Palermo e Santa Rosalia. Il racconto della mostra “Rosalia la più bella”

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Palermo e la sua “Santuzza” sono indissolubilmente legati in un intreccio vigoroso fatto di radici, fede, suggestioni e dedizione.  Il culto per Rosalia ogni anno raggiunge il suo apice di passione e devozione durante i giorni del “Festino”, il 14 e 15 Luglio, con festeggiamenti, la processione del “Carro” ed i suggestivi giochi di fuoco al Foro Italico. La celebrazione della Santa si ripropone il 4 Settembre, giorno in cui si svolge la così detta “acchianata” a piedi, la salita sul Monte Pellegrino dove si trova il santuario dedicato a Rosalia.  “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia” è un saluto, un grido di gioia, di incitazione ed anche di disperazione.

L’amore che i palermitani provano per Rosalia è proporzionale a quello che provano per la propria città, un amore forte, ardente, estremo, intenso. Rosalia è la Santa che, secondo la tradizione, ha liberato Palermo dalla peste del 1624, giungendo in sogno al saponaio Vincenzo Bonello, nel momento in cui l’ afflizione causata  dalla perdita della moglie per la peste, lo stava portando sul Monte Pellegrino a compiere l’ultimo gesto.

Palermo, nel corso dei secoli, di pestilenze, oltre quella del 1624, ne ha avute tante, perché la peste è anche una metafora del male, un male atavico che soprattutto viene da dentro. Una sofferenza spesso autoprodotta, che non fa sviluppare una città bellissima e preziosa, un degrado morale dei poteri che come una nube tossica investe tutti e schiaccia chi vorrebbe cullare e coltivare una città che ha la strana capacità di anestetizzare i suoi abitanti, spesso inerti davanti a tutto, ma capaci di slanci  e  reazioni inattese. Esistono a Palermo grandi talenti a volte soffocati, perché si scontrano con un immobilismo narcotizzante.

Rosalia per i palermitani, in questa atavica incapacità terrena di ribaltare l’amara sorte della propria città,  rappresenta l’ultraterreno “ultimo appiglio”, la speranza estrema alla quale aggrapparsi. E’ colei che con la sua coerenza ha avuto la capacità di rinunciare all’opulenza che la vita di nobile normanna le avrebbe donato, per portare avanti la propria idea o fede. Ci racconta la forza catartica di dire di no, di cui spesso ci sarebbe bisogno e che troppo spesso si attribuisce solo a Santi ed Eroi per non assumersi la responsabilità di cambiamento. Rosalia, la ragazzina bellissima che ha scelto la grotta e l’eremitaggio purifica i palermitani dalle proprie incapacità e dona loro la forza di reagire quando tutto sta per crollare, sembra non giudicare i suoi concittadini, ma proteggerli come farebbe una madre, una sorella, in primo luogo da se stessi.  Come si fa a non amare una donna, una Santa così?

In questi giorni a Palermo ho avuto modo di visitare la mostra “Rosalia la più bella” inaugurata il  9 luglio 2015 presso la Cattedrale di Palermo, ideata da  Francesco M. Scorsone e Loreto Capizzi, visitabile fino al 31 Luglio 2015. Una collettiva che esalta la bellezza di Santa Rosalia secondo la differente visione di ogni artista, regalandone un’immagine variegata e complessa che va oltre la classica iconografia, pur mantenendone in alcune opere i simboli principali tra cui le rose, il teschio ed il Monte Pellegrino, emblema di Palermo e luogo in cui furono ritrovati i resti di questa bellissima giovane donna che scelse il romitaggio alla vita convenzionale.

Nell’opera di Antonella Affronti si mette in rilievo la giovinezza, l’innocenza di questa Santa che ci appare quasi bambina. I colori tenui, tendenti al grigio della grotta e della freddezza a cui la Santuzza si è abbandonata per sfuggire a una sorte non voluta, sono ravvivati solo dal rosso delle rose che le circondano il capo e dal tenue colore delle gote arrossate che le regalano ancora un tepore vitale, durante una preghiera solo accennata. Nel quadro di Anna Balsamo da una cornice si intravede la presenza della Cattedrale alle spalle di Rosalia, coronata da rose fresche, circondata da gigli, abbigliata nel classico saio da eremita e caratterizzata da uno sguardo ieratico, come fosse un’icona moderna, la bocca appare tuttavia carnosa come una rosa e con un accenno di malinconia.

