Palermo e Santa Rosalia. Il racconto della mostra “Rosalia la più bella”

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Palermo e la sua “Santuzza” sono indissolubilmente legati in un intreccio vigoroso fatto di radici, fede, suggestioni e dedizione.  Il culto per Rosalia ogni anno raggiunge il suo apice di passione e devozione durante i giorni del “Festino”, il 14 e 15 Luglio, con festeggiamenti, la processione del “Carro” ed i suggestivi giochi di fuoco al Foro Italico. La celebrazione della Santa si ripropone il 4 Settembre, giorno in cui si svolge la così detta “acchianata” a piedi, la salita sul Monte Pellegrino dove si trova il santuario dedicato a Rosalia.  “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia” è un saluto, un grido di gioia, di incitazione ed anche di disperazione.

L’amore che i palermitani provano per Rosalia è proporzionale a quello che provano per la propria città, un amore forte, ardente, estremo, intenso. Rosalia è la Santa che, secondo la tradizione, ha liberato Palermo dalla peste del 1624, giungendo in sogno al saponaio Vincenzo Bonello, nel momento in cui l’ afflizione causata  dalla perdita della moglie per la peste, lo stava portando sul Monte Pellegrino a compiere l’ultimo gesto.

Palermo, nel corso dei secoli, di pestilenze, oltre quella del 1624, ne ha avute tante, perché la peste è anche una metafora del male, un male atavico che soprattutto viene da dentro. Una sofferenza spesso autoprodotta, che non fa sviluppare una città bellissima e preziosa, un degrado morale dei poteri che come una nube tossica investe tutti e schiaccia chi vorrebbe cullare e coltivare una città che ha la strana capacità di anestetizzare i suoi abitanti, spesso inerti davanti a tutto, ma capaci di slanci  e  reazioni inattese. Esistono a Palermo grandi talenti a volte soffocati, perché si scontrano con un immobilismo narcotizzante.

Rosalia per i palermitani, in questa atavica incapacità terrena di ribaltare l’amara sorte della propria città,  rappresenta l’ultraterreno “ultimo appiglio”, la speranza estrema alla quale aggrapparsi. E’ colei che con la sua coerenza ha avuto la capacità di rinunciare all’opulenza che la vita di nobile normanna le avrebbe donato, per portare avanti la propria idea o fede. Ci racconta la forza catartica di dire di no, di cui spesso ci sarebbe bisogno e che troppo spesso si attribuisce solo a Santi ed Eroi per non assumersi la responsabilità di cambiamento. Rosalia, la ragazzina bellissima che ha scelto la grotta e l’eremitaggio purifica i palermitani dalle proprie incapacità e dona loro la forza di reagire quando tutto sta per crollare, sembra non giudicare i suoi concittadini, ma proteggerli come farebbe una madre, una sorella, in primo luogo da se stessi.  Come si fa a non amare una donna, una Santa così?

In questi giorni a Palermo ho avuto modo di visitare la mostra “Rosalia la più bella” inaugurata il  9 luglio 2015 presso la Cattedrale di Palermo, ideata da  Francesco M. Scorsone e Loreto Capizzi, visitabile fino al 31 Luglio 2015. Una collettiva che esalta la bellezza di Santa Rosalia secondo la differente visione di ogni artista, regalandone un’immagine variegata e complessa che va oltre la classica iconografia, pur mantenendone in alcune opere i simboli principali tra cui le rose, il teschio ed il Monte Pellegrino, emblema di Palermo e luogo in cui furono ritrovati i resti di questa bellissima giovane donna che scelse il romitaggio alla vita convenzionale.

Nell’opera di Antonella Affronti si mette in rilievo la giovinezza, l’innocenza di questa Santa che ci appare quasi bambina. I colori tenui, tendenti al grigio della grotta e della freddezza a cui la Santuzza si è abbandonata per sfuggire a una sorte non voluta, sono ravvivati solo dal rosso delle rose che le circondano il capo e dal tenue colore delle gote arrossate che le regalano ancora un tepore vitale, durante una preghiera solo accennata. Nel quadro di Anna Balsamo da una cornice si intravede la presenza della Cattedrale alle spalle di Rosalia, coronata da rose fresche, circondata da gigli, abbigliata nel classico saio da eremita e caratterizzata da uno sguardo ieratico, come fosse un’icona moderna, la bocca appare tuttavia carnosa come una rosa e con un accenno di malinconia.

La Santa Rosalia di Alessandro Bronzini ha fattezze classiche, evanescenti e meditative. Coronata da rose candide protegge dall’alto Palermo, rappresentata dal Monte Pellegrino, il cielo e il mare hanno toni cangianti a ricordarci forse il passare del tempo. Nell’opera di Sebastiano Caracozzo, Rosalia ha lo sguardo verso il basso, legge un libro e ci ricorda l’immagine di lei, giovane ed elegante, ancora all’interno della propria camera, intenta a meditare sulle sue future scelte, l’abbandono di una vita opulenta fatta di stoffe damascate e ricami dorati, ricchezze e false presenze.  Aurelio Caruso rappresenta una Rosalia immersa in un mondo attuale, una Santa dalla pelle ambrata,  solo le piccole rose rosse ci rammentano di chi si tratti, ma in questo caso non importa quale sia il paese di provenienza, ma il simbolo di universalità, di sofferenza, di un viaggio (come la vita stessa è) a volte scelto a volte imposto. Ci appare come disegnata da un writer su un muro sporco e la storica frase “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia” è emblematicamente sostituita da un “Viva Lampedusa e Viva Santa Rosalia”.

