Busiate con il pesto alla trapanese

Con questo post partecipo al Contest “Che pesto ti frulla?”

 

Ecco una ricetta semplicissima, veloce da preparare e che non delude mai, è un piatto tipico di Trapani e provincia ed a casa mia è arrivato direttamente da San Vito, grazie a mia sorella che ha portato, dalla bellissima cittadina della Sicilia occidentale, tutti gli ingredienti ed ha anche offerto la sua manodopera, io quindi mi sono limitata a mangiare.

La ricetta di cui sto parlando è un primo piatto composto da un tipo di pasta che si può trovare in tutta la zona del trapanese, a cui tempo fa dedicai un post, le busiate, una pasta a forma di ricciolino che si realizza grazie all’utilizzo di un “buso”, condita con il pesto alla trapanese.

Esistono diverse varietà di pesti siciliani, ottimi quello alla pantesca con i deliziosi capperi di Pantelleria, o altri tipi che prevedono anche l’utilizzo della ricotta.
Uno dei più semplici ma proprio per questo tra i più buoni è quello alla trapanese, che ha un gusto fresco e diretto, un sapore intenso che parla di Sicilia e di estate.

Nasce probabilmente dall’incontro tra il famoso pesto alla genovese e la Sicilia, un incontro che ha avuto luogo nel porto di Trapani, dove approdavano le navi genovesi e come spesso accade quando due mondi diversi si incontrano senza paura, ma con la voglia di scoprirsi, conoscersi e fondersi, i risultati sono sorprendenti e positivi.
Così al basilico, aglio e olio (ingredienti del pesto genovese) si aggiunsero pomodori rossi e le mandorle, da passare al mortaio per ottenere una salsa deliziosa, il pesto alla trapanese.
La ricetta :

Ingredienti: 5 pomodori, un mazzo di basilico, 2 spicchi d’aglio (privati del germoglio), olio evo, 50 gr di mandorle spellate, sale e pepe. Busiate.

Preparazione: si dovrebbe usare il mortaio, ma in realtà nella nostra ricetta tutto è stato frullato. I pomodori vanno precedentemente spellati e fatti scolare in un colapasta. Mettere il pesto in una zuppiera, appena la pasta sarà pronta si potrà scolare e versare direttamente nel recipiente con il pesto.

Semplice vero?
Nelle foto si può notare che sono stati aggiunti dei pomodori a tocchetti (avevamo avuto il dubbio che il pesto non fosse sufficiente, devo dire che è stata un’ottima soluzione), vedrete anche che bel servizio di piatti non proprio eleganti e tanto meno ecologici che ho usato, eravamo in tanti e la lagnusia ha prevalso…
p.s. aggiungo due foto che nulla hanno a che fare con questo post, ma che vogliono omaggiare la mia gentile vicina che mi regala sempre pesce fresco, questa volta erano uvari e siccome li ho cucinati fritti con cipollata all’agrodolce, “alla maniera delle vope”, ricetta che ho già pubblicato, mi limito solo a dire che erano buonissimi!!! Grazie Signora Rosa!

Le busiate trapanesi, antidoto alla lagnusia

Non avevo mai fatto la pasta in casa, il solo pensare di impastare, spianare, e tutte le altre fasi necessarie, mi faceva già stancare. Insomma un po’ come nel migliore stereotipo del siciliano “lagnuso” (pigro), pensavo che le mie braccia fossero robuste solo il necessario per prendere una tazzina di caffè e trasportarla dal bancone di un bar alla bocca (secondo la teoria di Ficarra e Picone, che ci vede fondamentalmente intenti a incrementare “l’economia da bar”), che la fatica non facesse per me.

La lagnusia è uno stato dell’anima, quello che ti fa stravaccare da una sedia all’altra, quello che ti fa passeggiare con andatura ciondolante, che ti fa lamentare apaticamente delle cose che non vanno, del lavoro che non c’è (ed è vero purtroppo), che ti fa pensare che mai nulla possa cambiare, quindi è inutile sforzarsi o darsi da fare. La lagnusia che rende però meditabondi e riflessivi, che porta a grandi sogni e poche concretezze, la lagnusia che allo stato estremo viene, in un antico detto, paragonata al comportamento “ru cani i jardinu” (il cane di giardino) “che un quogghie e un fa quogghiri” (che non raccoglie e non fa raccogliere), insomma chi oltre a non far nulla fa anche perdere tempo agli altri…

Ed io stamattina ero tra una sedia e l’altra, senza lavoro, immersa in pensieri filosofici, in preda alla più totale lagnusia, così è scattato qualcosa, non so quale gene non siculo si sia improvvisamente impossessato di me e mi abbia spinta a preparare per la prima volta la pasta in casa.