La Santa Rosalia di Alessandro Bronzini ha fattezze classiche, evanescenti e meditative. Coronata da rose candide protegge dall’alto Palermo, rappresentata dal Monte Pellegrino, il cielo e il mare hanno toni cangianti a ricordarci forse il passare del tempo. Nell’opera di Sebastiano Caracozzo, Rosalia ha lo sguardo verso il basso, legge un libro e ci ricorda l’immagine di lei, giovane ed elegante, ancora all’interno della propria camera, intenta a meditare sulle sue future scelte, l’abbandono di una vita opulenta fatta di stoffe damascate e ricami dorati, ricchezze e false presenze.  Aurelio Caruso rappresenta una Rosalia immersa in un mondo attuale, una Santa dalla pelle ambrata,  solo le piccole rose rosse ci rammentano di chi si tratti, ma in questo caso non importa quale sia il paese di provenienza, ma il simbolo di universalità, di sofferenza, di un viaggio (come la vita stessa è) a volte scelto a volte imposto. Ci appare come disegnata da un writer su un muro sporco e la storica frase “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia” è emblematicamente sostituita da un “Viva Lampedusa e Viva Santa Rosalia”.

Nell’opera di Tanina Cuccià è rappresentata una Santa dallo sguardo fermo, coronata da rose che si disegnano tra scritte e fiori. E’ una Santa meditabonda che tiene una croce in mano ed il teschio. Nell’opera di Enzo D’alessandro, il viso della Santa ci appare moderno e compare appena tra colori intensi, globi, squarci di luce. E come quegli occhi nocciola appaiono appena tra i toni dell’ arancio della Conca d’oro, così compare anche la  mano che tiene una croce di luce ed un teschio bianco. Nell’opera di Angelo Denaro, di grande impatto materico, il viso di Rosalia è molto bello, santo ma sensuale allo stesso tempo, moderno. Le rose si confondono tra i capelli e alle sue spalle si scorge il pianeta (simbolo ricorrente nelle opere dell’artista) ed anche i famosi “Giganti di Porta Nuova”, a ricordare la città di Palermo bisognosa di protezione. La Santa Rosalia di Stella Febbraro è quella che maggiormente ricorda l’iconografia classica, i capelli fulvi da giovane normanna, un giglio bianco, simbolo di purezza, il teschio ed uno sguardo estatico. Interessante la Santa di Naire Feo, una Santa che non c’è, questa assenza le rende una presenza paradossalmente ancora più imponente, perché inconscia. La corona di rose galleggia nel cielo e protegge la città simboleggiata dal monte Pellegrino. Rosalia è assente anche nel quadro di Giovanni Gambino, di lei rimane solo una rosa che nuota nel mare, a ricordare la sua nascita dagli abissi come fosse una nuova Venere, alle spalle c’è Monte Pellegrino. Nell’opera di Giuseppe Gargano i toni azzurri velano di una sorta di malinconia la Cattedrale, la Santa veglia dall’alto con un’espressione decisa e forse in parte anche indignata. La Rosalia di Kindia è la più moderna, “spiritualmente punk”. Sono presenti tutti i simboli, ma sono stilisticamente ribaltati, c’è il saio che sembra un abito dark, c’è la corona di rose tolta dal capo, c’è il teschio che è un tatuaggio ed una croce legata ad una catena viene ostentata con orgoglio. Nell’opera di Alessio Lo Prete a colpire è il tratto della pittura, deciso, discontinuo, ondulatorio, quasi circolare e vibrante a partire dalle rose. Tutta l’attenzione si concentra sul volto il cui sguardo si protende verso l’alto.

Nell’opera di Pino Manzella, la Santa emerge dalle carte antiche velate di azzurro alle cui spalle si può scorgere il Monte Pellegrino. Rosalia appare più donna che Santa, l’espressione è determinata e fiera, le rose sono protagoniste di bellezza, ma una foschia scura circonda la luce emanata dalla Santa a ricordarci che questa è una storia che parla di sofferenza e voglia di un riscatto, tutto umano.  La Santa Rosalia di Daniela Marcianò è quasi una ninfa che spunta dal mare. Come era stato rivelato ai genitori di Rosalia, lei sarebbe stata una rosa senza spine e questa Rosalia è infatti serena e fiabesca, ma qualche ferita si scorge nel suo corpo ibrido e non conformemente umano. Nell’opera di Laura Natangelo, Rosalia è quasi accennata, un’opera di grande sensibilità, bastano pochi segni a far intravedere una Santa che c’è e osserva la sua città rappresentata dal Monte Pellegrino. La Santa Rosalia di Vanni Quadro sembra una donna dell’alta borghesia palermitana dipinta paradossalmente su un foglio di cartone. Lo sguardo elegante, sognante di donna preziosa e nel suo anulare al posto di un diamante compare un teschio, prezioso anche quello, ma di altre ricchezze. L’opera di Caterina Rao ci mostra una Rosalia moderna, la posa è di preghiera ma lo sguardo basso è quasi sensuale e ce la fa apparire una donna vera e contemporanea, in pace con se stessa.  Santa Rosalia dipinta da Tiziana Viola Massa è vibrante ed emotivamente toccante, scomposta nei capelli e nell’abbigliamento, mostra un aspetto spirituale e carnale allo stesso tempo,  lo sguardo quasi infantile ed in meditazione estatica ci lascia intravedere una forte spiritualità tutta umana. La rosa sembra fuoriuscire dal quadro e lasciare ferite irreparabili al suo animo, mentre il teschio è abbracciato al ventre come fosse quello di una madre. Nell’opera di Maria Stella Zangara Santa Rosalia è rappresentata classicamente nella sua ascensione in cielo tra gli angeli, la santa è impreziosita d’oro ed in estasi domina su tutto.