Nell’opera di Tanina Cuccià è rappresentata una Santa dallo sguardo fermo, coronata da rose che si disegnano tra scritte e fiori. E’ una Santa meditabonda che tiene una croce in mano ed il teschio. Nell’opera di Enzo D’alessandro, il viso della Santa ci appare moderno e compare appena tra colori intensi, globi, squarci di luce. E come quegli occhi nocciola appaiono appena tra i toni dell’ arancio della Conca d’oro, così compare anche la  mano che tiene una croce di luce ed un teschio bianco. Nell’opera di Angelo Denaro, di grande impatto materico, il viso di Rosalia è molto bello, santo ma sensuale allo stesso tempo, moderno. Le rose si confondono tra i capelli e alle sue spalle si scorge il pianeta (simbolo ricorrente nelle opere dell’artista) ed anche i famosi “Giganti di Porta Nuova”, a ricordare la città di Palermo bisognosa di protezione. La Santa Rosalia di Stella Febbraro è quella che maggiormente ricorda l’iconografia classica, i capelli fulvi da giovane normanna, un giglio bianco, simbolo di purezza, il teschio ed uno sguardo estatico. Interessante la Santa di Naire Feo, una Santa che non c’è, questa assenza le rende una presenza paradossalmente ancora più imponente, perché inconscia. La corona di rose galleggia nel cielo e protegge la città simboleggiata dal monte Pellegrino. Rosalia è assente anche nel quadro di Giovanni Gambino, di lei rimane solo una rosa che nuota nel mare, a ricordare la sua nascita dagli abissi come fosse una nuova Venere, alle spalle c’è Monte Pellegrino. Nell’opera di Giuseppe Gargano i toni azzurri velano di una sorta di malinconia la Cattedrale, la Santa veglia dall’alto con un’espressione decisa e forse in parte anche indignata. La Rosalia di Kindia è la più moderna, “spiritualmente punk”. Sono presenti tutti i simboli, ma sono stilisticamente ribaltati, c’è il saio che sembra un abito dark, c’è la corona di rose tolta dal capo, c’è il teschio che è un tatuaggio ed una croce legata ad una catena viene ostentata con orgoglio. Nell’opera di Alessio Lo Prete a colpire è il tratto della pittura, deciso, discontinuo, ondulatorio, quasi circolare e vibrante a partire dalle rose. Tutta l’attenzione si concentra sul volto il cui sguardo si protende verso l’alto.

Nell’opera di Pino Manzella, la Santa emerge dalle carte antiche velate di azzurro alle cui spalle si può scorgere il Monte Pellegrino. Rosalia appare più donna che Santa, l’espressione è determinata e fiera, le rose sono protagoniste di bellezza, ma una foschia scura circonda la luce emanata dalla Santa a ricordarci che questa è una storia che parla di sofferenza e voglia di un riscatto, tutto umano.  La Santa Rosalia di Daniela Marcianò è quasi una ninfa che spunta dal mare. Come era stato rivelato ai genitori di Rosalia, lei sarebbe stata una rosa senza spine e questa Rosalia è infatti serena e fiabesca, ma qualche ferita si scorge nel suo corpo ibrido e non conformemente umano. Nell’opera di Laura Natangelo, Rosalia è quasi accennata, un’opera di grande sensibilità, bastano pochi segni a far intravedere una Santa che c’è e osserva la sua città rappresentata dal Monte Pellegrino. La Santa Rosalia di Vanni Quadro sembra una donna dell’alta borghesia palermitana dipinta paradossalmente su un foglio di cartone. Lo sguardo elegante, sognante di donna preziosa e nel suo anulare al posto di un diamante compare un teschio, prezioso anche quello, ma di altre ricchezze. L’opera di Caterina Rao ci mostra una Rosalia moderna, la posa è di preghiera ma lo sguardo basso è quasi sensuale e ce la fa apparire una donna vera e contemporanea, in pace con se stessa.  Santa Rosalia dipinta da Tiziana Viola Massa è vibrante ed emotivamente toccante, scomposta nei capelli e nell’abbigliamento, mostra un aspetto spirituale e carnale allo stesso tempo,  lo sguardo quasi infantile ed in meditazione estatica ci lascia intravedere una forte spiritualità tutta umana. La rosa sembra fuoriuscire dal quadro e lasciare ferite irreparabili al suo animo, mentre il teschio è abbracciato al ventre come fosse quello di una madre. Nell’opera di Maria Stella Zangara Santa Rosalia è rappresentata classicamente nella sua ascensione in cielo tra gli angeli, la santa è impreziosita d’oro ed in estasi domina su tutto.

Complessivamente questa è una mostra che ci presenta una Santa in diverse sfaccettature, da visitare per nutrirsi di arte, di spiritualità, di umanità, di amore per una città che merita il suo riscatto.

