Fare la salsa, un evento dell’estate palermitana.

Questo è il primo articolo sul nuovo Agave Palermo Blog, un benvenuto ai nuovi arrivati ed  ai lettori del vecchio blog!

Fare la salsa di pomodoro a Palermo, non è semplicemente cucinare, ma una vera impresa, una ritualità, un’occasione di riunione di famiglia, e quindi anche di liti tra parenti, un’operazione titanica che si svolge una volta l’anno, perchè se una faticaccia si deve fare, meglio (per noi palermitani) non diluirla nel tempo, ma farla in una sola volta, un po’ come togliersi un dente!

Fino ad una quindicina

di anni fa, “fare la sarsa” era ancora più in uso di oggi, le madri di famiglia mettevano a lavoro tutta la loro banda di figli, nuore, generi e nipoti; sceglievano il luogo più adatto, che solitamente era un garage, un terrazzino, un balcone adibito a cucinino o ancor meglio il classico villino fuori città, e cominciavano ad organizzare tutto l’ambaradan…

Questa operazione avveniva solitamente tra luglio e agosto, quando il pomodoro era maturo al punto giusto (e per saperlo era necessario avere il proprio “parrucciano – putiaro” di fiducia, ovvero un fruttivendolo amico che consigliasse il miglior pomodoro e che evitasse di nascondere sotto i pomodori buoni, quelli “purriti” (acidi o maltrattati).

Insomma l’estate palermitana, vedeva le famiglie, dedicare un giorno l’anno al pomodoro e così durante le giornate calde e assolate, poteva capitare di camminare in giro per la città e la provincia e sentir diffondersi nell’aria quel particolare profumo che emana la salsa di pomodoro quando ribolle, tra il dolce e l’acidulo, un odore particolare che regala immagini di famiglia, di donne corpulente, di “pignatoni” (pentoloni) che bollono come fossero ripieni di lava incandescente, di sud, di casa, di antico.

Dicevo che il luogo ideale per la salsa è il villino, dove c’è spazio e ventilazione. Gli attrezzi principali sono il classico “pignatone” o “quararone”  (una grande pentola), la “cucchiara ri ligna” (cucchiaio di legno con manico lungo), “u cuppinu” (un grande mestolo), una “bagnina” (bacinella di plastica) dove lavare i pomodori,

un fornelletto grande,

il passa-pomodoro (i più specializzati hanno quello elettrico),

un tavolone, il grande colapasta,

una quantità infinita di “buttigghi” (bottiglie) di birra possibilmente Forst (che denota l’alto uso di questa bevanda nelle famiglie palermitane),

la mitica macchinetta per tappare le bottiglie (spesso l’unico compito riservato agli uomini è quello di tappare le bottiglie), un’infinita quantità di tappi a corona (chi non possedeva questi tappi usava quelli di plastica cosparsi di olio), una coperta di lana anche detta “a manta”.  continua

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Gli anelletti al forno, un timballo per ogni festa e svago!

A Palermo durante i giorni di Festa c’è un piatto che non può mancare. E’ un piatto che non ha stagione, può andar bene sia a Ferragosto che a Natale, un piatto che non ha differenze sociali, che non dispiace mai a nessuno, un piatto che ha delle sue regole fisse da seguire (come spesso capita nelle ricette tradizionali) ma che al contempo lascia libertà alla fantasia, un piatto antico e moderno, senza tempo ma con un ben preciso spazio: la città di Palermo. […] continua

Pasta palina

A Palermo, come spesso capita, ogni piatto ha una particolare storia da raccontare, ed anche “a pasta palina” è completa di una sua narrazione del tutto originale.

Questo gustoso piatto dalle infinite varianti, è una delle più gustose cugine della più nota pasta con le sarde, infatti altro non è che una rivisitazione (in versione ancora più povera) di questa.

Chi fu l’ardito che si prese la briga di apporre delle modifiche al primo piatto più caratteristico di Palermo, inventato a suo tempo dal cuoco di un generale arabo sbarcato nella Conca D’oro?
La legenda dice che fu un frate sconosciuto appartenente all’ordine dei minimi (anche detti paolini o in dialetto “palini”) fondato da San Francesco di Paola.

