Racconti di furti e di malintesi

A Palermo, i fenomeni di microcriminalità, come furti e scippi,ovviamente esistono, ma non quanto comunemente si potrebbe  pensare, insomma i criminali palermitani si occupano di ben altro… continua

Un francesino a Palermo

Il maestro Tanino camminava nella viuzza lastricata del Capo. Era un bel giovane, insegnava in una scuola elementare vicina al vecchio Cassaro e per tornare a casa doveva percorrere la via del Celso e la piazza dove, anni prima, si incontravano i famosi giustizieri della notte, detti “Beati Paoli”, stando molto attento a non scivolare sulle lastre “lippose” per l’acqua che i pescivendoli usavano spruzzare continuamente nelle “balate” di marmo, dove esponevano la propria mercanzia.

Da qualche  giorno, proprio vicino al portone di casa sua, aveva notato un giovanotto molto raffinato ed elegante che passeggiava avanti e indietro. Ci volle poco per capire che quel ragazzo stava lì appostato sperando di vedere la bella Antonia, figlia poco più che adolescente del “putiaro” della piazzetta. […] continua

Il vocabolario siculo-somalo

Mia nonna si è rassegnata ad avere in casa una badante, ha dovuto accettare una nuova intrusa in casa, parlo al singolare, ma in realtà dovrei usare il plurale, perchè in sei mesi ha avuto già quattro badanti, perchè o non le sono piaciute o le ha fatte scappare.

La ragazza somala che è appena arrivata non le piace di già, perchè secondo il suo parere non capisce nulla, non sa l’italiano…

Mio padre per andarle incontro sta cercando un vocabolario italo-somalo, ma io credo che stia sbagliando direzione.

Ieri le domando speranzosa: “nonnina, come ti trovi con questa nuova ragazza?” e mia nonna affranta: “male, male” ed io: “e perchè mai, sembra così gentile ed affettuosa”, “no, a niputi, u fattu è ca un capisci nenti, un sapi l’italianu,  ti fazzu un esempiu, ci rissi: “pigghiami a bagnina! ma chi fa un capisci nenti, ti rissi i pigghiarimi a bagnina!” e idda arristò fierma e un sapiva zoccu fari”.

Qualcuno saprebbe dirmi se esiste un vocabolario siculo-somalo?

 

traduzione: “no, cara nipote, il problema è che non capisce nulla, non conosce la lingua italiana, ti faccio un esempio, le ho chiesto: “potresti prendermi un bacinella? Ma come è possibile, non comprende nulla, ti ho detto potresti prendermi la bacinella?” Le è rimasta bloccata senza sapere cosa fare.

La nebbia a Palermo

foto da internet

News da Palermo.

Non sono brava a fare gli scoop, mi accorgo sempre per ultima di ciò che mi accade intorno. Come non ho sentito (per fortuna) il terremoto, non ho visto la nebbia che ieri ha avvolto Palermo sconvolgendo i miei concittadini.

Insomma, quando la nebbia si è improvvisamente presentata, io dormivo. Lo so, lo so, chi dorme non piglia pesci, ma io un sonnellino ristoratore lo dovevo fare! Alle 16.00 la nebbia si è assottigliata e quando io (dopo un pò…) baldanzosa mi sono svegliata intenzionata a fare una passeggiatina salutare in giro per la “città più bella del mondo”, guardo dalla finestra e vedo il buio, ma come un Watson incalzato da Sherlock Holmes, non mi accorgo dell’elementare realtà, nessun indizio per il mio assonnato intuito, penso che l’inverno è proprio arrivato, la sera arriva prima!