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Frutti di mare, Sferracavallo e tre primi piatti…

foto Judy Witts

Il mare oltre alla sua bellezza e allo svago, ci regala tanti buoni frutti, sperando sempre che “l’attività umana” non rovini troppo questa grande ricchezza!

foto Judy Witts

A Palermo, come in altre città di mare, è facile trovare ristoranti e trattorie dove si cucina pesce fresco, molto prelibato e anche a buon prezzo.
Nei mercati storici è possibile anche trovare i condimenti già pronti per preparare ottimi primi piatti!

foto Judy Witts

Nelle borgate marinare e soprattutto a Sferracavallo, ci sono tantissimi ristorantini o chioschi con vista sul mare, dove poter gustare ricci, cozze scoppiate, polpo bollito, insalate di mare, ottime spaghettate alle cozze o vongole e buonissimi risotti ai frutti di mare. Ci sono anche dei ristoranti a “menù fisso”, che a un costo di circa 25€ ti riempiono di qualunque tipo di piatto a base di pesce, questa più che una “mangiata” è un’esperienza, pochi riescono a finire tutto, soprattutto se durante la fase degli antipasti si comincia ad accompagnare tutte le prelibatezze con il pane.

Per chi ama i frutti di mare ed il pesce questa esperienza va assolutamente fatta, per chi pensa di non farcela a reggere ad una così esagerata quantità di cibo, per chi ama mangiare all’aperto, magari guardando il mare, l’ideale invece sarà sedersi in una sedia di plastica dei tanti chioschi disposti sul lungomare e gustarsi il suo bel risotto o la spaghettata alle vongole.

Sferracavallo è una borgata non tanto famosa e turistica quanto Mondello, sono più gli abitanti del luogo o i palermitani a frequentarla, non è curatissima ed elegante, non ha una spiaggia, ma solo rocce ed un bel porticciolo, a volte è un po’ caotica, ma ha un fascino molto popolare che a me piace molto. Magari ne parlerò meglio in un prossimo post.

Adesso pensavo di presentare tre primi piatti a base di frutti di mare, che si trovano facilmente in tutte le trattorie e ristoranti di Palermo, che sono anche relativamente facili da cucinare a casa. L’ultimo, ovvero gli spaghetti col nero di seppia sono una vera specialità, il colore non è invitante, ma di certo non si può negare l’originalità, il gusto è strepitoso!

Spaghetti alle vongole

ingredienti per 4 persone: 500gr spaghetti, 1kg di vongole, aglio, olio, pepe, prezzemolo, vino bianco.

Preparazione:
Lavare le vongole. Metterle in una ampia padella con l’olio extravergine d’oliva. Quando le vongole si saranno aperte, filtrare il brodo lasciato dalle vongole (per evitare la presenza di sabbia o altro). Far saltare in padella le vongole con aglio e olio extravergine d’oliva, aggiungere il brodo e successivamente il vino bianco. Far evaporare. Cuocere gli spaghetti con acqua non troppo salata, scolarli al dente ed unirli alle vongole. Amalgamare il tutto. Aggiungere il prezzemolo fresco spezzettato e servire.

Spaghetti allo Scoglio:
Ingredienti per 4 persone: 500 gr di spaghetti, 250 gr di calamari, 250 gr di gamberi, 200 gr di vongole, 200 gr di cozze, 200 gr pomodorini o polpa di pomodoro pelato, olio extra vergine d’oliva, peperoncino, prezzemolo, pepe.

Procedimento:
Lavare bene tutti i frutti di mare. Mettere in una padella capiente olio, peperoncino e uno spicchio d’aglio schiacciato (e senza il germoglio interno). Dopo un po’ aggiungere le vongole e il vino bianco, quando si iniziano ad aprire le vongole aggiungere le cozze, i calamari tagliati a pezzetti , i gamberi e dopo qualche minuto unire i pomodorini tagliati a metà o la polpa di pelato. Unire la pasta scolata al dente al condimento e far saltare in padella per pochi minuti. Aggiungere il pepe e il prezzemolo tritato.

Spaghetti al nero di seppia
Ingredienti per 4 persone: 500 g di spaghetti, 250 g di seppie, 3 spicchi d’aglio, 500 g di pomodori pelati, mezzo bicchiere di vino bianco, olio extravergine d’oliva, prezzemolo, peperoncino, sale.

Pulire le seppie, stare attenti a prelevare il sacchetto con il nero, e tagliuzzarle. In un tegame soffriggere nell’olio gli spicchi d’aglio, aggiungere le seppie. Successivamente. Versare il vino e fare evaporare. Unire i pomodori pelati e tagliuzzati , aggiungere il sale e cuocere a per circa 20 minuti. Aggiungere un pizzico di peperoncino, il prezzemolo tritato e alla fine aggiungere il nero di seppia contenuto nel sacchetto. Cuocere gli spaghetti, scolarli al dente e mescolarli nel tegame con il condimento. Decorare con prezzemolo tritato.

Buon appetito!

La donna a Palermo

Visto che si avvicina la festa della donna, parlerò della donna a Palermo.

