Carmelo Pecora presenta “Tre ragazzi in cerca di avventure e sette racconti” a Terrasini

Sabato 1 Aprile 2017 alle ore 17.00 presso il Margaret Cafè in Via Madonia 93 a Terrasini (PA), Carmelo Pecora presenterà il suo libro , CartaCanta Editore.

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Carmelo Pecora, che attualmente vive in Emilia Romagna, si trova in questi giorni ad Enna, sua città d’origine, dove una scuola ha adottato il suo nuovo libro. Siamo felici di averlo con noi a Terrasini visto il suo legame con il nostro territorio, lo scorso anno è stato a Cinisi dove a presentato L’urlo di Maggio, il suo reading teatrale tratto dal libro  9 maggio ’78 – Il Giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato. Anche in questa occasione si aprirà uno scambio rispetto a questa tematica.

All’evento coordinato da Evelin Costa, sarà presente l’autore del libro ed interverrà Pino Manzella. Saranno proposte alcune letture.

L’evento è promosso dall’associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa.

Carmelo PecoraCarmelo Pecora (Enna, 1959) è un ex ispettore capo della Polizia scientifica. In ambito letterario ha al suo attivo diverse pubblicazioni tra cui: 9 maggio ’78 – Il Giorno che assassinarono Aldo Moro e Peppino Impastato (Editrice Zona, 2007) che ha ricevuto il Premio speciale al concorso Com&Te e dal quale è stato tratto il reading teatrale L’Urlo di Maggio; Polvere negli occhi sulla strage alla stazione di Bologna (Editrice Zona, 2009), Ustica, confessioni di un angelo caduto (Editrice Zona, 2011) e Gli infedeli – storie e domande della Uno bianca (Editrice Zona 2014).

Enna, nel cuore della Sicilia, tre ragazzini di tredici anni, un po’ per gioco un po’ per scommessa, scappano di casa e decidono di intraprendere un viaggio che possa portarli lontano, magari in America. Tra mille peripezie arrivano a Palermo, una città mai vista e all’apparenza lontanissima, da dove cercano di imbarcarsi su una nave e dare così inizio a una avventura ancora più incredibile. Molti anni dopo, uno dei tre, diventato responsabile della Polizia scientifica si trova di fronte a una situazione simile: Margherita, una sedicenne pugliese, abbandona la sua famiglia e parte alla volta di Milano per rincorrere un sogno. Durante le procedure di identificazione, i ricordi, inevitabilmente, si faranno spazio nella mente del capo della Polizia scientifica e tutto sembrerà tornare, per qualche ora, a quel lontano 1971.

Un romanzo breve e sette racconti che sono un inno alla libertà e al senso di responsabilità che nel corso della vita accompagnano le nostre scelte, al desiderio di un mondo più giusto che alberga nel cuore di chi ogni giorno si impegna per un futuro migliore.

 

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8 Marzo 2017 “Nzemmula- ritratti per la libertà”

 

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“La mostra “’Nzèmmula – Ritratti per la libertà” nasce da un’idea di Caterina Blunda, che si è andata, durante il lavoro di gruppo, arricchendo di spunti, visioni e riflessioni, più che una collettiva è da intendere come un lavoro di gruppo. Il progetto fotografico parte dall’esigenza di denunciare le violenze che ogni giorno le donne subiscono in tutto il mondo, attraverso immagini e frasi in vernacolo siciliano, a rafforzare l’identità linguistica e culturale, frasi “tatuate sui corpi” delle protagoniste e dei protagonisti di questi scatti. Anche nell’Occidente del mondo, dove le lotte femminili hanno migliorato la condizione della donna, la cultura dominante fa vivere la donna in uno stato di subordinazione rispetto all’uomo. Il corpo delle donne è ancora considerato un oggetto da controllare e strumentalizzare, la donna concepita come madonna o angelo del focolare, da venerare disumanizzandola, oppure come donna in carriera che deve imitare l’atteggiamento maschile anche nei suoi aspetti peggiori (questa a volte erroneamente è stata chiamata parità), o come la libertina da denigrare, o come la vittima da piangere. Tutte sfaccettature diverse di una stessa concezione che non riesce a vedere la donna come un essere intero, libero ed autodeterminato.

Le donne che decidono di fare scelte differenti da quelle ordinarie, le donne che non vogliono continuare una relazione, le donne che vogliono una propria indipendenza, sono spesso vittime di uomini, solitamente di ambito familiare, che non riescono ad accettare il rifiuto, a considerare la donna se non come una proprietà da controllare. Sono però vittime non solo del genere maschile, ma di una società tutta, che silenziosamente approva e finge di denunciare solo quando si presenta il caso di una donna uccisa da mano maschile, ma che al contempo ogni giorno condanna la donna quando non sottostà agli schemi della vita che le è stata “assegnata”. Le donne spesso sono vittime anche di se stesse, quando non riescono a distinguere l’amore dal possesso e rimangono prigioniere di relazioni distruttive e quando invece di solidarizzare tra loro diventano rivali e si condannano vicendevolmente, perché incapaci di immaginare un’alternativa, un cambiamento sociale e culturale.

Il sistema quando si erge a “difensore” delle donne, tende ulteriormente a vittimizzarle, a presentarle attraverso i mass media, come ferite, deboli, bisognose di qualcuno che le tuteli, che le protegga, e dalla protezione il passo verso il controllo e la sopraffazione è breve. Ne sminuisce così ulteriormente la forza e la capacità di autodeterminazione, di libertà e di scelta.  Solo un cambiamento culturale che coinvolga tutti i generi migliorerebbe la vita di tutti, perchè una società non è veramente libera se una sua parte non lo è. Un discorso sulla violenza contro le donne serve quindi a sensibilizzare le donne, ma anche gli uomini, perché solo insieme si può cambiare la società.