Questi frati seguivano la regola della povertà ed il divieto assoluto di mangiare la carne e i suoi derivati, così dovettero arrangiarsi un po’, e se a Palermo nel bellissimo Monastero di San Francesco di Paola inventarono “a pasta palina”, un piatto povero dove di carne non c’è nemmeno l’ombra (va bene che i vegani più radicali mi potranno dire che c’è il pesce…), in Germania divennero ancora più noti producendo la birra “paulaner” (ed anche qui niente carne!).
Il monastero di San Francesco di Paola a Palermo è un luogo di culto molto bello,

sorge su quella che fu una piccola chiesa campestre dedicata alla martire palermitana S. Oliva, il cui corpo, secondo legenda, venne seppellito proprio sotto la chiesetta, appena fuori le mura della città. Successivamente la chiesetta di Sant’Oliva fu ceduta ai paolini che la spianarono e vi costruirono un monastero e una splendida Chiesa barocca con al suo interno opere pittoriche e sculture di grande valore.
Una curiosità: all’ordine dei paolini si ispirò forse anche il celebre gruppo (ancora oggi avvolto dal mistero) dei Beati Paoli, che dei frati copiarono l’abbigliamento. Riporta infatti il Pitrè, che i Beati Paoli presero questo nome perchè usavano travestirsi da monaci con un saio nero dotato di cappuccio, per passare inosservati durante il giorno, rifugiandosi nelle chiese della città fingendosi frati, e complottando la notte immersi nel buio.

E così, dai Frati Paolini ai Beti Paoli, arriviamo finalmente alla pasta palina, di cui esistono così tante versioni da non sapere più quale sia quella giusta. C’è chi toglie le sarde, chi il finocchietto selvatico, chi mette lo zafferano, chi la salsa di pomodoro. Il concetto è quello di rendere più povera la pasta con le sarde, ognuno fa poi come vuole.

Io mi limiterò alla versione che facciamo in famiglia (di generazione in generazione)!

Ingredienti (per due persone): 200 g di sarde fresche, 200 g di bucato, mezza cipolla grossa, 3 acciughe sott’olio, una manciata di uva passa e pinoli, una bustina di zafferano, olio, sale e pepe.
Premetto che anche nella mia versione ci sono due “sottoversioni”. Dipende se si hanno a disposizione le sarde. Se la risposta è affermativa, la ricetta è quella che tra poco scriverò, nel caso in cui le sarde saranno “fuiute”(scappate a mare), basterà non aggiungerle e magari abbondare un pochino con le acciughe sott’olio.

Preparazione: pulire bene le sarde e “allinguarle” togliendo lisca, squame, testa e coda e cercando di eliminare la maggior parte delle spine. Mettere a imbiondire la cipolla tritata finemente, unire l’uva passa, i pinoli, le acciughe sott’olio, sale e pepe. Aggiungere un mestolo d’acqua, lo zafferano (sciolto in una tazzina d’acqua tiepida) e cuocere a fuoco basso, aggiungere quindi le sarde, amalgamare il tutto per circa 10 minuti, se necessario, aggiungere poco alla volta dell’acqua fino a che si crei un sughetto ristretto.
A questo punto preparare la pasta (deve essere assolutamente “maccarruncino” bucato), scolarla e condirla.
Chi vuole potrà spolverarla con della “muddica atturrata” (pangrattato abbrustolito in padella).
Buon appetito!

Caldo e simil pesto alla pantesca.

Con questo post partecipo al contest “Che pesto ti frulla?”

E’ difficile scrivere qualcosa di sensato con questo caldo asfissiante.
Priva di condizionatore, invenzione miracolosa, emanatrice di frescura artificiale, che ha forse contribuito a cambiare la percezione del caldo, ma che in momenti di crisi da arsura aiuta a resistere, non trovo facile stare davanti al computer.