Desisto dal fare la passeggiata, mi piace la luce del sole, lo so, sono abituata male dalla mia città sempre soleggiata. In serata usciamo, e questa volta in due, e sempre molto perspicaci, non notiamo niente di strano. Prendiamo la nostra macchinina e cominciamo a dissertare sulle condizioni del parabrezza: “come mai non si vede nulla?”, “da quanti mesi non viene lavata l’auto?”, “ma no, sono quelle cosine appiccicose che cadono dagli alberi ad averlo reso opaco”, “ma c’è uno smog in questa città!”. Andiamo in una festicciola organizzata da un’associazione che opera nel sociale, cena interetnica e concerto, che bello! Siamo offuscati, prendiamo un senso vietato, si vede poco in effetti, un poliziotto ci ferma e ci comprende, parcheggiamo e attraversiamo a piedi un grande giardino. Si vede poco, tutto buio ma in modo inusuale, Massimo stropiccia gli occhi io sono solo concentrata a non incontrare cani randagi, pronta alla fuga rapida. Raggiungiamo appiccicosi il luogo. Troviamo due amici. Dopo un pò ci dicono “avete visto la nebbia?”. Noi :“what’s nebbia a Palermo?”. L’amico: “ma guardatevi intorno, è diminuita ma ancora c’è”. Noi: “veeero, ecco perchè il parabrezza era appannato, etc, etc”. Insomma a Palermo tutti parlavano di questo, tranne due ignari dormiglioni e distratti.

Oggi tutti i giornali parlavano di questo evento inconsueto, non ci bastava l’immondizia, il traffico, le tre piaghe della Sicilia, ora pure la nebbia!
Una nebbia che viene dall’Africa che durerà qualche giorno (oggi non l’ ho vista nemmeno), una nebbia che i palermitani paranoici, intasando i centralini dei vigili del fuoco, hanno scambiato per nube tossica, incendio, attentato, altri per caldarrostari ed i più affamati per un’ invasione di stigghiolari…

Adesso dicono di non uscire. Un giornalista diffusore di serenità scrive: “la nebbia creata dall’umidità potrebbe favorire il contagio della suina”. Cavolo, questo no, pure lo spauracchio del contagio non ci voleva, di certo oltre che la serenità della gente già in crisi, anche il turismo ne gioverà…

Insomma io spavalda ipocondriaca ho deciso di fare la mia passeggiata salutare e contagiosa, niente nebbia, cielo limpido e splendente, caldo piacevole, tutto sereno, i siculi, è così, siamo fatalisti, non sarà nemmeno questo a farci rimanere in casa “tanto se deve capitare…”.

Insomma se la nebbia fa così male, che potrebbe succedere in Val Padana? Forse un Bossi del momento, visto che la nebbia proviene dall’Africa, la farà prontamente rimpatriare dicendo: “ma ce l’ha il permesso di soggiorno?”, oppure: “la nebbia clandestina potrebbe essere fonte di terrorismo, criminalità (nel buio si sa…), sporcizia e malattia”.

Insomma cara Nebbia anomala giunta in Sicilia spinta dal vento della bella e povera Africa, che io non ho nemmeno notato, che non mi hai spaventata malgrado gli allarmismi e le mie personali paure, se vuoi resta pure quanto vuoi, mi fai già simpatia, hai creato clamore e un momento di riflessione su chi vive chiuso nel suo quotidiano, sconvolgendolo un pò, ed ogni tanto serve qualcosa di diverso per cambiare, nel mio caso hai fatto da contorno ad una giornata per me particolarmente bella, che non dimenticherò.

Ora scherzi, analogie etc a parte, allietata dal sole, mi sono goduta un piatto di pasta al forno, e se la nebbia tornerà, al massimo mi faccio un altro sonnellino!

Palermo, accoglienza ospitalità e …

Visto che l’ospitalità siciliana è “il nostro stile di vita”, ecco un po’ di ironia e di “rivelazioni” su questo tema!

I palermitani sono “noti al mondo” per la loro accoglienza e ospitalità.
Questo dono molto importante ha comunque le sue contraddizioni, offusca i pregiudizi nei confronti del diverso che purtroppo esistono anche nel palermitano e quindi va meglio raccontato.