 

E’ per questo che la mostra “Nzemmula-ritratti per la libertà”, pur partendo dalla condizione di sofferenza e di denuncia, non mette lividi e cicatrici nei visi delle donne e sceglie di rappresentare il riscatto, la rivoluzione della donna che vuole essere libera, che spezza le catene, rivendica la propria bellezza, dolcezza, forza, contraddizioni e complessità. Un viaggio che parte dalla denuncia della violenza sia fisica che psicologica di quello che avviene nella società attuale: “I paroli su petri”, “arsa r’amuri”; lo svelamento dell’illusione che concepisce come amore ciò che amore non è, perché  se l’amore è scelta quotidiana di sostenersi, di costruire un futuro insieme, di comprendersi e valorizzarsi reciprocamente, ciò che mette al centro la gelosia soffocante, lo spirito proprietario dell’uno verso l’altro, la violenza al posto delle carezze, non può essere chiamato amore: “O mia o di nuddu”, “Pareva un pezzu ri pani”, sono la negazione dell’amore. Il viaggio continua nella voglia di affermazione di se, di rompere il silenzio, di spezzare la propria complicità con la mentalità patriarcale, di scegliere di essere se stessa: “a fimmina nun si tocca mancu c’un ciuri”, la donna finalmente con le forbici taglia un filo che le teneva “a vucca cusuta”, e dichiara: “sugnu chiossai, sugnu libirtà … e nun vogghiu chiù catini”. Per concludere la donna decide di rompere i muri fisici e virtuali che attanagliano la società, muri che separano i generi, muri di silenzio, di ignoranza, di paura, di razzismo, di separazione ed emarginazione: “Sdirrubbamu sti mura”, perché una società in cui le persone sono separate tra loro, se diverse, non è una società felice.

Si esprime quindi il coraggio delle donne che cercano di essere protagoniste della propria vita, di sostenersi tra loro, di cambiare in positivo la realtà, a partire dalle proprie facoltà di accoglienza, solidarietà e cura dell’altro. In questo percorso fotografico si è voluta mettere in risalto anche l’esistenza di una parte del genere maschile che non è violenta, brutale e opprimente, ma che vuole cambiare, che solidarizza con la donna, uomini che a volte sono vittime essi stessi del maschilismo. Quando non si allineano nel ruolo dei dominatori che decidono e comandano, vengono spesso bullizzati e ridicolizzati. Si raffigura quindi anche il coraggio di quegli uomini che decidono di mettere in discussione se stessi e i privilegi dell’appartenere a un genere finora avvantaggiato e dominante, scegliendo di solidarizzare con le donne e di mettere in campo la propria sensibilità, in contrapposizione alla violenza.  Dall’uomo che cercando dentro se stesso si domanda se è “omu o bestia”, all’uomo riflessivo che vuole mettere fine al mutismo di genere: “Fussi ura ri parrarini!”, all’uomo che dona il suo amore senza pretendere nulla perché: “u cori nun s’accatta e nun si vinni, si runa”, all’uomo che sceglie di uscire dall’oscuro e afferma: “Putemu canciare”.  Un’esigenza, quella di raffigurare gli uomini, che vuole sottolineare quanto la battaglia delle donne non sia una lotta delle donne contro gli uomini, ma di tutti contro il maschilismo, perché il cambiamento va fatto insieme, per la libertà e la ricerca dell’armonia tra i generi.

Nasce così e si sviluppa un connubio tra i quattro fotografi Caterina Blunda, Pino Manzella, Nicola Palazzolo e Massimo Russo Tramontana e i soggetti fotografati, dodici tra donne e uomini che hanno scelto di mettere in questo percorso comune la propria faccia, ma anche il proprio contributo ideale ed i propri pensieri. Otto donne e quattro uomini interpretati secondo le differenti visioni degli artisti, per affrontare un viaggio fotografico, di luci ed ombre, di equilibri e contrasti, di sguardi e gesti, parole e simboli, che partendo dalla sofferenza arrivi ad una più profonda consapevolezza di sé e ad una nuova relazione con l’alterità e la diversità.”

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Terrasini 8 Marzo 2017, contro la violenza di genere, video e mostra

Terrasini Mercoledì 8 Marzo 2017. Per celebrare la Giornata Internazionale della Donna si svolgeranno, col patrocinio del Comune di Terrasini, due eventi correlati tra loro, che hanno come filo conduttore la lotta contro la violenza di genere, la memoria, la denuncia di una realtà attuale nella quale ancora spesso prevale una cultura patriarcale fondata sul possesso, sulla prevaricazione, sulla violenza. Il bisogno di trasformazione e cambiamento riguarda tutti i generi, perchè una società non è veramente libera se una sua parte non lo è. Un discorso sulla violenza contro le donne serve quindi a sensibilizzare le donne, ma anche gli uomini, perché solo insieme si può cambiare la società, non contro ma uniti, per essere più liberi e felici tutti.

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Alle ore 17:00 all’Ex Antiquarium presso il Palazzo Municipale in Piazza Falcone e Borsellino a Terrasini verrà proiettato il video “I SOGNI NON SI IMPRIGIONANO”, tratto dalla omonima piecè teatrale, ideata e scritta da Francesca Randazzo con la collaborazione di Daniela Lupo. Interpreti: Sara Randazzo, Francesca Randazzo, Vera Abbate, Maria Grazia Vitale, Daniela Lupo, Evelin Costa, Chiara Mangiapane, Stella Ciullo, Valeria Anastasi, Lucrezia Costantino, Margherita Mongiovì.

Il video è stato prodotto dall’ Ass.ne Labnovecento45, regia di Michele Mangiapane.

Interverranno: l’Assessore alla Cultura Maria Grazia Bommarito, Francesca Randazzo, Michele Mangiapane.

Alle ore 18:00 l’evento continuerà presso la Sala espositiva del Margaret Cafè in via Madonia 93, a  pochi passi dall’Ex Antiquarium. Sarà inaugurata la mostra fotografica, promossa dall’Ass.ne Asadin, con foto di Caterina Blunda, Nicola Palazzolo, Pino Manzella, Massimo Russo Tramontana dal titolo “‘Nzèmmula – Ritratti per la Libertà”. Presenta la mostra Evelin Costa, a seguire un momento di incontro e letture sul tema. La mostra sarà visitabile fino all’8 Aprile 2017.

“I sogni non si imprigionano” nasce da un’idea di Francesca Randazzo e completa un percorso iniziato l’8 marzo 2015 con il “monologo di Rosa”. Il monologo rappresenta un episodio, realmente accaduto a Cinisi, di violenza carnale, tentando di immaginare le sensazioni, le emozioni più segrete, il disgusto, la rabbia di una donna che ha subìto violenza sessuale e che è stata dunque violata nella sua integrità fisica e morale. Ma, in una realtà culturale arretrata e maschilista, Rosa incarna il desiderio del riscatto personale e sociale, il bisogno di andare avanti a testa alta, affrontando ipocrisie e perbenismi.