Ricordo quando ero piccola ed ancora questi “strumenti del finto fresco” non erano diffusi nelle case. In quel caso le soluzioni erano le seguenti: andare al mare, ma bisognava stare sempre in ammollo, perchè dopo pochi minuti in spiaggia le insolazioni erano assicurate. Altra soluzione, bagnare dei panni e metterli sulla fronte, nel mentre tenere i piedi in acqua fredda (ricordo davvero delle giornate così…), infine andare all’UPIM o alla STANDA. Ai tempi non c’erano i centri commerciali, i tanto amati “giganti omologatori” dove si va per risparmiare ed alla fine ci si ritrova con i carrelli pieni di nulla. Quando ero piccola al massimo c’erano i “grandi magazzini”, ed il motivo principale che spingeva (almeno noi) ad andarci era il fresco. Mia madre diceva : “Andiamo a prenderci un po’ di “aria confezionata”!!”. Poi quando uscivi la sensazione di caldo umido era terribile, ma per un po’ si respirava.

Andando avanti negli anni un po’ in tutte le case hanno cominciato a troneggiare i condizionatori, rumorosi come aerei in fase di decollo, grondanti di acqua distillata (ne ho usati litri e litri, raccolti pazientemente in bidoncini, per stirare lenzuola e asciugamani del mio b&b), ormai indispensabili, c’è chi li usa con moderazione e solo nei giorni più terribili, tenendo la temperatura non troppo bassa, per scongiurare raffreddori e reumatismi, c’è chi li tiene accesi 24 ore su 24, perchè questi strumenti creano dipendenza, spingono a rimanere rintanati in casa e ad evitare ogni luogo esterno. Sarà per questo che porto avanti una sorta di resistenza anticondizionatori, insomma a parte le camere del mio ex b&b che logicamente ne erano dotate, in casa mia non ci sono i condizionatori, nemmeno adesso che vivo in una campagna assolata . Mi ritrovo così con le serrande abbassate a cercare la frescura naturale che non c’è, a passare notti semi insonni, pensando che prima o poi anche io cederò al fascino della tecnologia!

Tutto questo preludio per dire semplicemente che il caldo mi ha reso difficile scrivere un post!

Ma adesso andiamo al cibo…

Ho preparato un altro pesto, perchè in estate non c’è niente di meglio che un piatto fresco e profumato.

Volevo fare un pesto alla pantesca (la versione che si prepara nella bella isola di Pantelleria), ma tra tante ricette trovate su internet mi sono confusa ed alla fine ho realizzato questo pesto usando i prodotti del mio orticello
e altri ingredienti tipici siciliani, tra cui i capperi di Pantelleria. Quindi alla fine ecco un simil pesto pantesco fatto da me.
Ingredienti:
4 pomodori, basilico, prezzemolo, uno spicchio d’aglio, pinoli, mandorle, olio evo (mezzo bicchiere), una manciata di capperi sotto sale (precedentemente tenuti in acqua), 2 cucchiai di caciocavallo (formaggio stagionato) grattugiato, sale, peperoncino.Preparazione:
Spellare i pomodori, togliere i semi e farli scolare, poi tagliuzzarli (io li ho grattugiati), tritare basilico e prezzemolo. Togliere il germoglio interno all’aglio, sciacquare bene i capperi. Come sempre la tradizione richiede di passare tutti gli ingredienti al mortaio,
foto illusoria (subito dopo ho frullato tutto)
la lagnusia (pigrizia) invece vuole che tutto venga frullato (la tecnologia ha i suoi vantaggi!).
Condire con questo ottimo pesto
un buon piatto di spaghetti
e cercare un posto fresco dove assaporare il tutto!

 

Busiate con il pesto alla trapanese

Con questo post partecipo al Contest “Che pesto ti frulla?”

 

Ecco una ricetta semplicissima, veloce da preparare e che non delude mai, è un piatto tipico di Trapani e provincia ed a casa mia è arrivato direttamente da San Vito, grazie a mia sorella che ha portato, dalla bellissima cittadina della Sicilia occidentale, tutti gli ingredienti ed ha anche offerto la sua manodopera, io quindi mi sono limitata a mangiare.