Complessivamente questa è una mostra che ci presenta una Santa in diverse sfaccettature, da visitare per nutrirsi di arte, di spiritualità, di umanità, di amore per una città che merita il suo riscatto.

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"Il viaggio" o "l’acchianata" al Santuario di Monte Pellegrino.

Ho già raccontato la Festa più importante per i palermitani, il Festino di Santa Rosalia che si celebra il 15 Luglio.
Ma la devozione che la Santuzza ispira nei palermitani è tale che le è riservata un’altra importante festa per la data che ricorda la sua morte (il 4 Settembre del 1160): “il viaggio” o “l’acchianata” (salita) al santuario di Monte Pellegrino, il bellissimo promontorio sul golfo di Palermo, dove furono trovati i suoi resti. […] continua

Post-Festino, nel senso di dopo-festino, e “Il cozzaro” del Foro Italico.

foto di Jan-Luc Moreau

Il festino è già passato da qualche giorno, ma la Santa sembra essere un po’ incavolata con i palermitani. Sarà perchè il Sindaco si è rifiutato di salire sul carro e pronunziare le fatidiche parole “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”, creando polemiche tra i politici dell’opposizione, tra la cittadinanza, dai senza casa ai senza lavoro, fino a Monte Pellegrino

foto di Jan-Luc Moreau

da dove la santuzza osserva sdegnata la sua bellissima città lasciata andare alla deriva, come il suo carro che simbolicamente è rappresentato da un vascello.
foto tratta da Rosalio
Il festino è finito e a Palermo quando qualcosa finisce si usa dire con ironia “Agneddu e sucu e finiu u vattiu” (agnello e salsa ed è finito il battesimo), tutto infatti è rimasto come prima a parte il Foro italico, dove ancora ci sono le grandi bancarelle di calia e semenza, abiti e oggetti di vario genere, e quel vascello con le sue assi tutte d’oro da cui si erge la bella Rosalia tutta d’argento, parcheggiato in mezzo ai venditori di panini imbottiti.

Qualche giorno fa, abbiamo fatto una passeggiata insieme ai nostri amici di Osteria Nuova (Lazio), loro ormai conoscono bene noi, la nostra casa (il nostro b&b) e soprattutto Palermo. Hanno visto tutte le cose tradizionali, dalle Catacombe dei Cappuccini alla Cappella Palatina, la Cattedrale, il Teatro Massimo e il Politeama, la Kalsa, La Martorana, Monreale, Sferracavallo etc.
Hanno un debole per l’Antica Trattoria Il Monsù e il suo gentilissimo proprietario Giuseppe, che ci rimpinza sempre di pasta ca ‘nciova (acciuga), pasta con sarde, alla norma, caponata di melanzane, grigliate di pesce e come dice Giuseppe “il dolce”, ovvero le frittura di calamari.

Ma il giorno che i nostri amici sono tornati a trovarci il Monsù era chiuso ed il tempo per girare era poco, quindi abbiamo optato per una cenetta dall’atmosfera “palermitana d.o.c.”, più che altro direi “in un posto tascio (termine intraducibile, potrei dire kitch), ma molto molto buono”, ci vuole solo un pizzico di coraggio e tanta curiosità.

Il luogo in cui è ubicato è il Foro italico, all’angolo con Piazza Kalsa, e visto che non ha un nome, perchè non è nemmeno un vero e proprio ristorante, lo abbiamo battezzato “il cozzaro”, trattasi infatti di un tratto di marciapiede occupato da una serie di tavolini e sedie di plastica, da bidoni di plastica colmi di acqua, bombola a gas, fornellino, ripiano e un’infinità di sacchi colmi di frutti di mare (soprattutto cozze). I gestori, dei veri palermitanissimi doc, cucinano all’aperto (non so come sono messi a livello di licenze…ma insomma a guardare…) hanno un televisorino attaccato a un palo della luce con cui si allietano tra una comanda e l’altra. Le tavole sono fornite di tovaglia di carta, piatti, bicchieri e posate di plastica.