Al dolore di Rosa, si unisce quello della madre che pur essendo consapevole della sua condizione di donna sottomessa all’uomo, cerca di realizzare il suo sogno di emancipazione, incoraggiando la figlia a intraprendere il suo percorso di libertà. E’ una denuncia di violenza tutta al femminile. Raccontiamo i sentimenti, il dolore, le gioie, i desideri per dare dignità a quelle donne violate che spesso, per la cronaca, diventano solo numeri oppure violentate una seconda volta, perchè le loro vite vengono scandagliate e usate per fare audience. E’ la denuncia di una cultura che ancora considera la donna un oggetto, una “cosa” che si può usare e di cui abusare, e non soggetto con una propria dignità, un proprio pensiero ed aspirazioni. Il racconto di una donna assieme alle testimonianze di altre donne, diventa così, con un grande senso di solidarietà, il racconto di tutte le donne che chiedono rispetto della propria dignità ed un dialogo ed un confronto tra uomo e donna.

 

“’Nzèmmula – Ritratti per la libertà” è una mostra fotografica che racconta attraverso immagini in bianco e nero e frasi in vernacolo siciliano, una realtà nella quale, oltre all’aspetto della violenza, c’è anche la voglia di riscatto, di libertà e di autoemancipazione, e la ricerca di una nuova armonia tra i generi. Foto nelle quali si esprime il coraggio delle donne che cercano il superamento dal ruolo di sottomesse o di vittime, scegliendo tutti i giorni di essere protagoniste della propria vita, di non essere complici della cultura patriarcale, di sostenersi tra loro, di cambiare in positivo la realtà, a partire dalle proprie facoltà di accoglienza, solidarietà e cura dell’altro. Si raffigura anche il coraggio di quegli uomini che decidono di mettere in discussione se stessi e i privilegi dell’appartenere a un genere finora avvantaggiato e dominante, scegliendo di solidarizzare con le donne e di mettere in campo la propria sensibilità, in contrapposizione alla violenza. Otto donne e quattro uomini interpretati secondo le differenti visioni degli artisti, per affrontare un viaggio fotografico, di luci ed ombre, di equilibri e contrasti, di sguardi e gesti, che partendo dalla sofferenza arrivi ad una più profonda consapevolezza di sé e ad una nuova relazione con l’alterità e la diversità.

 

 

Libro Fotografico “Arte mai vista” di Sonia Pennino – Recensione

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Il progetto fotografico e documentaristico realizzato da Sonia Pennino, giovane artista palermitana da sempre interessata all’impegno sociale, non può non toccare le corde più profonde dell’animo. L’idea è nata sviluppando un lavoro realizzato per un esame di fotografia all’Accademia delle Belle Arti, dove l’autrice si proponeva di ritrarre la giornata-tipo di un non vedente, in quel caso Emanuele Brancati, professore, scrittore e padre del suo compagno.

Sonia Pennino ha da qui intrapreso un viaggio empatico che l’ha portata a conoscere l’Unione Italiana Ciechi di Palermo ed entrare in contatto con la vita di dieci uomini e donne ipovedenti e non vedenti che si occupano di arte e fanno di questa il centro del proprio essere. Li ha fotografati nei luoghi della loro vita, in momenti belli, puntando sull’autonomia e mai sul vittimismo, sulla tempra, sulla capacità di superare, non solo i limiti personali, ma soprattutto quelli imposti dalla società che pensa i non vedenti, ma anche tutti coloro che hanno delle diversità, come persone impossibilitate a svolgere una vita felice, irrealizzate e vittime. Un pregiudizio che le trasforma in persone per le quali nutrire preoccupazione e da tenere a una certa distanza, perché spesso la relazione con chi vive una sofferenza provoca turbamenti, e non si considera invece quanto possa insegnare ad affrontare l’esistenza, con le sue gioie ed i suoi ostacoli, trasformando il dolore e le difficoltà in un punto di forza.

Il libro fotografico di Sonia Pennino, che contiene oltre alle immagini anche alcune interessanti interviste ai protagonisti che raccontano la loro storia, è quindi un libro di impegno sociale e di sensibilizzazione verso una realtà che può essere conosciuta profondamente solo da chi la vive, ma riguarda tutti, perché fa riflettere su tematiche importanti quali l’autonomia, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la vivibilità delle città e la costruzione di una  concezione più umana della vita, che metta al centro uomini e donne nella loro complessità ed interezza e non fattori disumanizzanti e alienanti quali la produzione ed il guadagno. Eppure questo progetto, oltre al piano dell’impegno, rappresenta un vero e proprio lavoro artistico. Un elogio all’arte. Foto che ritraggono l’arte nel momento in cui viene espressa, nel suo ruolo salvifico per chi la crea, ma anche per chi ne usufruisce. Arte come terapia, comunicazione, supporto, genio, talento e passione, che può cambiare la vita di chi la incarna.

Sonia Pennino ha realizzato le sue foto in bianco e nero. “L’assenza di fotografie a colori è stata voluta – come lei stessa scrive nell’introduzione al proprio libro – È nata dalla considerazione di quanto la fotografia sociale sia rimasta fino ad oggi dominata dal bianco e nero; scelta tecnica, dunque, che si presta bene a raccontare di vite in cui il nero la fa da padrone”. Sono fotografie sociali ed artistiche in cui traspare l’essenza di chi è ritratto, la poesia interiore è resa dalla luce che emanano i volti e da una serie di oggetti, piccoli ed interessanti dettagli di vita ed arte.

Una lirica in immagini che emerge dalle mani, di sovente protagoniste. Mani artefici, mani che carezzano tasti di un pianoforte o di una macchina da scrivere, mani che leggono, mani che modellano, mani che sfiorano, che conoscono, che costruiscono. Mani abili, mani che comunicano e che carezzano per comunicare. La carezza, forma sublime dell’amore. E poi vi sono occhi, occhi che non vedono, ma sono intensi, profondi e belli come i volti dolci e fieri delle giovani protagoniste del progetto, come quelli di tutti loro, uomini e donne il cui mondo intrinseco è vivo nell’arte che creano.