La ricetta di cui sto parlando è un primo piatto composto da un tipo di pasta che si può trovare in tutta la zona del trapanese, a cui tempo fa dedicai un post, le busiate, una pasta a forma di ricciolino che si realizza grazie all’utilizzo di un “buso”, condita con il pesto alla trapanese.

Esistono diverse varietà di pesti siciliani, ottimi quello alla pantesca con i deliziosi capperi di Pantelleria, o altri tipi che prevedono anche l’utilizzo della ricotta.
Uno dei più semplici ma proprio per questo tra i più buoni è quello alla trapanese, che ha un gusto fresco e diretto, un sapore intenso che parla di Sicilia e di estate.

Nasce probabilmente dall’incontro tra il famoso pesto alla genovese e la Sicilia, un incontro che ha avuto luogo nel porto di Trapani, dove approdavano le navi genovesi e come spesso accade quando due mondi diversi si incontrano senza paura, ma con la voglia di scoprirsi, conoscersi e fondersi, i risultati sono sorprendenti e positivi.
Così al basilico, aglio e olio (ingredienti del pesto genovese) si aggiunsero pomodori rossi e le mandorle, da passare al mortaio per ottenere una salsa deliziosa, il pesto alla trapanese.
La ricetta :

Ingredienti: 5 pomodori, un mazzo di basilico, 2 spicchi d’aglio (privati del germoglio), olio evo, 50 gr di mandorle spellate, sale e pepe. Busiate.

Preparazione: si dovrebbe usare il mortaio, ma in realtà nella nostra ricetta tutto è stato frullato. I pomodori vanno precedentemente spellati e fatti scolare in un colapasta. Mettere il pesto in una zuppiera, appena la pasta sarà pronta si potrà scolare e versare direttamente nel recipiente con il pesto.

Semplice vero?
Nelle foto si può notare che sono stati aggiunti dei pomodori a tocchetti (avevamo avuto il dubbio che il pesto non fosse sufficiente, devo dire che è stata un’ottima soluzione), vedrete anche che bel servizio di piatti non proprio eleganti e tanto meno ecologici che ho usato, eravamo in tanti e la lagnusia ha prevalso…
p.s. aggiungo due foto che nulla hanno a che fare con questo post, ma che vogliono omaggiare la mia gentile vicina che mi regala sempre pesce fresco, questa volta erano uvari e siccome li ho cucinati fritti con cipollata all’agrodolce, “alla maniera delle vope”, ricetta che ho già pubblicato, mi limito solo a dire che erano buonissimi!!! Grazie Signora Rosa!

"A pasta chi tinnirumi" versione tradizionale e versione mia.

Oggi mi occuperò di una ricetta che potrebbe rivelare quanto io non sia una palermitana doc a tutti gli effetti. E’ un primo piatto che a Palermo si mangia d’estate ed è super apprezzato dalla stragrande maggioranza dei miei concittadini.

Si tratta della pasta con i tenerumi (“pasta chi tinnirumi”), che altro non sono se non le foglie e i germogli della pianta della zucchina lunga, che come si può comprendere dallo stesso nome, sono molto teneri e delicati. Queste foglie hanno una consistenza particolare, sembrano dei panni di flanella, sono felpati, non impressionatevi per queste mie similitudini, perchè alla fine il gusto è veramente buono, ed il profumo invitante.

E’ un piatto particolare e non in tutta la Siclia viene cucinato, anzi generalmente queste foglie vanno buttate via, mentre i palermitani, arrivata l’estate non vedono l’ora di comprare questa verdura per preparare delle ottime minestre. Di minestra infatti si tratta, e molti si domanderanno come sia possibile mangiare sotto il caldo cocente dell’estate siciliana un piatto così bollente e fumante. E’ una sorta di terapia schock, le cose sono due, o la temperatura interna di chi se ne ciba arriva a 50 gradi centigradi in un colpo solo, oppure come per miracolo il corpo reagisce e sopporta tutto ciò, anzi è di certo così, perchè ho sempre sentito dire che questa pasta è … rinfrescante!
La verità sta sempre nel nostro particolare stomaco palermitano doc, che è geneticamente modificato per sopportare grassi, fritture, milza, cipolle ed evidentemente anche un calore al di sopra della norma.