Abbiamo mangiato le cozze scoppiate, servite da una corpulenta signora, in una grandissima bacinella di plastica blu, accompagnata da una vuota di colore rosso “per le scorcie (buccie)”. Erano veramente buone! Poi una spaghettata alle cozze (la loro specialità però è ai ricci di mare) con un sughetto incredibilmente buono e pepatissimo a condire gli spaghetti veramente al dente! e per finire un polpo vugghiutu con limone, tenero al punto giusto. La signora ci ha proposto anche i “muccuna” io, che fungevo da traduttrice simultanea per i nostri amici, ho spiegato che si trattava di lumaconi di mare! Per questa volta eravamo a posto così. Il tutto condito da vino, birra e acqua, atmosfera da vera città di mare e folklore palermitano, ad un costo di circa 15€ a persona, non male! E soprattutto nessuna conseguenza spiacevole, se non un bel ricordo di tante risate!

Ora che abbiamo “testato” direttamente su di noi, possiamo consigliare questo posto anche agli ospiti del nostro bed and breakfast, la loro incolumità sarà garantita, come pure il portafogli, ma soprattutto il palato ne rimarrà soddisfattissimo!
Poi una passeggiata vicino al bellissimo prato del lungomare per smaltire il tutto, la “visione” della santuzza sul suo carro-relitto, il profumo del mare, tutto accompagnato da un coppitello di immancabile calia e semenza (che in dialetto romano, ho scoperto chiamarsi “bruscolini”), con chiacchierata col semenzaro incuriosito dall’accento “continentale” dei nostri amici! Una vera serata da palermitani… e l’indomani pane e panelle vicino alla stazione centrale, very very good, costa solo un euro e cinquanta centesimi, a Palermo per fortuna si può ancora mangiare e bere con appena tre euro! Buona vacanza ragazzi e a presto!

Mi dispiace non avere le foto di questi brevi giorni, ma abbiamo scordato la macchina fotografica, per chi cerca il cozzaro, è facile trovarlo, si trova proprio accanto al…mulunaro!!!

"Viva Palermo e Viva Santa Rosalia". Il 385° Festino di Santa Rosalia a Palermo.

Per Palermo si avvicina quello che è l’evento più importante in assoluto, la festa per eccellenza, un momento che unisce tutti, il momento di divertimento e devozione, l’unione tra sacro e profano, il concentrato della palermitanità, insomma il mitico Festino di Santa Rosalia, ovvero la “santuzza” protettrice di Palermo.
Il festino malgrado il suo nome (quasi un vezzeggiativo) è veramente una festa in grande, alla quale nessuno rinuncerebbe, nemmeno in un momento di crisi, anzi a maggior ragione, perchè la santa potrebbe intercedere per lenire gli effetti di questa piaga, come fece durante la peste. Ma a ben guardare la situazione di Palermo e Sicilia, tra le “tre piaghe” esplicitate in Johnny Stecchino (l’Etna, la siccità e il trrraffico) e quelle sottintese… la “santuzza” ha proprio un bel da fare, forse un compito più arduo che lo sgominare la peste del 1624.
A Palermo la santa si festeggia dal 1625, anno successivo alla grande peste. Nessuno riusciva a sconfiggerla, né la scienza dell’epoca, né i santi fino ad allora chiamati in causa, quando accadde che a un saponaio (Vincenzo Bonello) a cui era morta la moglie, apparve in sogno Rosalia, una giovane eremita vissuta intorno al 1100 (era morta il 4 settembre del 1160), che gli indicava dove trovare le proprie spoglie (nella grotta di Monte Pellegrino, dove adesso c’è un suggestivo santuario dedicato alla santa), e gli chiedeva di portarle in processione per Palermo per fare cessare la peste. Tale operazione venne eseguita dall’arcivescovo del tempo (avvisato dal saponaio) ed ebbe risultati positivi, la peste finì e da allora Palermo non dimenticò la propria protettrice.

Cominciò ben presto la tradizione dell’allestimento di un carro maggiore (a forma di vascello)

foto di Jan-Luc Moreau
e altri carri minori,

foto di Jan-Luc Moreau

in stile barocco, che con figure allegoriche mostravano la sconfitta della peste, il bene che trionfa sul male.