Palermo è nella sue origini una città “multietnica” e i palermitani hanno nei loro geni l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, il piemontese etc. Basta vedere i suoi abitanti dotati di tratti somatici tanto contrastanti fra loro. Gente alta e dagli occhi cerulei, altra dalla pelle olivastra, altra con capelli nerissimi e pelle bianchissima, etc, frutto delle diverse colonizzazioni succedutesi nei secoli. Insomma pur esistendo il palermitano d.o.c. (e già è quanto dire), fortunatamente non esiste il palermitano “puro”, anzi il palermitano d.o.c. è proprio il frutto di un mischiarsi di diverse culture, che in una strana alchimia, hanno creato “un essere” che ama mangiare il panino con la milza, creare traffico in automobile, e che è convinto di essere l’abitante della città più bella del mondo.

Forse è anche per questa storia, che fa parte di un “bagaglio inconscio del palermitano”, forse per l’impronta lasciata da Federico II, imperatore noto per aver mantenuto alla sua corte “menti” e “collaboratori” di diverse etnie da cui era fortemente influenzato, che hanno contribuito a rendere così bella e fascinosa la nostra città (certo è meno noto per essere un sanguinario uccisore di donne, ma questa è una caratteristica che non ha differenziazioni etniche), comunque sarà per questo che i palermitani sono molto aperti nei confronti degli stranieri e dei propri ospiti, che amano accogliere e ricevere con ogni possibile cerimonia, servire come fossero dei re, coccolare e sostenere come fossero dei bebè, riempire di cibo fino a farli scoppiare.

In tutte “le migliori famiglie palermitane” si ricorderà il trambusto creatosi per l’attesa di ospiti stranieri, magari un parente emigrato in Americazuela (è così che si definisce l’america latina in genere), o gli amici di un figlio andato “dà fuora” (all’estero) a studiare. O anche semplicemente un conoscente che proviene dal nord del continente, indistintamente detto “u milanesi” (il milanese).

In questi casi si fa la spesa come quella prenatalizia, gli si offre la camera matrimoniale sfoderando le lenzuola di lino ricamate della “dote”, nuove, nuove perchè tutti le devono avere, ma nessuno le usa mai “perchè sono difficili da stirare, i ricami danno fastidio, meglio quelle del mercatino”.
E poi lo si porta a mangiare fuori, a Sferracavalo per il pesce, a Mondello per i frutti di mare e pane e panelle, a Piana degli Albanesi perchè “come fanno il cannolo lì…”, e poi il panino con la milza non può mancare, e la caponatina della nonna, e le arancine da Ganci…, insomma questo amico andrà via con dieci chili (in due giorni) in più, amato come mai in tutta la sua vita, con i segnali dei ricami delle federe tatuati nel viso, con il bisogno di una dieta purificatrice, ma con la voglia irrefrenabile di ritornare ancora in Sicilia.

Noi ricordiamo una nostra “ospite svizzera” venuta a Palermo in vacanza da sola, un giorno tornò a casa stranita ma felice. Per il forte caldo mentre passeggiava in città, ebbe un giramento di testa e si poggiò un attimo su una parete di un palazzo, nel giro di pochi secondi, aveva una folla di gente intorno, chi con una sedia, chi con acqua , chi dotato di succo di frutta, e voci intorno che chiedevano “signorina come stare? Volere acqua?”, perchè si sa, agli stranieri bisogna parlare all’infinito…

Questo però è bene specificarlo, avviene con i turisti, gli emiri dotati di multimiliardario panfilo, gli amici di passaggio. In questi casi si tira fuori l’amore per le diversità, l’amore per la comunicazione (soprattutto quella gestuale, l’inglese non lo parla nessuno perchè non serve “ai palermitani li capiscono tutti, perchè sanno parlare con le mani”), ma anche ammettiamolo uno spirito un po’ “suddito”, in fondo gli stranieri storicamente erano sempre dei dominatori… (e i “capi” indigeni non si dovevano coccolare ma piuttosto temere…).