Alcuni, pensando alla Sicilia, immaginano che ancora la donna sicula porti il fazzoletto in testa e l’abito scuro. Questo se non avviene in grandi città come Palermo o Catania, non avviene nemmeno nei paesi più piccoli (se non qualche anziana che mantiene le abitudini di qualche decennio fa). Le ragazze nell’abbigliamento e nei modi di fare sono molto “moderne”.

La ragazza tipica palermitana dei giorni d’oggi, porta quasi sempre la frangetta sugli occhi, le mollettine con cuoricini sui capelli, gli occhiali da sole alla moda, i giubbini corti (bianchi o neri), gli stivali ai piedi e i pantaloni a vita bassa con i fianchi e la pancetta molle in bella vista. Ci sono tantissime adolescenti (perchè qui il calo demografico non esiste) in giro soprattutto il sabato pomeriggio al politeama, che si tengono a braccetto tra loro.
Ma anche le signore di mezza età non rinunciano all’estetica e alla moda, a parte quelle che dagli anni ’80, non hanno più abbandonato i fuseaux, ma si sa, la moda va e viene…

Insomma niente più fazzoletto in testa. Le donne palermitane lavorano dentro e fuori casa, escono e guidano la macchina (magari vengono insultate con frasi del tipo “va lava i piatti”, da uomini che si vogliono illudere che sia il gentil sesso a creare il traffico palermitano).

L’apparenza emancipata (insulti a parte), nasconde bene una mentalità che ancora è essenzialmente patriarcale. Infatti questi costumi così “moderni” sono comunque il frutto di una concessione che viene fatta alle donne dai loro uomini, padri o mariti che siano. D’altra parte anche i maschi palermitani doc, che fino a qualche anno fa vietavano alle mogli di truccarsi e addirittura, ho saputo, anche di depilarsi, dovevano per forza stare al passo con i tempi e rassegnarsi di fronte le trasformazioni della realtà.
La televisione che è servita più di Garibaldi ad unire il “belpaese”, a diffondere la lingua italiana come alternativa al dialetto siciliano, è servita anche a diffondere un certo stile di vita. Ma ha realmente cambiato più profondamente la condizione della donna?

Apparenze a parte, la donna ha sempre il un suo percorso a tappe prestabilito, deve avere la “dote” di lenzuoli e batteria di pentole (non è più obbligatoria, ma per sicurezza tutte le famiglie te la cominciano a preparare già durante l’infanzia), e quindi poi deve sposarsi perchè in caso contrario non sarà single, ma zitella, che è un termine dispregiativo per indicare una ragazza “ca un sa pigghiò nuddu” (nessuno l’ha voluta sposare), è quasi un disonore per la famiglia, e tutti i parenti dietro le spalle criticano e compiangono, dicendo “ci arristò supra a panza a so patri” (è rimasta sullo stomaco di suo padre), anche se la ragazza lavora ed è indipendente.

Fino al matrimonio è quasi impossibile che una ragazza vada a vivere da sola, se “avi a niesciri di casa” (deve uscire dalla casa di famiglia) è solo per sposarsi. Sarebbe un’onta insopportabile, questo si può giustificare solo nel caso di un lavoro fuori città, ma mai per una scelta di libertà.
La ragazza in gioventù, può uscire, ma deve sempre guardarsi dalle dicerie della gente, ci vuole poco ad essere etichettata con appellativi poco gradevoli, semplicemente perchè si è cambiato fidanzato o si esce troppo spesso.

Tra le tappe fondamentali, dopo il matrimonio ci sono i figli, perchè se non li fa è sempre colpa sua che non “ci riesce”, e il marito è visto come un “poverino”.
Poi ho già detto che esiste ancora la fuitina, il matrimonio riparatore, tutte cose che a guardare l’apparenza sembrerebbero molto lontane, ma sono ancora molto presenti.
Quindi è chiaro che non bastano i jeans stretti e la frangetta ad aver reso la donna libera.

A volte qualcuno dice che in Sicilia la società era matriarcale, perchè nell’immaginario comune si ricordano quelle belle matrone (soprattutto le anziane) come fulcro della famiglia che con forza comandavano “a bacchettone” il marito, immaginato come un vecchietto magro, col viso incartapecorito dal sole, la coppola in testa e privo della facoltà di parola.
In realtà, malgrado questa possibile interpretazione, la donna amministrava tutto, ma lo faceva sempre in nome del patriarcato, trasmettendone ai figli i valori e i principi. In questo modo, il “vecchietto raggrinzito” aveva più che altro la possibilità di farsi “i fatti suoi”, tanto il lavoro duro di casa lo faceva la moglie.

La donna palermitana ha comunque in sè una bella aggressività, che nulla ha a che vedere con l’immaginario della donna sicula muta. Ci sono dei momenti particolari, in cui si trasforma diventando quasi irriconoscibile. La voce si fa incredibilmente stridula, le mani obbligatoriamente sui fianchi. Questo avviene nel caso in cui ci sia una lite condominiale o un incidente stradale.
In questi casi lo spettacolo può essere terribile ma anche divertente. Le urla sono in falsetto. Le mogli quasi sempre fomentano i mariti alla “sciarra” (lite), si strappano i capelli, si insultano, però quasi sempre, per fortuna, alla fine non succede niente, perchè i mariti, per dare soddisfazione alla propria signora, fingono di voler venire alle mani, ma continuano a chiedere alle persone vicine di essere trattenuti “tinìtimi, tinìtimi sinnò l’ammazzo” e le mogli gridano “ammazzalo! ammazzalo”, ma poi tutti si accordano e fanno pace!