Nelle foto prevale il grigio, colore-non colore che appartiene all’interiorità, colore solo apparentemente spento, assenza che invece contiene infinite sfumature di presente, comunicando spiritualità, calma, attesa. Nelle foto di Sonia Pennino il grigio, l’ombra, il lieve buio, sono illuminati da guizzi di bagliore. Luce che pennella le rughe delle mani che stanno lavorando, luce che sfiora un’opera d’arte appena realizzata, luce che irrora un volto enfatizzandone i lineamenti, luce diffusa che rischiara un ambiente in cui il protagonista è in ombra, o viceversa luce diretta che mette in risalto il soggetto protagonista. Luce che entra da una finestra, luce “drammatica” che trasforma i luoghi fotografati in un palcoscenico del reale, dove un fascio luminoso designa l’essenziale, ciò che è intenso, l’ispirazione quando nasce e diventa magia, canto sublime, fuoco soprannaturale che avvicina l’umano all’universale.

Domenica 19 febbraio 2017 alle ore 19.00, presso il Margaret Cafè in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà presentato il libro “Arte mai vista” di Sonia Pennino edito da Kalós – Edizioni d’arte e contemporaneamente sarà inaugurata, all’interno della sala espositiva del caffè letterario, la relativa mostra fotografica. L’evento è promosso dall’Associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa.

La mostra sarà visitabile fino al 7 Marzo 2017, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

Interverranno: Avv. Tommaso Di Gesaro – Presidente dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti di Palermo, Paolo Brancati – Regista esperto di sociale, Daniela Capobianco – Operatrice specializzata in interventi Socio Assistenziali.

Sarà presente l’autrice del libro, Sonia Pennino.

Sonia Pennino (Palermo 1987), diplomatasi all’Istituto Statale d’Arte. Ha proseguito gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti, laureandosi con un reportage fotografico sul “sesto senso” dei non vedenti e ipovedenti. Si dedica attivamente all’arte nelle sue molteplici forme, dalla pittura al teatro e alla fotografia. Ha partecipato a concorsi e a mostre nazionali di pittura e di Fotografia e ha allestito la mostra personale “Be-pride” presso i Cantieri Culturali alla Zisa in occasione di Palermo Pride 2013. Ha svolto anche attività di direttore della fotografia, fotografia di scena e consulente di fotografia per diverse fiction e sit-com. Nel 2016 ha pubblicato il libro “Arte mai vista” edito da Edizioni d’arte Kalós e realizzato mostre personali legate a questo progetto.

 

LIBER- libri d’artista di Paolo Chirco

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La mostra di Paolo Chirco ha come titolo la parola latina Liber, un termine che può essere tradotto in italiano come “libro”, ma anche con l’aggettivo “libero”, a ricordarci che c’è una radice comune che lega la cultura alla libertà, e che senza l’una non può esistere l’altra e viceversa. C’è ancora un’altra parola italiana che  traduce il termine latino liber, ed è “figli”, altra affascinante convergenza. I libri sono libere creazioni dell’intelletto e dell’animo umano che rendono immortali e trasmissibili il pensiero, le idee, le parole e l’arte, in questo caso un’arte libera e per la libertà.

Paolo Chirco espone una serie di Libri d’Artista, dai molteplici significati e simboli stratificati in una materia imponente, ruvida, ispida alle volte, come fosse una scorza granulosa e granitica dentro la quale si dischiudono memorie, speranze, malinconie, idealità, delicatezze quasi impreviste. I libri di Paolo Chirco sono come degli scrigni che contengono tesori fatti di materia povera, antitetica al suo reale valore concettuale.

La scelta di realizzare un libro esprime l’esigenza dell’artista di affrontare un discorso culturale e la forma si fa significato e strumento di idee, al di là delle parole che di solito sono contenute in un libro. La storia, la memoria, le verità, i cicli naturali, la cultura, l’oppressione e la libertà sono nel contenuto e nel contenitore. Libri che rimangono pietrificati nel tempo, come se una colata di cemento liquido li avesse impietriti per renderli imperituri, o una raffica di sabbia li avesse cristallizzati per sempre, fermando il tempo in un ultimo istante, che lapidariamente conserva la sua roca voce in un’estrema effige. Libri la cui carta si è pietrificata e colmata di elementi che parlano un linguaggio universale, che oltre ogni idioma si fa subito comprensibile, perché tocca livelli istintuali, quasi ancestrali, arrivando direttamente alla mente e alla sfera emozionale. E’ come se la necessità di cultura e di meditazione, l’importanza di conoscenza e conservazione, la brama di scoperta e protezione, la ricerca di svelamenti e testimonianza, cercassero una voce, non potessero fare più a meno di tacere e volessero farsi eterne.

In questi libri sono presenti materiali di ogni tipo, quelli che un artigiano, un contadino, un pensatore, un pescatore, un raccoglitore, un meticoloso collezionista, un tessitore, un sarto, un musicista, un falegname conserverebbero nel cassetto più remoto del proprio opificio. Paolo Chirco dona nuova vita a questi piccoli e poveri elementi, pezzetti di sostanza, frammenti di tempo materico, anelli ruvidi tra passato e futuro, e da essi crea un racconto nuovo. C’è un elemento che non manca quasi mai da questi libri, stridente strumento di verità dolente. Il filo spinato che opprime, la catena che imbriglia, ruggine che ricopre il fil di ferro che lega con la sua morsa ogni pagina di speranza. E’ la fiducia tradita, l’oppressione che rende opaca la storia, come una moneta ossidata in un mondo scintillantemente illusorio in cui tutto diventa silenzio, fallacità. E’ la catena che opprime il lavoro, la rete che imbriglia, che soffoca la voce libera e le libere parole che vorrebbero volare come piume di uccello dalle pagine di un libro. E’ il filo spinato di un lager che separa gli spiriti affrancati, che emargina i diversi, che con rabbia taglia e lacera il dialogo, la parola e ogni speranza. C’è una forte esigenza di ribellione in questi libri, c’è il racconto di una storia fatta da chi ha vinto, ma è un racconto che non vuole disperdere la storia degli umili, dei contadini, di chi ha sudato il proprio pane quotidiano. C’è la sconfitta, ma c’è anche la lotta, quella contro un mondo meccanico, sterile, fatto di ingranaggi e vincoli. Inchiodato è il mondo, come lo sono le pagine ferite da punte roventi che lacerano la carne, come in una passione che non è quella di un Cristo idealizzato, ma quella di tutti gli sconfitti dell’umanità. C’è un mondo romantico allo stesso tempo, perché romantica è la rivoluzione, che nulla sarebbe senza amore. Leggiadro come quella piuma che vuole librarsi e liberarsi nell’aria, come merletti laceri, come una rosa che è pegno di un amore interminabile e come note di musica che liricamente non smetteranno mai di suonare, perché nessuna oppressione può mai attenuare la musica, asfissiare l’amore, zittire le parole, lenire la voglia di libertà che nasce e mai muore nell’essere umano. La vita meccanica e opprimente trasforma gli umani in esseri inanimati, paurosi, inaspriti dal potere o dalla sottomissione, immobili e muti come le pagine di un libro senza parole e senza voce, ma tutti conservano al proprio interno un fremito d’emancipazione. Così le pagine immobili e cementificate solo in apparenza, contengono significative parole e molte idee, simboli e astrazioni ed insorgono inaspettatamente contro l’immobilismo, spezzano il filo spinato e danno voce al proprio animo forte e delicato al contempo, ribelle ma amorevole, appassionato ma soave e libero come la musica che scolpisce la memoria oltre il corporeo e sopravvive  alla storia, ai vinti e ai vincitori, per raccontarci un mistero che è oltre ciò che vediamo, ma  che è tutto umano.

