nel quale sono imputati cinque carabinieri per la morte di Stefano Cucchi.  Uno dei carabinieri imputati, Francesco Tedesco, rompendo un muro di silenzio che aveva segnato il caso per tutti questi anni, ammette il pestaggio e accusa i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo della violenta aggressione nei confronti del giovane. In questo momento il pensiero non può non tornare a Stefano e a quello che ha subito, ma anche alla sua famiglia ed in particolare ad Ilaria Cucchi, la sorella, che senza tregua da quasi dieci anni si batte per la verità e giustizia.

Una coincidenza che ha reso ancora più toccante la visione di un film che per tutto il tempo si focalizza sulla sofferenza e la tragica odissea di un ragazzo stritolato da un sistema solo all’apparenza democratico, ma nella sua concretezza vendicativo, crudele, violento, indifferente, lento, magmatico e monolitico nei mille gangli di una burocrazia che più che tutelare sembra voler imbrigliare e punire.

Stefano Cucchi non è un martire perché non è un Santo, ma subisce un martirio, non è un eroe, non è l’eroe di nessuno, anzi è un antieroe, rappresenta la parte più fragile e oscura della società, è vittima di se stesso e di una serie di ingranaggi sistemici che schiacciano senza pietà e senza sconti chi è debole e incapace di sorreggersi, chi fa scelte sbagliate, chi non riesce a salvarsi. La domanda che implicitamente percorre tutto il film è se chi è fallace, delinquente, debole, meriti per questo la tortura o la morte, se si può morire tragicamente e in solitudine all’interno delle mura di uno Stato, che ipocritamente afferma di voler riabilitare chi sbaglia e che invece si rende colpevole ed incapace di dare risposte alle proprie inadeguatezze.

Sulla mia pelle” è un film che non specula sulla violenza e sul dolore, non celebra e non assolve nessuno, non colpevolizza e non crea santini. Tutti i protagonisti del film sembrano anelli deboli di un sistema sbagliato, nessuno ne esce positivamente, nessuno è vincitore. E’ una storia di perdenti, di persone vere, umane anche nella miseria umana e addirittura nella disumanità. E’ la storia di un ragazzo che non riesce a sopravvivere a questa società, si rifugia nella droga, delinque e dopo tanti tentativi di riabilitarsi continua a non farcela, è la storia di uno di tanti, di quelli che soccombono, perché non sempre nella vita c’è il lieto fine, anzi forse non c’è quasi mai. E’ la storia di una famiglia per bene, una famiglia stanca ed impotente che non sa più sostenere questo figlio caduto in un tunnel, che ogni volta che si rialza nel suo metaforico ring crolla subito dopo con tutto il suo peso. Dopo anni di tentativi e speranze disilluse, al momento dell’arresto prevale lo sconforto, la delusione, l’amarezza, la sofferenza, l’inadeguatezza. Il film mostra l’arrendevolezza di questi genitori di fronte agli ostacoli di una burocrazia che non è a misura umana; la madre, come tante mamme nella stessa condizione, si domanda se una notte in carcere potrebbe forse dare una lezione al figlio. Ha fiducia in uno Stato che poi si rivolterà contro di loro.

Il voler rispettare le regole può frenare la capacità di analizzarle per capirne l’essenza che non sempre è positiva. Non ci insegnano a pensare, a ribellarci, a disobbedire alle regole disumane, a favore di una legge universale che tutela l’essere umano, siamo abituati ad accettare ciò che è imposto senza ragionare e ad abbassare la testa.

 La fiducia nello Stato porterà questa famiglia a seguire le regole di un sistema che complica la vita, che sembra spingerli ad adattarsi, a combattere poco, ma come non capirli? Chi ne è capace e chi può farlo? Lo Stato è democratico, ma complicato e può fare paura.

E poi nel film c’è lo Stato, lo Stato è rappresentato da diverse persone. I Carabinieri violenti e crudeli, quelli che probabilmente hanno devastato il corpo e la mente di Stefano, quelli che, secondo la testimonianza del loro collega, lo hanno massacrato con una violenza inaudita. Braccia armate di uno Stato punitivo? Vittime essi stessi dell’ essere “carne da macello” buttata nel peggio della società per miseri stipendi e con la tentazione di abbrutirsi? Bulli crudeli che agiscono indipendentemente dal sistema o frutti di un sistema sbagliato nelle sue viscere? Non c’è risposta. Non c’è giustificazione. Si vede solo che la violenza è ingiusta, qualunque sia la colpa commessa.