Se però si comincia a “minacciare” un trasferimento nella città più bella del mondo, le cose cominciano a cambiare… Lì inizia il sospetto, la diffidenza, ma in un modo un po’ particolare, non troppo diretto. Lo straniero è visto sempre come un bambino da guidare, viene chiamato “amico”, ma viene guardato dall’alto in basso come dire “anzi ringrazia che si aiutiamo…”, ma di queste contraddizioni ne parlerò alla prossima puntata.

I zorbi e l’amore

Più di sessant’anni fa, in una Palermo diversa da quella di oggi, prima dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, prima del “sacco di Palermo”, ma anche prima della “primavera palermitana”, prima del traffico (i mezzi di trasporto erano le carrozze), in una Palermo povera, di una povertà diversa da quella di oggi (avvelenata dal consumismo, dall’indebitamento, dal precariato). La povertà dei colletti delle camicie o delle giacche “rigirate”per poterle indossare ancora, dei vestiti passati di generazione in generazione, dei cappotti realizzati con le coperte, e che la notte venivano riutilizzati come coperte. Quella in cui si mangiava la carne una volta al mese e quotidianamente solo pane, pasta, patate, quella in cui l’unico salume conosciuto era la mortadella tagliata sottile come carta velina…In questa Palermo un giorno di Novembre, una ragazzina dagli occhi azzurri, col suo cuginetto, uscì per fare una passeggiata.
Il bambino passando davanti al fruttivendolo, notò un particolare frutto che si trova soltanto nel periodo autunnale, le sorbe, il suo sapore è una strana armonia tra l’aspro e il dolciastro, che in bocca lascia la sensazione di qualcosa di ancora acerbo e nello stesso tempo di troppo maturo.

Come i bambini di ogni tempo (oggi avviene di fronte a un giocattolo), cominciò a chiedere con insistenza “vogghiu i zuorbi! vogghiu i zuorbi!” (voglio le sorbe). Così la ragazza si convinse e mentre tentava di acquistare i zuorbi, fu spaventata da una speciale incursione, un giovane ben vestito sbucò dal nulla e accostandosi a lei disse “signorina i zorbi se permette li pago io”. La ragazza lo cacciò via “vada via, mi lasci in pace”, ma i suoi occhi tradivano le sue parole, e il ragazzo continuò ad insistere, a quel punto la ragazza (già abbastanza determinata) gli disse “se ha intenzioni serie vada da mio padre”.

Così nacque un amore grazie agli zorbi, all’epoca in cui i fidanzamenti erano combinati, tra cugini o amici di famiglia, in cui i fidanzati prima del matrimonio si vedevano soltanto da lontano, sorvegliati dagli sguardi maliziosi di mamme e zie…Quell’amore invece nacque da un “colpo di fulmine”.

Il giovane fornaio, che amava l’eleganza (portava sempre guanti e cappello), si dichiarò ben presto al padre della sua innamorata, e lo fece con la sua irruenza, saltando sulla carrozza in corsa guidata da quell’uomo che di mestiere faceva u ‘gnuri, il cocchiere, un mestiere tra i più poveri e disprezzati di quel tempo, ma quello ‘gnuri era particolare, un’uomo buono e dignitoso, rimasto vedovo da giovane e con quattro bambini.

Il matrimonio avvenne dopo la guerra, dopo anni di lettere, si rafforzò nel tempo e dura ancora oggi dopo sessantadue anni.

E se a Novembre qualcuno vede passeggiare a Palermo una coppia di anziani che si tengono per mano, lui col cappello e i guanti, lei con gli occhi ancora azzurri e determinati, li vede fermarsi da un fruttivendolo ed acquistare i zorbi, forse li potrà riconoscere, sono loro, i miei nonni.