Di Evelin Costa.

Paolo Chirco nasce a Cinisi (PA). Consegue la maturità artistica nel 1972 a Palermo. Ha continuato la sua ricerca artistica ed il suo fare arte in maniera ciclica e discontinua, con una autoformazione da autodidatta. Ha cominciato ad esporre nel ’95. Tra la prima produzione artistica, volta ad un approfondimento sia tecnico sia stilistico e la produzione odierna, si sono inframmezzati anni dedicati con fervore alla fotografia, alla tessitura, all’incisione calcografica, intercalando lavori vari (dal tipografo al restauratore). Tutte esperienze che oggi mescola nella composizione delle sue opere. Continua la propria ricerca artistica con passione e curiosità, sperimentando nuove tecniche.

Ha esposto su invito e/o selezione in diverse località siciliane, in Italia e all’estero.

Di lui hanno scritto fra gli altri: Claudio Alessandri, Vittoria Bellomo, Francesco Carbone, Claudio Cirà, Laura Coppa, Salvo Ferlito, Aldo Gerbino, Pino Giacopelli, Andrea Greco, Giuseppe Mendola, Marcello Palminteri, Adriano Peritore, Giorgio Olmoti, Pino Schifani, C.J. Shane, Aldo Torrebruno.

Domenica 20 Novembre 2016 alle ore 17.30 al Margaret Cafè, in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà inaugurata la mostra di Libri d’Artista di Paolo Chirco intitolata “LIBER”, promossa e curata dall’Associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa. La mostra sarà visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 9/12/2016, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

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L’incontenibile leggerezza di Enzo Sciavolino

Sabato 17 Settembre è stata inaugurata la mostra di Enzo Sciavolino presso la Galleria d’arte Studio 71 in Via Vincenzo Fuxa, 9 a Palermo.

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La mostra composta da 35 incisioni ed una scultura di bronzo è stata curata e presentata dal critico d’arte e scrittrice Vinny Scorsone. Il momento dell’inaugurazione, durante il quale oltre all’artista e alla curatrice sono intervenuti il gallerista Francesco Marcello Scorsone, Gonzalo Alvarez Garcia e Aldo Gerbino, è stato molto partecipato, come una festa che ha avvolto Sciavolino di calore, affetto, stima e amicizia.

Vinny Scorsone che ha presentato la mostra, nel suo testo introduttivo scrive: “Quello che Sciavolino compie con questa mostra è un viaggio all’interno del proprio percorso artistico segnando differenze e affinità tra ciò che è stato e ciò che è divenuto. Gli stessi temi, negli anni, hanno subìto una trasformazione. Se, difatti, in principio l’elevazione verso le sfere celesti era affrontata in maniera utopica e veniva frenata da una realtà soffocante e cupa, negli ultimi decenni, invece, essa è riuscita a distaccarsi dalle grettezze della vita quotidiana per tendere a qualcosa di più eterno e atemporale.”

Vinny Scorsone ci guida in un viaggio all’interno di un diario di più di cinquant’anni di attività, costituito dalle opere di Sciavolino, un percorso artistico i cui temi sono spesso ricorrenti, ma che si sono trasformati stilisticamente e contenutisticamente col passare degli anni. Cambiano i tratti e le linee, prima più aspre ed ora più morbide, anche i colori, più scuri nella prima produzione, adesso divengono vividi, aperti. Prevalgono gli azzurri. Ci racconta di come preponderante nella produzione artistica di Sciavolino sia il volo. L’angelo che nel passato era un Icaro cadente, nelle opere più recenti comincia a librarsi verso l’alto. Nel passato c’era l’utopia, nel presente la verve polemica che caratterizza le opere e la personalità di Sciavolino, rimane presente, ma si è attenuata ed è diventata più dolce. Il suo tratto, conclude Vinny Scorsone, ora è “più ricco di amore e desideroso di armonia. L’opera di Enzo Sciavolino è portatrice di armonia, che forse è l’unico modo, l’unico mezzo che abbiamo per salvare noi stessi e questo mondo che sta andando allo sfacelo”.

Interviene subito dopo Enzo Sciavolino riprendendo la frase di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Ci dice: “Ho molto meditato su questa frase, anche aiutato dalla inafferrabilità della verità poetica, frequentando poeti come Gonzalo Alvarez Garcia, come Aldo Gerbino, che sono qui e li ringrazio per la loro presenza, e scrittori come Tahar Ben Jelloun, che scrive anche poesie, come Vincenzo Consolo, Carlo Levi ed altri. Lungo il mio viaggio, che ormai dura nell’arte da quasi sessanta anni, ho incontrato, ho avuto la fortuna di cercarli e trovarli questi preziosi amici e compagni di viaggio verso la poesia, perché per me la poesia è la verità, è quell’arte inafferrabile, ma è anche presente, afferrabile. Questo non vuole essere un controsenso, è come la musica, non c’è cosa più astratta, più lontana della musica, però ti commuove, la senti dentro, e così è la poesia. Ogni artista penso, questo è il mio credo poetico, deve tendere alla verità, che è la poesia. Vi ringrazio e spero che apprezziate il mio lavoro che sia vademecum per fare altro più importante ancora.