Questa minestra si prepara usando un particolare tipo di pasta, la “vampaciuscia” (margherita)spezzata,

o al massimo, volendo strafare, gli spaghetti tagliati, si fa cuocere la pasta nella stessa pentola con i tenerumi e poi alla fine si aggiunge quello che noi chiamiamo “picchio-pacchio”. Ecco rispetto a questo ultimo elemento ci sono delle cose da precisare.
Dietro a un nome così particolare si nasconde qualcosa di semplicissimo, del pomodoro pelato scottato in padella con olio e aglio, ma l’origine del termine è da me sconosciuta, ho trovato, facendo delle ricerche, solo una interpretazione, quella secondo cui il suono di questa parola ricorderebbe lo schioccare della lingua sul palato quando si è soddisfatti da un buon piatto. Potrebbe essere vera ma a questo punto io potrei chiamare la caponata “gnam gnam”, lo sfincione “mmmh mmmh” oppure “slurp”, etc…

C’è da dire un’altra cosa sul nome di questo particolare intingolo, se per i palermitani “picchio-pacchio” è una salsina con pomodoro pelato, per altri siciliani la seconda parte di questo binomio ha un altro significato, del tutto differente. Per capirci e non sforare nella volgarità, vado su una citazione televisiva, potrei dire infatti che sarebbe rientrato perfettamente in un particolare elenco che Benigni declamò alcuni anni fa, inseguendo Raffaella Carrà.
Comunque visti i molteplici significati del nome, per non fare delle gaffe, bisogna stare attenti nell’usarlo in giro per la Sicilia, come capitò invece una volta a mia madre, esponendo la sua ricetta a base di picchio-pacchio di fronte a un’anziana signora dell’agrigentino, che fino alle dovute spiegazioni, la guardò con un certo sconcerto.

Adesso, prima della ricetta, il motivo per cui non sono proprio palermitana doc di fronte a questa pasta.
Se c’è una cosa che non sopporto, e non dipende dalla stagione o dal clima, è la pasta a minestra, mangio solo pasta asciutta, di fronte al brodo mi blocco. La minestra l’adoro ma senza la pasta. Quindi io la pasta con i tenerumi la faccio in una mia versione senza brodo e saltata in padella.
Nel caso delle foto poi, non avendo a disposizione la margherita e detestando gli spaghetti spezzati, ho usato le caserecce, grandissima trasgressione, e così della nostra tradizionale pasta chi tinniruma è rimasto ben poco…

Ma non sempre le regole sono giuste per tutti gli individui, ed io in questo caso più che alle tradizioni do ascolto al mio palato, ma chi ama le minestre si fidi degli altri palermitani, non rimarrà deluso!
Questa invece è la versione originale.
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Ricetta:

Ingredienti:

Gr. 400 di pasta (spaghetti o margherita spezzettati), 4 mazzi di tenerumi, 3 spicchi aglio, pomodoro pelato a pezzetti, olio, sale, pepe

Preparazione:
Sfilare le foglie ed i germogli, sciacquare in abbondante acqua e taglliarle a striscioline.

In una pentola far bollire dell’ acqua salata e lessare la verdura per circa cinque minuti.
Aggiungere a questo punto la pasta spezzettata.
Intanto in una padella scaldare gli spicchi d’aglio in olio extravergine e aggiungere il pomodoro pelato a pezzi (va bene anche il pomodoro fresco, spellato e tagliuzzato), sale e pepe.
Mettere la pasta con i tenerumi nei piatti e aggiungere il picchio-pacchio e un filo d’olio evo.
Nella mia versione ecco le varianti: caserecce al posto di pasta spezzata, e poi quando la pasta è pronta, scolare tutto il brodo e farla saltare in padella con il picchio-pacchio a questo punto servire a tavola.