Ora veniamo alla “festa” della donna. Quella che in origine doveva essere “la giornata” della donna, un momento di lotta per difendere i propri diritti, un momento per stare insieme e confrontare le proprie esperienze, è diventato negli anni una “festa” tra le peggiori, che esprime veramente quanto poco si sia cambiato negli anni e quanto ancora c’è da fare. Il meglio che si fa con questa festa di massa è riproporre i peggiori comportamenti maschili.

Io ricordo che sarà da circa quindici anni che qui a Palermo è iniziata questa tradizione. I primi anni, l’8 di marzo, si vedevano gruppetti di donne di differenti età (le mamme, le figlie, le nonne), che vestite di tutto punto andavano a mangiare in pizzeria. Qui le signore si intrattenevano per un po’, chiacchieravano tra loro e poi tornavano a casa. Poteva essere un bel momento di condivisione, se non fosse che si limitava ancora ad una concessione dei mariti, che una volta l’anno, per la verità un pò contrariati, lasciavano uscire le mogli da sole. Dal giorno dopo tutto come prima. Quel giorno gli uomini rimanevano a casa e dovevano farsi da mangiare da soli, oppure le mamme o mogli lasciavano già tutto pronto…

Dopo un pò di anni, le cose sono cambiate. Trasformandosi in una “festa” commerciale e di massa, rappresentava l’occasione per gruppi di maschi di approfittare di uscire per “abbordare” le donne in giro da sole, che quel giorno sentendosi libere, potevano cedere più facilmente alle avances… e l’emancipazione? Boh!

Ma il top si è raggiunto negli ultimi anni, ovvero con la moda degli spogliarellisti nei locali. La città è tempestata di manifesti con le foto di questi bellocci a petto nudo e abbronzato e capelli dinoccolati sulle spalle, sui manifesti svetta tristemente il titolo “Festa della donna”. Nei locali si ha così lo spettacolo del finto “uomo oggetto”, gli animatori fanno battute maschiliste a doppio senso, e le donne ridono, e mi domando perchè. Anche nella pizzeria che non può permettersi lo spogliarellista, c’è almeno un cameriere ammiccante che magari si fa fotografare abbracciato alle clienti.

Ma la festa con lo spogliarellista è la più degradante che ci sia. Io, mio malgrado, una decina di anni fa ho vissuto questa tragicomica esperienza. Era l’8 Marzo. Sapevo di andare in un pub con le mie colleghe di università, loro conoscendo le mie idee, furono vaghe e io andai convinta ancora di trovare i gruppi di nonne, zie e nipoti. La serata fu normale, come quelle in un pub, musica, bere qualcosa etc.
Ma ad un certo punto… sentii un urlo corale disumano, stridulo, a singhiozzo, sempre più forte, una sorta di risata arrabbiata, un suono interminabile da parte di tutte le ragazze presenti nel luogo che nello stesso tempo saltarono come cavallette sui tavoli e sulle panche. Mi voltai stupita e vidi spuntare su un palchetto un giovane con capelli lunghi lisciati all’indietro da tanto gel, con canottiera a rete e pantalone attillato.

Poco dopo l’immagine sparì perchè tutta quella massa di ragazze si era affollata intorno al palco, continuando ad urlare e cercare di togliergli gli abiti di dosso. Ad ogni movenza del belloccio, l’urlo si faceva più forte, io mi sentivo impietrita, ma non per la cosa in sè, che alla fine non mi sconvolge più di tanto un uomo depilato e mutandato, ma per quella reazione incredibile. L’esibizione durò poco, fortunatamente perchè l’urlo a intermittenza la accompagnò per tutto il tempo. Io vedevo ogni tanto volare un capo di abbigliamento, un petto gommoso, un braccio abbronzato. Ma l’immagine che più mi intristì, ma che se ci penso mi fa anche ridere, fu verso la fine del piccolo show.
Tra braccia di ragazze agitate, reggiseni sventolanti etc, spuntò di nuovo il finto “uomo oggetto”, col petto ormai denudato e con… udite udite…
un ramoscello di mimosa che svettava fiero dalla mutanda leopardata…
e come direbbe Peppino De Filippo “ho detto tutto”!

Come sempre i miei post, trattano delle caratteristiche più tipiche di Palermo e che colpiscono la mia attenzione, che a volte mi intristiscono e a volte mi fanno sorridere. Fortunatamente poichè l’umanità e varia, e soprattutto si tratta di una grande città, a Palermo, come in ogni luogo, c’è tutto e il contrario di tutto. Quindi ci sono anche tante persone (donne e uomini) che riescono, magari faticando un po’, a scegliere come vivere la propria vita e ritagliarsi i propri spazi di libertà e di diversità.