Le opere di Sciavolino ci proiettano proprio in un mondo di poesia e verità. Soavi e delicate, sognanti e lievi, ma contemporaneamente vigorose e sincere, dal significativo impatto visivo, mostrano il mondo per quello che è, in tutta la sua crudezza, ma anche le sue speranze e possibilità trasformative e salvifiche. Seguendo il tracciato indicato da Vinny Scorsone, si scorge immediatamente la continuità e contemporanea discontinuità tra passato e presente in Sciavolino. Se nel passato a prevalere è la bicromia del bianco e nero, nel presente cambiano le atmosfere, i colori, i tratti.  Perché è la realtà che è mutata. Cambia l’uomo, cambia l’artista e cambia anche la sua opera. Le incisioni realizzate durante gli anni ’60 e gli anni ‘70 rappresentano uno sguardo lucido sulle asprezze del mondo. C’è la denuncia del malessere sociale, c’è la Torino industriale con tutte le sue contraddizioni. L’uomo macchina è rappresentato da una testa vuota sorretta da una morsa, svuotato di identità e strangolato da una garrota franchista che gli impone l’estrema sentenza di morte, erano anni in cui questo avveniva in una dittatura così poco distante dall’Italia.

E’ questo un tempo di grandi tormenti, di speranze generazionali e di classe. Guerre, totalitarismi, lotte armate. Ancora le classi sociali apparivano ben definite ed in evidente antinomia tra loro. Anni di grandi passioni, scontri, illusioni e disillusioni. L’utopia era rivoluzionaria, “solo il movimento poteva cambiare la storia”. Anche il Marxismo, ormai sclerotizzato e politicizzato, andava rivisto, messo in discussione, reinventato. Sciavolino non a caso, andando a Parigi, diventa amico del filosofo francese Althusser che voleva “liberare” Marx dalla polvere che la storia e l’ortodossia gli avevano depositato addosso, tra cui le incrostazioni malefiche dello stalinismo.

Sciavolino in tutte le sue opere rappresenta il volo, che però negli anni 70 è precipitazione, è un volo verso il baratro della condizione umana. C’è l’operaio che cade da un’impalcatura a rammentare quelle così dette “morti bianche”, simbolo del lavoro che aliena l’uomo trasformandolo in un numero, svilito e disumanizzato, un nome senza identità in un elenco, anche mortuario.

C’è la seduzione delle armi, rappresentata in una pistola posta su un vassoio, il simbolo negativo di una lotta fallace che ha usato gli stessi mezzi di ciò che voleva combattere. La speranza c’è, è nel bisogno di cambiamento, nell’amore paritario e condiviso, nell’ armonia tra i generi, nel bacio, nell’ulivo inciso che sembra tenuemente acquarellato e nella musica suonata da un violinista, poeta di un’arte che libera. C’è la ricerca dell’equilibrio, l’instabile binomio tra reale e utopia, la crisi dell’idealità. “Il giocatore di perle” fa pensare al romanzo filosofico fantasy di Herman Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”, in cui l’autore immaginava una futura società utopica costituita da intellettuali distanti dalla società del passato, decadente e oscura, dediti a un gioco “perfetto”. Il protagonista stanco di quel gioco e di un mondo ideale e che troppo si era astratto dalla realtà, ascolterà la vita che con la sua continua evoluzione, lo richiama a sé. Torna così libero tra gli uomini con tutti i rischi che questo comporta, anche la morte. Diceva Hesse “Non basta disprezzare la guerra, la tecnica, la febbre del denaro, il nazionalismo. Bisogna sostituire agli idoli del nostro tempo un credo”.

Una presenza costante nelle opere in mostra è la colomba della pace, il cui volo questa volta è ascesa. La concezione della vita di Sciavolino potrebbe essere racchiusa in una delle sue opere in cui è semplicemente delineato “l’uovo”, all’interno del quale si vedono due mani che lo rompono. La vita e la morte sono già in embrione prima ancora che la vita nasca. E’ la sintesi che contiene la sua affermazione, il suo sviluppo e la sua stessa negazione. Vita e morte in un unico nucleo, che è il fulcro dell’esistenza dove tutto è ciclico. Come lo è forse della vita, questo sembra anche il senso dell’arte: nel nucleo primordiale della materia sta già l’idea dell’opera che nascerà, e forse prima o poi muterà e deperirà, creando altro. Michelangelo diceva a tal proposito: “Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro basta soltanto spogliarla” ed anche: “Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo”. Forse non è un caso che Sciavolino abbia usato quello stesso marmo bianco estratto dalle Cave Michelangelo di Carrara.

Nella produzione attuale si percepisce che il mondo è cambiato, anche se è sempre uguale, costanti rimangono guerre, mortificazioni, sofferenze, lotte e amore. L’artista sembra non smettere mai di domandarsi: “in che modo posso cambiare il mondo?”, “In che modo la bellezza può cambiare il mondo?”. E se per Dostoevskij la bellezza da inseguire era la compassione, “quella che ci porta all’amore condiviso con il dolore”, in Sciavolino la risposta è la poesia. L’utopia da lotta diventa sogno, si fa leggerezza, levità, cura alle ferite di una società sofferente. Armonia e ricerca di pace, anche interiore. E’ pace che trasmettono le opere attuali dell’artista di Valledolmo. Sono presenti tanti simboli positivi, l’uccellino, il cavalluccio marino, il melograno. C’è la neve e la luce, della ragione forse, entrambe portatrici di verità. La verità si confronta costantemente con le maschere imposte dalla società, in una pirandelliana ricerca della vera essenza dell’essere umano, sempre al centro della produzione di un artista interessato visceralmente alla “condizione umana”. Una maschera tridimensionale, che appare scolpita come fosse una di quelle che si adoperavano nel teatro antico è l’autoritratto dell’autore, intitolata per l’appunto “Is sum qui faciam”.