Visto il buon proposito, non potevo non preparare un tipo di pasta che non avesse un richiamo alla mia terra, non proprio alla mia città, dove non credo ci siano tradizionali tipi di pasta fatta a mano, ma sempre comunque Sicilia, ovvero le busiate del trapanese.

Questa pasta la conosco molto bene perchè quando mi trovo a San Vito è il mio secondo piatto preferito dopo il cous cous al pesce, una pasta che raccoglie il condimento con cura, ha la forma di un boccolo elegante, un ricciolo capriccioso che contiene soavi sapori. A Trapani la condiscono spesso col pesto alla trapanese, a base di pomodoro fresco, aglio e basilico, ma anche con una semplice salsa di pomodoro e magari dei tocchetti di melanzane fritte è squisita, soprattutto se è estate e si ha la fortuna di vedere il mare…

Il nome busiate origina dall’arnese con il quale venivano preparate, il buso, che è un ferro lungo e sottile. I busi sono infatti anche i ferri per lavorare a maglia (“u busino” è l’uncinetto). Adesso per arrotolare questa pasta si usano anche delle cannucce di legno o gli spiedi, vengono anche preparate con strumenti meccanici, certo il fascino di vederle fare una per una è impareggiabile.

In tutto il trapanese si trovano in vendita nei pastifici e anche nei panifici.

Ho trovato tante ricette in giro per internet, alla fine prendendo un po’ da una parte, un po’ dall’altra ho fatto così, alternando momenti di semidisperazione in cui credevo di dover buttare via tutto, di sfogo liberatorio nello spianare la pasta con un barattolo di vetro perchè non dotata di matterello (d’altra parte fino ad ora non mi era mai servito), di gioia creativa nel fare questi riccioli a mano libera, di “chi me lo ha fatto fare” nel trovarmi a fare l’ennesimo ricciolo sapendo di averne ancora per molto, di soddisfazione immensa nel vedere e gustare il risultato finale:

Ingredienti:
400gr di farina 00, 200ml di acqua tiepida (ne ho aggiunta ancora un po’ perchè la pasta era troppo asciutta), un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale.

Procedimento:
setacciare la farina, aggiungere il sale, l’olio e l’acqua poco alla volta. Impastare per un po’ fino ad ottenere una pasta omogenea, coprirla con la pellicola e attendere mezz’ora. A questo punto avrei dovuto fare con dei pezzetti di pasta dei rotolini sottili (tipo maccheroncini) da arrotolare attorno al “buso”, ma non ci sono riuscita, non so perchè, allora non perdendomi d’animo ho spianato tutta la pasta rendendola più sottile che potevo (fatica!) e ho fatto delle tagliatelle di circa 5 mm di larghezza. Ogni tagliatella va poi arrotolata attorno allo spiedo di legno, spianata con i due palmi delle mani sul ripiano e poi sfilata delicatamente e messa ad asciugare su un panno coperto di farina.

Si deve far asciugare per una mezz’ora almeno e poi cucinare in abbondante acqua salata per circa 6 minuti.
Non avevo gli ingredienti per il pesto alla trapanese, allora ho “rimediato” con un ragù con piselli, ottima soluzione direi!
Certo non erano perfette come quelle che ho mangiato a Trapani, però come fuga dalla lagnusia andavano benissimo!

San Vito Lo Capo. Ieri e oggi, il cous cous e il faro. Dei buoni motivi per amarla.

Ero incerta se scrivere un post su San Vito lo Capo, perchè pur amando tantissimo questa bellissima località, avendone ricordi di infanzia piacevolissimi e recenti frequentazioni, preferisco generalmente raccontare di luoghi meno noti al pubblico e meno turistici, anche perchè per una mia personale indole, di solito rifuggo dalle località (soprattutto marittime) molto frequentate, dai lidi attrezzati con lettini e ombrelloni, dalle spiagge libere dove per conquistare il tuo metro quadro di spazio per stendere il telo mare (che qui chiamiamo tovaglia, sarà per il chiodo fisso del cibo…), devi lottare contro migliaia di persone e rischiare di trovarti il piede del tuo vicino a pochi millimetri dalla faccia, dai locali dove bisogna fare la fila per entrare, dalle viuzze affollate dal passeggio, dalla musica rimbombante etc. continua