Potrà interessare sapere che a Palermo per l’8 Marzo ci saranno due concerti, uno alle 21.30 di Fiorella Mannoia al Teatro Politeama e l’altro alle 18.30 del pianista Giovanni Allevi al Teatro Massimo.

Musica e Palermo, cantanti neomelodici.

Visto che siamo in “periodo Sanremo”, parliamo della musica e Palermo.

Direte, ma come si fa a capire quel è il tipo di musica più apprezzata da così tante persone? Bisogna forse entrare nelle case dei palermitani e sentire le note che si diffondono nell’aria?
In realtà è sufficiente stare per strada e seguire i vari indizi.

Gli indizi visivi sono numerosi, se si sta un po’ attenti si vedranno dei manifestini di varie dimensioni che ritraggono i cantanti più in voga. Sono dei poster colorati, dal sapore “leggermente” kitch, che mostrano personaggi sconosciuti al resto del mondo, ma famosissimi solo a Palermo.

Ragazzotti dai capelli con frangetta che copre un occhio solo e il resto dritti dietro, o con caschetto fino all’orecchio, ovvero il classico taglio “a scussunieddu” (scusate ma non so tradurre) che qui andava tanto di moda, con meches platinate e occhiali da sole, orecchino e giacca luccicante grigia e camicia aperta sul petto, coronato da un crocifisso d’oro.
Oppure sono signorine con frangette lisce lisce o con capelli buccolosi dietro, orecchini, trucco significativo e corpetti neri lucidi un pò anni ottanta.

Non mancano anche certi uomini di mezza età con pochi capelli, ma quei pochi sono lunghi, con riccioli impomatati e dipinti color biondo-mogano. Anche questi hanno la camicia aperta sul petto che a differenza dei più giovani è fortemente ricoperto da un folto vello che tuttavia non riesce a nascondere gli enormi crocifissi d’oro penzolanti da grosse catene. I nomi sono strani, tipicamente siculi, ma spesso finiscono per “y” (tanto per darsi un tono anglosassone).

Un ignaro passante non palermitano d.o.c. si chiederà chi siano questi tanto acclamati divi, i cui manifesti sono mischiati a quelli di santi, madonne e politici (che in certi casi hanno un simile look).

A questo punto basta concentrare l’udito sulla musica soave che fuoriesce dalle automobili e non ci vuole poi molto, perchè in certi casi il volume è così alto che si potrebbe sentire anche stando a casa con le finestre (vetro-camera) chiuse.
Si sentiranno parole in dialetto napoletano cantato con stile e accento palermitano e una musica che ha lo stesso effetto che provoca andare ad Ustica con l’aliscafo quando il mare è forza 10.

E’ la cosiddetta “canzone neomelodica palermitana in lingua napoletana”. In effetti è un poco strano che questi cantanti, che sono palermitani, cantino le loro storie in lingua napoletana, ma è così, e l’effetto non è sicuramente quello della straordinaria musica classica napoletana…La musica in dialetto siciliano è considerata più per un pubblico di nicchia e intellettuale.

Questi divi neomelodici cantano con voce gorgheggiante, ma ciò che è interessante è il contenuto delle loro canzoni. Questo motiva il grande successo a livello popolare di questi personaggi. Si tratta di storie di vita vissuta nelle quali molti giovani palermitani si riconoscono. Parlano di amori contrastati, di padri che non fanno uscire le figlie adolescenti, alle quali è negata la possibilità di stare con il proprio innamorato e così sono costrette a fare la fuitina, e diventare spesso madri-bambine. Parlano di carcerati, di figli di carcerati, di delinquenza, di chi è stato rovinato dalla droga, insomma tutti argomenti che chi vive in situazioni di disagio, riconosce come propri e li apprezza.

Certo questi testi non rappresentano una denuncia reale alle situazioni di cui trattano, a volte esprimono un lamento che diventa quasi una sorta di ineluttabile condizione alla quale non si può far altro che rassegnarsi. Spesso, malgrado si narri la durezza e il dolore di una vita da criminale, si finisce per mitizzare il criminale stesso, un po’ eroe, un po’ sfortunato, un po’ vittima.
Fatto è che il successo è assicurato e chi canta queste storie è sentito molto vicino al sentimento comune.

Così girando per le vie dei mercati o dei quartieri popolari, si ascolta questa musica, “la vendono” anche con appositi carretti musicali (che nel passato erano molto più diffusi), le copie pirata divagano, ma non credo sia un problema per questi cantanti, che sono richiestissimi e hanno grandi risultati di pubblico alle tante feste di quartiere che si organizzano per ogni evento religioso.
Feste in cui le strade sono illuminate da enormi luminarie, in cui la gente sgranocchia calia e semenza (ceci e semi di zucca), mangia pane e panelle, beve birra, si diverte, approfitta del momento per una rissa tra amici, si fidanza, e soprattutto canta a squarciagola insieme ai propri idoli imitandone spesso l’abbigliamento e le pettinature.