Anche l’amore in una delle incisioni si fa maschera, in un bacio, che nel suo intreccio ricrea un unico volto, ma è una maschera. L’amore salvifico si esprime nella madre che allatta, nel fiore donato, in un volo verso l’alto, nell’infanzia con il suo sguardo sognante che offre l’unica speranza alla pace, nel viaggio verso l’orizzonte, in un angelo umanizzato che non è più quell’Icaro cadente, ma che libero si abbraccia all’albero della vela di una fragile barchetta di carta ed è anche il putto di bronzo che si inerpica verso l’alto nella scultura intitolata “Incontenibile leggerezza”, la cui materia apparentemente pesante non è mai in contraddizione con il suo titolo.  L’angelo con le sue ali vola perché è forse nel sogno dell’idealità, che mai è metafisica, che si nutre la speranza di cambiamento per l’essere umano.

In un breve scambio subito dopo l’inaugurazione, domando all’artista come mai avesse scelto come simbolo proprio l’angelo, che è comunque una immagine religiosa, ma che in questo caso probabilmente nulla ha di religioso. Mi risponde che non c’è nessun legame con la religione: “Credo nell’uomo e nell’umanità, anche se a volte l’uomo può essere una bestia, un animale. Però nell’uomo c’è qualcosa che lo può migliorare, c’è sempre la speranza che cambi”. Gli domando se le maschere sono un richiamo a Pirandello, mi dice che ha molto studiato ed indagato Pirandello. A partire dall’immagine dell’operaio che precipita in basso da una impalcatura ed a quella che rappresenta i partigiani, gli chiedo se è vero che nelle opere del passato sia più presente l’utopia intesa come rivoluzione, mentre adesso c’è più l’utopia intesa come sogno. Risponde che quando ha cominciato a lavorare a Torino ha molto frequentato la classe operaia, quella che oggi non esiste più. Una classe operaia in quegli anni più cosciente, non c’era razzismo, mi dice, loro non erano razzisti verso gli emigranti, ad esempio i siciliani emigranti come lui. Questo non avveniva soltanto perché sentivano la vicinanza empatica con chi era segnato da un comune destino difficile, ma perché erano persone più consapevoli.

Rifletto quindi sul compito ed il contributo di un artista che cerca la verità, che alimenta la coscienza e il sogno di un mondo più a misura umana, che anche se a volte perde o vacilla, mantiene sempre quel soffio leggero, che è speranza e ricerca di verità, fiducia nell’umanità, nella bellezza e nell’arte, uniche risposte alla barbarie del presente, che hanno la potenzialità di creare armonia, di pacificare, come pacifica una musica che ti commuove o il verso di una poesia.

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La mostra sarà visitabile fino al 3 ottobre 2016 tutti i giorni, festivi esclusi, dalle ore 16.30 alle 19.30 galleria d’arte Studio 71 via Vincenzo Fuxa n. 9 – 90143 Palermo tel. 091 6372862.

Le foto dell’evento sono di Maria Pia Lo Verso, le foto delle incisioni sono tratte dal sito http://www.enzosciavolino.it

Inaugurata a Terrasini la mostra SICILIE–L’identità molteplice di Pino Manzella e ass.ne Asadin

E’ visitabile a Terrasini (PA), fino al 26 Agosto 2016, la mostra pittorica e fotografica intitolata “SICILIE–L’identità molteplice”, ospitata dalla splendida cornice offerta da Torre Alba, una delle suggestive torri costiere di Sicilia, che si eleva su una falesia di marne rosse tra Cala Rossa e Cala Bianca.

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Esposti cinquanta dipinti che rappresentano la Sicilia nelle sue molteplici sfaccettature, tutti realizzati da Pino Manzella, pittore nato a Cinisi, che ha cominciato a disegnare fin dai primi anni Settanta all’interno delle attività politiche e culturali animate da Peppino Impastato, che si svolgevano nel Circolo Musica e Cultura e poi a Radio Aut, tra Cinisi e Terrasini. Le sue inizialmente erano vignette e manifesti, negli anni a seguire la sua pittura, ricca di riferimenti letterari e messaggi da decodificare, si è fatta veicolo tra la memoria ed il presente, già attraverso la scelta di dipingere su carte antiche, recuperate dal pittore nelle bancarelle dei mercati popolari, con lo scopo di non incasellare il passato in un tempo che non c’è più, ma di trasformarlo in linfa per un futuro di cambiamento.

A queste “Sicilie” dipinte da Pino Manzella si affiancano le fotografie dei soci dell’Associazione Asadin, che si sono ispirati ai quadri, sviluppandone alcuni elementi, creando così tra dipinto e foto dei piccoli miracoli di sintonia, che non smettono mai di emozionare chi li osserva. L’Associazione Asadin, che ha curato la mostra, è stata fondata a Cinisi (PA) nel 2007 da un gruppo di fotografi amatoriali e da allora la sua attività, che si svolge principalmente tra Cinisi e Terrasini, si caratterizza per l’impegno verso tematiche rivolte alla salvaguardia del territorio, all’affermazione dei diritti umani e dell’equità sociale.

L’inaugurazione della mostra è avvenuta domenica 7 Agosto. Più di trecento i partecipanti accolti da uno dei meravigliosi tramonti che si affacciano sulla splendida costa terrasinese, nell’atmosfera davvero suggestiva di Torre Alba. Grandi emozioni hanno suscitato queste Sicilie in mostra che hanno la forza di coinvolgere e toccare le corde più intime degli isolani che vivono in prima persona il racconto dolce amaro narrato dai dipinti e dalle foto, ma anche i non siciliani che, comunque, non possono non sentire propria la storia di una terra così importante e viva in tutte le sue contraddizioni.

La serata di inaugurazione della mostra e presentazione del relativo catalogo, è stata condotta da Emanuela Schirru, sono seguiti gli interventi del Sindaco di Terrasini Giosuè Maniaci e del direttore artistico del Comune di Terrasini Vincenzo Cusumano, che hanno fortemente voluto che questa mostra, patrocinata dal Comune di Terrasini, fosse presente nella splendida location di Torre Alba finalmente riaperta al pubblico con la nuova veste di luogo di arte e cultura. E’ intervenuto poi Giovanni Impastato per Casa Memoria Impastato Edizioni, Vinny Scorsone, scrittrice e Critico d’arte, il cui testo è inserito nel prezioso catalogo, Evelin Costa socia dell’associazione Asadin ed infine il Pittore Pino Manzella, che ha concluso l’intervento dicendo che nella mostra manca una Sicilia, quella che ha dentro uno specchio dove ognuno di noi può rivedersi e riconoscersi.