Le busiate trapanesi, antidoto alla lagnusia

Non avevo mai fatto la pasta in casa, il solo pensare di impastare, spianare, e tutte le altre fasi necessarie, mi faceva già stancare. Insomma un po’ come nel migliore stereotipo del siciliano “lagnuso” (pigro), pensavo che le mie braccia fossero robuste solo il necessario per prendere una tazzina di caffè e trasportarla dal bancone di un bar alla bocca (secondo la teoria di Ficarra e Picone, che ci vede fondamentalmente intenti a incrementare “l’economia da bar”), che la fatica non facesse per me.

La lagnusia è uno stato dell’anima, quello che ti fa stravaccare da una sedia all’altra, quello che ti fa passeggiare con andatura ciondolante, che ti fa lamentare apaticamente delle cose che non vanno, del lavoro che non c’è (ed è vero purtroppo), che ti fa pensare che mai nulla possa cambiare, quindi è inutile sforzarsi o darsi da fare. La lagnusia che rende però meditabondi e riflessivi, che porta a grandi sogni e poche concretezze, la lagnusia che allo stato estremo viene, in un antico detto, paragonata al comportamento “ru cani i jardinu” (il cane di giardino) “che un quogghie e un fa quogghiri” (che non raccoglie e non fa raccogliere), insomma chi oltre a non far nulla fa anche perdere tempo agli altri…

Ed io stamattina ero tra una sedia e l’altra, senza lavoro, immersa in pensieri filosofici, in preda alla più totale lagnusia, così è scattato qualcosa, non so quale gene non siculo si sia improvvisamente impossessato di me e mi abbia spinta a preparare per la prima volta la pasta in casa.

Visto il buon proposito, non potevo non preparare un tipo di pasta che non avesse un richiamo alla mia terra, non proprio alla mia città, dove non credo ci siano tradizionali tipi di pasta fatta a mano, ma sempre comunque Sicilia, ovvero le busiate del trapanese.

Questa pasta la conosco molto bene perchè quando mi trovo a San Vito è il mio secondo piatto preferito dopo il cous cous al pesce, una pasta che raccoglie il condimento con cura, ha la forma di un boccolo elegante, un ricciolo capriccioso che contiene soavi sapori. A Trapani la condiscono spesso col pesto alla trapanese, a base di pomodoro fresco, aglio e basilico, ma anche con una semplice salsa di pomodoro e magari dei tocchetti di melanzane fritte è squisita, soprattutto se è estate e si ha la fortuna di vedere il mare…

Il nome busiate origina dall’arnese con il quale venivano preparate, il buso, che è un ferro lungo e sottile. I busi sono infatti anche i ferri per lavorare a maglia (“u busino” è l’uncinetto). Adesso per arrotolare questa pasta si usano anche delle cannucce di legno o gli spiedi, vengono anche preparate con strumenti meccanici, certo il fascino di vederle fare una per una è impareggiabile.

In tutto il trapanese si trovano in vendita nei pastifici e anche nei panifici.

Ho trovato tante ricette in giro per internet, alla fine prendendo un po’ da una parte, un po’ dall’altra ho fatto così, alternando momenti di semidisperazione in cui credevo di dover buttare via tutto, di sfogo liberatorio nello spianare la pasta con un barattolo di vetro perchè non dotata di matterello (d’altra parte fino ad ora non mi era mai servito), di gioia creativa nel fare questi riccioli a mano libera, di “chi me lo ha fatto fare” nel trovarmi a fare l’ennesimo ricciolo sapendo di averne ancora per molto, di soddisfazione immensa nel vedere e gustare il risultato finale:

Ingredienti:
400gr di farina 00, 200ml di acqua tiepida (ne ho aggiunta ancora un po’ perchè la pasta era troppo asciutta), un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale.

Procedimento:
setacciare la farina, aggiungere il sale, l’olio e l’acqua poco alla volta. Impastare per un po’ fino ad ottenere una pasta omogenea, coprirla con la pellicola e attendere mezz’ora. A questo punto avrei dovuto fare con dei pezzetti di pasta dei rotolini sottili (tipo maccheroncini) da arrotolare attorno al “buso”, ma non ci sono riuscita, non so perchè, allora non perdendomi d’animo ho spianato tutta la pasta rendendola più sottile che potevo (fatica!) e ho fatto delle tagliatelle di circa 5 mm di larghezza. Ogni tagliatella va poi arrotolata attorno allo spiedo di legno, spianata con i due palmi delle mani sul ripiano e poi sfilata delicatamente e messa ad asciugare su un panno coperto di farina.