Gli unici cantanti non palermitani che hanno ricevuto un affetto simile sono stati Gigi D’Alessio e Anna Tatangelo in coppia.
Quando fecero il loro concerto in piazza Politeama, io non ne sapevo nulla. Eravamo andati fuori dal centro città. Al nostro rientro rimasi sconvolta, sembrava un esodo, non capivo se la squadra di calcio del Palermo avesse vinto lo scudetto, se l’Italia avesse vinto i mondiali o se c’era il festino di Santa Rosalia. Tutte le vie erano piene di gente, famiglie con bambini e anziani, coppie, gruppi di amici che camminavano al centro della strada non curanti delle macchine che in effetti erano bloccate, c’erano bottiglie, carta, di tutto a terra, c’era euforia. La gente canticchiava ancora. Poi capii quale fosse il motivo di tutto questo…

Comunque a parte questo, nulla scalfisce il successo dei divi palermitani, nè Sanremo, nè X Factor, non coinvolgono polemiche su direttori artistici, canzoni orribili che destano scandalo, Bonolis o Baudo, nazional popolare e reality.

Qui il reality è tutto palermitano d.o.c ed è proprio un vero show!

Per senso di giustizia dico che fortunatamente a Palermo c’è una grande tradizione di musica jazz, poco conosciuta dai non cultori, ma sicuramente rincuorante!

Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.
Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)
Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.
Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).
Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.
Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.
Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!

Voglia di mare

Queste sono foto scattate alla riserva naturale di Capo Gallo, vicino punta Barcarello (Sferracavallo). Un sentiero molto bello tra il Monte Gallo e il mare, vicinissimo a Palermo (10/15 minuti in auto).
Quando cerchiamo un pò di relax, andiamo a fare una passeggiata in questo luogo bellissimo che fa dimenticare ogni pensiero negativo, fa sognare, ci fa sentire in contatto con la natura e con noi stessi.

Subito dopo però andiamo a mangiare un bel panino con panelle o con la meusa, oppure una spaghettata alle vongole o un risotto con frutti di mare nel vicino borgo marinaro di Sferracavallo, perchè come ormai ho più volte scritto, oltre lo spirito conta anche lo stomaco!

In un prossimo post scriverò qualcosa in più rispetto alle riserve naturali che “ci circondano” e al borgo marinaro di Sferracavallo, per ora riguardo queste foto e aspetto una bella giornata per la prossima passeggiata…

SEI VEGETARIANO? MANGIA PALERMITANO !!!

In English on I love Palermo

Il palermitano “manciataro d.o.c.” è abituato a “sbutriarsi” (riempirsi lo stomaco fino a scoppiare) con svariate pietanze, a volte tra le più improbabili.
Il mattino per colazione, ad esempio, non comincia la giornata con cappuccino e cornetto o il più tradizionale pane e latte, né tanto meno con le anglosassoni uova e bacon, ma apre la giornata con una “bella” arancina o ancora meglio con un “superuntuoso” panino con panelle e cazzilli.

E’ un fatto che molti ambulanti, “spacciatori di panelle”, “armati” di lapini (moto-api) dotati di “sicurissimi” fornelli con bombola a gas, scelgano come luogo per i propri affari, le scuole. “Antiche leggende” un po’ disgustose, raccontano di studenti che usavano l’olio di frittura, che abbondava nella carta in cui era avvolto il panino, come artigianale gel per i capelli, certo non troppo profumato, ma dal sicuro effetto brillantina!

Per il palermitano d.o.c., abituato a cibarsi con enormi panini “ca meusa” (uno solo non è mai sufficiente), che come unico giorno di privazione alimentare sceglie quello di Santa Lucia, in cui può riempirsi di arancine, cuccia etc, che fino a qualche anno fa, a Natale, portava addirittura il cibo in Chiesa (vedi G. Pitrè “Feste popolari siciliane”), che prima di tornare a casa per cena fa “l’aperitivo”… dallo stigghiularu, “facendosi la bocca buona” con queste interiora arrostite e condite con cipolla, e che conclude una serata con amici non con il modaiolo “cornetto di mezzanotte” ma con pezzi di rosticceria con carne, besciamella, salsiccia etc, è quindi quasi impossibile concepire diversi stili di vita e scelte alimentari alternative, insomma, i vegetariani da lui non sono ben visti…

Noi pur amando la nostra bella città e anche il buon cibo, siamo però sensibili a chi fa scelte di diverso tipo, e quindi anche se ci ritroviamo spesso a descrivere ai nostri ospiti cibi tipici, come la milza e le stigghiole, siamo felici di poter consigliare luoghi o cibi anche agli ospiti che ci comunicano la loro necessità o scelta alimentare tipo quella vegetariana.

Abbiamo così appurato che la cucina palermitana, è ricca di alternative per chi volesse non cibarsi di carne o pesce, grazie anche al fatto che trattandosi di cucina povera, è grande l’uso dei vegetali conditi in vario modo. I vegetariani possono così rallegrarsi lo stomaco con una serie di pietanze veramente buone e riccamente elaborate. Bisogna però avvisare che alcuni dolci o pezzi di rosticceria (cannoli, buccellati, brioche, etc) sono fatti con strutto, quindi sempre meglio chiedere prima.