Davvero grande è stato l’abbraccio degli intervenuti al pittore Manzella ed ai fotografi Asadin e tante le riflessioni e le emozioni che sono scaturite dal tema della mostra. Come scrive Umberto Santino nella presentazione del catalogo, qui c’è “la Sicilia, o meglio le Sicilie, con tutte le sue contraddizioni, con i suoi miti e i suoi stereotipi ma pure le sue semplici, quotidiane, umili e preziose speranze-certezze”. Quello delle Sicilie, sottolinea Giuseppe Viviano curatore del catalogo della mostra, “è un progetto ambizioso e complesso, e per questo affascinante, intorno a un’isola che non ha eguali […] terra di miti e di contrasti, di mafia e di antimafia, meta di arrivi e di partenze, luogo di speranze e di sogni infranti, centro di potere e di speculazioni, crogiolo e mosaico di culture, terra di conquista, di agrumi, di sale e di fuoco, teatro di pupi e di pupari, di carretti e malaffare, di mostri e di dèi…”. Non si può non rimanere affascinati da una terra come la Sicilia e da una mostra che la racconta per quella che è.

 

La mostra è visitabile fino al 26 Agosto 2016 dalle ore 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 23.00, presso Torre Alba, nel Lungomare Peppino Impastato a Terrasini (PA).

No Fixed Abode, mostra fotografica di Giuseppe Iannello

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I “No Fixed Abode” raccontati da Giuseppe Iannello sono alcuni giovani richiedenti asilo di Newport in Galles, ma potrebbero essere quelli approdati in un qualsiasi paese dell’Occidente del mondo. Sono i protagonisti di un personale viaggio di trasformazione e cambiamento, a cui la vita ed il sistema politico, economico e sociale hanno voluto togliere l’identità, riducendoli ad essere “senza volto” oltre che “senza terra”, “senza documento”, “senza fissa dimora”, perchè lasciati in attesa di uno status legale, che da ombre li faccia ridiventare reali. E pensare che è proprio in questi giovani protagonisti che vive la forza, il coraggio, la scintilla, quella passione che è a volte disperazione, altre è paura, ma soprattutto è speranza del cambiamento. In loro vive e pulsa quella capacità di compiere un viaggio, che è reale, ma che è anche una metafora dell’esistente.

Così questi ragazzi che hanno affrontato il viaggio simbolico e reale della vita, questi ragazzi che scappando, cercando, sperando e trovando, incarnano ciò che di più rappresenta l’essere vivi, vengono invece tristemente trasformati in anime senza corpo, in fantasmi senza nome, in numeri senza identità, in volti senza lineamenti e rappresentano la paura di tutti, la paura del diverso, lontano e sconosciuto.

E’ la privazione di identità che Giuseppe Iannello denuncia nelle sue foto. Ogni immagine è suddivisa in un trittico che è come un piccolo racconto, con al centro il viaggio della speranza, l’autoscatto del tragitto intrapreso da ogni protagonista/non protagonista. Ai margini c’è l’oggi, rappresentato da volti a cui è stato negato l’io e letti sfatti, perché il percorso a volte è cammino, a volte è sonno, attesa, inedia.

Affascinano e fanno pensare questi scatti che mostrano la vita dei no fixed abode. Tende velano poeticamente i loro volti mettendoci di fronte alla paura, la paura che si vive in paesi da cui si è costretti a fuggire, e ci mettono di fronte alla fatica della ricerca del sé, che non è mai scontata o immediata. Fumi, ombre, tende, veli sono i muri da superare. Luci mostrano luoghi/non luoghi, stanze desolate, dove piccoli particolari ci rivelano che al di là di un sistema che voglia omologare, appiattire, svuotare, privare di pensiero e vitalità, c’è comunque l’essenza della vita, quella che nessuno può togliere, nessuno può toglierci. Ed è così che realizziamo di essere tutti protagonisti di questa storia. Comprendiamo che il racconto di un viaggio altrui è anche il nostro viaggio, quel complesso viaggio che è la vita. E tutti quanti, spettatori, protagonisti, spaventati, indifferenti o solidali, siamo costretti a riflettere su noi stessi, sulla nostra storia intima e collettiva, su quello che eravamo, quello che siamo diventati e quello che possiamo essere.

Questa storia che ormai ci appartiene è la storia dell’umanità tutta, quella che è accomunata dall’istinto di sopravvivere, ma soprattutto di vivere, un istinto che ci rende uguali anche se siamo diversi.

Così quello specchio in frantumi che copre il viso di un giovane No Fixed Abode, in una delle foto di Iannello, rappresenta forse l’incapacità degli osservatori di riflettersi in ciò che si preferisce identificare come alterità, la stridente incapacità di guardarsi dentro per trovare una comune fragilità, perché la vita è precaria, anche quando così non appare, per tutti, non solo per il giovane richiedente asilo. E’ una barriera che ci separa da noi stessi e dagli altri, ma lo specchio è rotto, forse perché non riusciremo mai a riconoscerci nell’altro, oppure perché si è aperto un varco, chi può saperlo.

Chi di noi almeno una volta non si è sentito come un “No fixed abode”? In attesa, alla ricerca di un ruolo nel mondo, alla merce del flusso vitale o degli altri. E come i protagonisti di queste foto, in ognuno di noi vive quel coraggio, quella scintilla, quel barlume di speranza, che ci può far decidere che vale sempre la pena reagire anche quando è difficile, che ci spinge ad affrontare la vita con tutti i rischi che questa comporta, che ci fa prendere il passato, il presente ed il futuro nelle nostre mani.

Così in queste foto, che sembrano raccontarci qualcosa di molto estraneo e distante, c’è una forte capacità empatica che ci fa sentire vicino a chi usualmente viene dipinto come lontanissimo da noi. Siamo così simili noi esseri umani, “tutti su di una stessa barca”, forse oggi potremmo dire “su di uno stesso barcone”. Tutti a naufragare, a navigare, a nuotare, chi con forza, chi annaspando, chi lietamente, chi con difficoltà, chi con naturalezza o con dolcezza… in questo mare, ma se ci riconosciamo simili e vicini forse sarà più semplice il nostro nuoto. Forse potrà essere più facile per tutti prenderci per mano ed aiutandoci emergere insieme, senza annegarci vicendevolmente, ma sostenendoci, perché il viaggio è più bello quando è fatto insieme.