Ci sono poi le guardie carcerarie, quelle che ogni giorno condividono la reclusione. Il carcere è brutto in sé, il carcere non salva nessuno ed è punitivo anche per chi ci lavora. Ci sono gli altri carabinieri quelli che cercano di aiutare il ragazzo, ma si stancano subito di farlo, perché non c’è tempo per lui, non c’è tempo per gli ultimi. C’è una Giudice frettolosa, l’avvocato demotivato, ci sono gli infermieri ed i medici, tutti sembrano capire poco la gravità della situazione, probabilmente perché l’abitudine li ha anestetizzati ed immunizzati al dolore, forse disumani, ma anche umani nella loro indifferenza.

E poi c’è Stefano che non si fa aiutare, non permette a nessuno di salvarlo, in una sterile e flebile protesta contro quello che gli sta accadendo, nella totale inconsapevolezza di essere a rischio della propria vita, paradossalmente pensa al futuro, teme ripercussioni da parte dei carabinieri che pensa di incontrare di nuovo per le strade delinquenziali della sua città, pensa che a casa ha altra droga e teme di essere scoperto e di avere altre conseguenze, ragiona con la mente obnubilata dalla droga, dal dolore e da una strana lotta per la sopravvivenza che lo porterà invece ad abbandonarsi alla morte. Stefano ha sbagliato, Stefano non si fa aiutare, Stefano non sa salvarsi, Stefano ha voglia di mandare a quel paese tutti, dottori, polizia, guardie, parenti, non si rende simpatico agli altri e non sa usare né il pietismo, né l’empatia per avvicinare chi entra in contatto con lui, non si fida di nessuno, caccia via tutti, ma merita di morire per questo?

E’ una storia di difficoltà, dolore, indifferenza, solitudine. Stefano è solo e mentre guardiamo il film tutti ci sentiamo soli, chiusi in gabbia, abbandonati da tutto.

Se la domanda è: “è possibile entrare vivi in un carcere che è un luogo dello Stato ed uscirne morti dopo una settimana”, a questa domanda si può rispondere con altre domande: “Il carcere è un luogo dove è tutelata la vita? Esiste la tortura di Stato? Il carcere può essere umano? Lo Stato come considera chi è ultimo tra gli ultimi?”.

Ilaria Cucchi, La sorella di Stefano, ha intrapreso una battaglia legale in difesa di suo fratello “morto per Stato”, in cerca della verità, è una lotta importante nel nome di tantissime persone che come Stefano muoiono nelle carceri ogni giorno, da suicida o da suicidati, di tanti che vengono picchiati dentro le caserme in quel sottile limite tra regole e non regole.

Ilaria Cucchi per questo è stata criticata, accusata, sviscerata in ogni aspetto della sua vita, “bullizzata” anche dalla politica, ma è stata sostenuta da quelli che non hanno la forza o le possibilità di lottare in casi simili e da lei si sono sentiti rappresentati e da chi si impegna nella difesa dei diritti umani.

Il caso ha visto depistaggi e omertà, ma senza sosta questa donna ha continuato la sua battaglia legale e con le istituzioni, anche se queste non sono state sempre buone con lei, con la sua famiglia e ancor prima con suo fratello. Adesso, in seguito alla confessione di uno degli imputati, saranno molti a doversi scusare.

Mentre il processo dovrà seguire il suo corso, bisognerebbe portare avanti una battaglia collettiva sulla disumanità che si vive nelle carceri, che più che riabilitare ricreano o acuiscono le condizioni per delinquere anche dopo aver scontato la pena.

Sentiamo con troppa facilità inneggiare alle carceri, quando le carceri sono per essa stessa natura un non luogo dove si interrompe l’umanità. Dovremmo invece riflettere su altre alternative alla reclusione, perchè una società civile e a misura umana dovrebbe essere dalla parte degli ultimi, sostenere e non solo punire chi cade.

Difficile restare indifferenti a “Sulla mia pelle”, lascia attoniti, scossi e doloranti. Magistrale l’interpretazione di Alessandro Borghi, credibile ed autentico in ogni sequenza di un film sincero e capace di suscitare più dubbi che risposte.

Ci si augura che venga fatta verità e giustizia e che in una società civile e umana non ci siano più le condizioni che possano far accadere un episodio come questo.

Evelin Costa