Si deve far asciugare per una mezz’ora almeno e poi cucinare in abbondante acqua salata per circa 6 minuti.
Non avevo gli ingredienti per il pesto alla trapanese, allora ho “rimediato” con un ragù con piselli, ottima soluzione direi!
Certo non erano perfette come quelle che ho mangiato a Trapani, però come fuga dalla lagnusia andavano benissimo!

Le arancine

Per Santa Lucia, come ho già scritto l’anno scorso, a Palermo si mangiano le arancine, niente pane o pasta, è proprio un grosso sacrificio mangiare le mitiche arance di riso con ragù e fritte, una sofferenza alla quale bisogna sottoporsi…

Scherzi a parte io amo molto questa festa perchè ho la giustificazione ed anche la “benedizione” per mangiare ciò che forse rappresenta il mio cibo prediletto, a cui di solito rinuncio per motivi di linea e per non accanirmi troppo sul mio stomaco, già riempito da varie leccornie, con ulteriori fritture.
Ieri ho quindi mangiato le mie adorate arancine, quelle fatte in casa da mia madre, ho però dovuto constatare che gli anni passano e la mia capacità di divorare cibo è diminuita, se fino a qualche anno fa il mio personale record era di 8 arancine (solo a cena), adesso alla quarta (e ora mia madre le fa di minore dimensione) cominciavo già a boccheggiare e la quinta l’ho mangiata solo per forza di volontà e per gola perchè già ero colma, non del tutto direi, perchè poco dopo ho riempito l’ultimo spazio rimasto con la cuccìa con ricotta. Insomma, gli anni passano e mi devo rassegnare, il mio record rimarrà, e forse è un bene, irraggiungibile.
Le arancine prendono il loro nome dalle arance, alle quali somigliano, si trovano in tutte le rosticcerie palermitane fin dal mattino e rappresentano uno tra i prediletti snack o la base per una buona e soprattutto nutriente prima colazione. In casa vengono preparate di rado, esclusivamente per il giorno dedicato a Santa Lucia, se si ha la pazienza per farle.
Una prima nota da segnalare è quella relativa al loro nome, è più usuale infatti conoscerle sotto il nome di arancini (singolare arancino), declinate quindi al maschile, questo soprattutto grazie alla fama dello scrittore siciliano Camilleri, che le ha rese celebri nel romanzo “Gli arancini di Montalbano”. Quella del nome è una disputa che ha visto fior fiore di studiosi delle tradizioni siciliane dibattere tra loro, “quale sarà il vero nome, arancina o arancino?”. La disputa divide in due la mia bella isola, a Palermo la chiamiamo arancina, nella Sicilia orientale si chiama arancino. Non so, nessuno può dare una risposta vera alla grande questione del secolo, io però, per abitudine (sono palermitana, pur aliena ma sempre palermitana) e per femminismo, preferisco nominarla arancina, al femminile, Camilleri mi perdonerà.
Le origini dell’arancina sono da attribuire agli arabi, che a leggere il mio blog, sembra non abbiano fatto altro nella vita che dedicarsi all’arte culinaria. Furono infatti gli arabi ad introdurre il riso e lo zafferano, elementi basilari di questi goduriosi timballi fritti. Gli arabi probabilmente mangiavano il riso condito con zafferano e carne (insomma il risotto alla milanese) sotto forma di timballo, ma coloro che inventarono la panatura e la frittura, furono i cuochi di Federico II, per rendere più piacevoli e agevoli i pic-nic dell’Imperatore durante le battute di caccia.
Nel passato le arancine a Palermo venivano vendute dagli ambulanti. Oltre alle classiche con carne (con il ripieno di ragù) e al burro (dove il burro non c’è affatto), c’era anche la versione con ripieno di gianduia, da intingere nello zucchero, per pubblicizzarle gli ambulanti usavano dire: “abbagna e mancia!” (intingi nello zucchero e mangiale). Gli anziani, abituati a questa attività, sono soliti mangiare tuttora le arancine, anche quelle con ragù, “bagnandole” nello zucchero, io non ho mai provato e non penso di farlo, vero è l’accostamento armonico del dolce a salato, la filosofia dei due opposti che si incontrano, ma questo mi sembra troppo!
A Palermo le versioni classiche di arancine, si trovano ovunque, ottime quelle di Ganci e di Oscar, in qualche rosticceria si trovano anche le varianti con diversi ingredienti, quelle col gianduia io non le ho mai trovate. E’ da segnalare il bar Touring in Via Lincoln, dove preparano le arancine-bomba, dove il termine bomba è per una volta positivo e si riferisce alla dimensione quasi raddoppiata, rispetto al normale.
Adesso posso finalmente trascrivere la ricetta delle arancine “ca carni” (al ragù di carne) e “cu burru” (con besciamella, prosciutto e scamorza).
ARANCINE CA CARNI:
Ingredienti per 46 arancine (come si può vedere le quantità sono…notevoli, da palermitani doc)
per il riso: 2kg riso qualità Roma, 4 litri di acqua, 4 dadi, 2 bustine di zafferano, parmigiano, burro per mantecare, noce moscata, sale, pepe