Ed allora un piccolo elenco di piatti classici vegetariani da poter assaggiare a Palermo senza dover rinunciare al buon gusto e alla tradizione:

Antipasti:
Parmigiana di melenzane, caponata, peperonata, ficatu di sette cannula, cotolette di melanzana, frittata ai fiori di zucca, peperoni ripieni con mollica, formaggio, uvetta e pinoli.

Primi piatti:
Pasta alla norma: con salsa di pomodoro e melanzane fritte.
Pasta col macco: pasta con una sorta di purea di fave
Pasta con i broccoli arriminati (attenzione se ci sono le acciughe)
Pasta alla carrettiera
Pasta alla trapanese.
Pasta con le sarde… “a mare”.

Fast food:
Cardi , carciofi e broccoli in pastella.
Panino con panelle e crocchè
Sfincione (attenzione alle acciughe).
Arancine con besciamella e spinaci (non farsi ingannare da quelle dette “al burro” perchè contengono prosciutto), pizzette.

Secondi:
Pizze vegetariane, cuscus vegetali.

Dolci:
Tutti quelli non fritti nello strutto, tipo cassate e cassatine, gelo di mellone, gelati e granite e cremolose.

I luoghi dove trovare tutta questa bella varietà sono tanti.
Alla nostra trattoria preferita “L’ antica trattoria al Monsù” fanno un’ottima pasta alla norma e una fantastica caponata.
Un ristorante che nasce vegetariano ma che adesso cucina anche piatti a base di carne e pesce (quindi va bene per tutti) è “Il mirto e la rosa”.
Per quanto riguarda il fast food palermitano, tutta la città ne è piena, basta nominare “L’antica focacceria San Francesco”, “Franco u Vastiddaru”, “Nino u Ballerino”, “ i cuochini”, etc
Chi ama la frutta, può “rifugiarsi”al chiosco della frutta alla Cala.
Per i dolci e i gelati, la scelta è veramente ampia.

Il Buccellato, dolce di Natale

A Palermo il dolce di Natale per eccellenza è il buccellato o cucciddatu, e la versione formato mignon, i buccellatini. E’ un dolce all’apparenza semplice, a base di pasta frolla, ma racchiude in sè dei sapori che si intrecciano armoniosamente tra loro e che ci parlano di Sicilia. Fichi secchi , uva passa, pinoli, mandorle, noci, arancia etc.

La forma generalmente è a ciambella, con la parte superiore tagliata a formare dei ricami, può essere decorato da miele e pistacchi oppure da zucchero velato. I buccellatini vengono anche ricoperti da glassa bianca di zucchero e diavoletti di zucchero colorato.

Questo dolce origina dal mondo contadino, addirittura potrebbe risalire dal “panificatus” dei romani, il suo nome infatti deriva dal latino “buccellatum”, pane diviso a pezzi, bocconi.

Per quanto riguarda il ripieno, si può pensare ad un’origine araba visto che si tratta di un’associazione di sapori tipici di questa cucina.

Esistono diverse ricette di buccellato, dove possono esserci piccole variazioni, sia nella pasta frolla (si può usare burro o strutto, c’è chi mette ammoniaca, ma io lo sconsiglio), sia nel ripieno, c’è chi mischia tutto con marmellata, chi con miele, chi con un tuorlo d’uovo, c’è chi aggiunge cioccolato, cannella o chiodi di garofano. Anche la decorazione può variare.
Quella che pubblico è una ricetta che a me piace.

Ingredienti:

500 gr. di farina 00, 300 gr. di burro, 200 gr. di zucchero, 3 uova, 1 dl di latte, mezzo bicchiere di vino Marsala, 300 gr. di fichi secchi, 200 gr. di uva passa, 100 gr. di uvetta sultanina, 150 gr. di noci sgusciate, 30 gr. di pinoli, 30 gr. di scorza di arancia candita, 100 gr. di zuccata , 50gr cioccolato fondente a scaglie, 150gr di mandorle tostate, marmellata d’arancia, un pizzico di cannella.

Procedimento: impastare la farina, lo zucchero, il burro, le uova e il latte. Appena il tutto è bene amalgamato, lasciare riposare per circa un’ora nel frigorifero.
Per il ripieno triturare i fichi secchi, l’uva sultanina, l’uva passa, le noci, i pinoli, la scorza d’arancia, la zuccata, le mandorle, e la cannella, mescolare e mettere sul fuoco insieme al marsala per circa dieci minuti. Fuori dal fuoco aggiungere tre cucchiai di marmellata di arance e fare raffreddare.
Stendere la pasta (1 cm di spessore) in un rettangolo, sistemare il ripieno, distribuire le scaglie di cioccolato e avvolgere a forma di ciambella. Incidere la superficie con tagli che mostrino il ripieno.

Il buccellato deve esser adagiato su di una teglia unta ed infarinata, in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora .

Si può successivamente guarnire in diversi modi:

Scaldare 4-5 cucchiaiate di miele per versarle nel buccellato in modo da renderlo lucido e guarnirlo con della frutta candita mista.

Spennellare il buccellato con un cucchiaio di marmellata d’arance sciolta nell’acqua, quindi spolverare con i pistacchi tritati e rimettere in forno per altri cinque minuti.

Spolverare il buccellato con zucchero a velo.

A voi la scelta
Far raffreddare e buon appetito!