per il ragù: 1 kg di tritato (che qui chiamiamo carni capuliata), 1 cipolla, sedano, 2 foglie di alloro, 1 carota, olio evo, mezzo bicchiere di vino, 1 bottiglia (da 750ml) e mezza di salsa di pomodoro, 300gr di pisellini fini surgelati, sale, pepe, noce moscata.

Preparazione:

Risotto (da preparare il giorno prima della preparazione delle arancine): è conveniente dimezzare le dosi e prepararlo in due volte, perchè mescolare 2 kg di riso può essere faticoso. Far bollire l’acqua, aggiungere i dadi e la bustina di zafferano. Versare il riso e mescolare costantemente come per fare il risotto. Dopo circa 15 minuti l’acqua si sarà asciugata. Spegnere il fuoco, aggiungere qualche cucchiaio di parmigiano, correggere di sale (se necessario), aggiungere pepe e noce moscata e mantecare. A questo punto versare il risotto su una teglia per farlo raffreddare e poi coprirlo per non farlo seccare.

Ragù (anche questo si può preparare il giorno prima): tritare finemente la cipolla, il sedano e la carota. Far soffriggere e aggiungere il tritato, quando è ben rosolato versare il vino e far evaporare. Aggiungere la salsa di pomodoro, sale pepe e noce moscata e far cucinare a fuoco moderato per circa un’ora. Dieci minuti prima della fine della cottura aggiungere i pisellini.
Arancine: conformare con il riso delle palline (ne verranno circa 45) .
Preparare a parte una pastella con acqua e farina, e mettere in un contenitore il pangrattato. Dividere ogni pallina in due parti, mettere una metà nel palmo di una mano e fare un incavo, aggiungere un cucchiaio circa di ragù e chiudere con l’altra metà, appallottolare bene in modo che non fuoriesca il condimento, bagnare l’arancina nella pastella e poi impanarla col pangrattato.
Prepararle tutte
e poi friggerle nella friggitrice o in una pentola con olio di semi.
ARANCINE CU BURRU:
Per 16 arancine, fare un risotto come sopra con 700gr di riso. Per il ripieno servono 60gr di prosciutto cotto, 60gr di scamorza (tagliata a piccoli pezzi) e una besciamella classica fatta con 250ml di latte. Quando la Besciamella è fredda, si aggiungeranno prosciutto e scamorza.

In questo caso la forma da dare alle arancine è ovale, per il resto bisogna seguire lo stesso procedimento.

A questo punto non resta che dire Buon appetito!
p.s. un grazie a Emilia Merenda (mia madre) per le foto e la ricetta