Negli anni a venire è sempre più atteso il nuovo carro e tutto il suo allestimento, gli spettacoli (armonia tra il sacro e il profano) che accompagnano l’evento che si svolge dal 10 al 15 luglio, la processione (dove di fondamentale importanza che il Sindaco ad un certo punto urli “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”, gli si perdonerebbe tutto, ma non l’assenza di questo slogan) e soprattutto i “giochi di fuoco” della notte del 14 luglio, dove si raggiunge l’apice della festa in tutte le sue espressioni più folkloristiche.

I festeggiamenti cominciano già dal 10 luglio. Al Foro italico vengono allestite bancarelle decorate con le immagini tipiche dei carretti siciliani, e in tutto il percorso della processione vengono poste delle splendide luminarie (l’archi).

Ma il giorno da tutti atteso è il 14 Luglio, giorno in cui comincia la processione, che si trasforma in un vero e proprio spettacolo teatrale, con musica e danze, che parte dalla Cattedrale, attraversa i Quattro Canti e tutto il Cassaro fino ad arrivare al foro italico dove il tripudio sarà dato dagli spettacolari giochi d’artificio che durano un’ ora circa, lasciando tutto il pubblico senza fiato.
Mi è capitato alcune volte di partecipare a questo evento. L’impatto è incredibile, moltissime persone, oltre quelle che già partecipano a tutta la sfilata, che inizia alle nove di sera circa, si riversano direttamente al Foro italico, tutta la città è bloccata, le macchine vengono lasciate persino a centro strada, sembra un esodo,
migliaia di persone che compresse tra loro cercano di raggiungere un luogo in cui vedere bene i fuochi d’artificio.
Arrivati al Foro Italico quello che si vede è una marea di gente che durante l’attesa si diletta a mangiare tutto ciò che di più tradizionale si può trovare nelle tantissime bancarelle, perchè come sempre ogni occasione è buona per riempire lo stomaco.

In primo luogo nessuno rinuncerebbe a mangiare la “calia e semenza”, che è come una sorta di ritualità, di passatempo. Si acquista dal semenzaro un “coppitello” (un contenitore creato avvolgendo della carta su se stessa) ripieno appunto di ceci abbrustoliti e semi di zucca con sale, e si comincia a sgranocchiarli e lanciare con estrema soddisfazione le bucce per terra.

Ma i semenzari vendono infinite altre delizie e la scelta per i golosi è vasta: pistacchi, arachidi, noccioline, cruzziteddi (castagne), luppini (lupini bolliti), fave, etc.
Oltre il passatempo appena descritto, che viene anche detto “u scaccio”, ovvero tutte le leccornie che però non rappresentano un vero e proprio mangiare, ci sono gli immancabili sfincionelli, pane panelle e crocchè, panino con milza, salsiccia arrostita, polpo vugghiutu, ricci ed infiniti dolciumi, dal gelato a tutta una serie di “dolci da strada” venduti nelle enormi e decorate bancarelle dei “caramellari”.
Una varietà di dolciumi a base di zucchero caramellato e vari ingredienti quali i semi di “cimino” (sesamo), mandorle, nocciole, bomboloni di zucchero e cannella, la cubarda (dolce di zucchero duro venduto a tocchetti), il gelato di campagna (un dolce di zucchero, pistacchio ed essenza di fragola, dal colore verde, bianco e rosso, che riecheggia il giardinetto, il gelato inventato per l’arrivo di Garibaldi). E poi la frutta più adatta per l’evento, ovvero i fichi d’india e u muluni.
Ma la specialità più tipica del giorno, quella che è un perfetto intreccio tra il mangiare e il passatempo, quella a cui i veri palermitani doc non rinuncerebbero mai per festeggiare la santuzza, sono i babbaluci (lumache condite con olio, prezzemolo e aglio). Vengono vendute in ceste, servite in piattini di plastica e consumate con tanto di “scrusciu” (rumore dato dal necessario risucchio), immancabile lancio delle chiocciole e un’infinità di soddisfazione per i cultori di questa sorta di ritualità gastronomica.
L’immagine più affascinante che si può godere partecipando a questo evento è quella di una serie di tavolini imbanditi nei luoghi più stravaganti, perchè per godere dei giochi di fuoco sgranocchiando tutto ciò sopraelencato, bisogna trovarsi un posto d’onore, una sorta di trono rialzato, per non trovare come capita al cinema, qualcuno più alto di te che ti impedirà di godere dello spettacolo. E se non tutti possono permettersi di guardare dall’alto delle meravigliose terrazze di Palazzo Butera o di altri palazzi nobiliari, dove solo l’elite può accedere, l’ingegno è ancora concesso, e quindi la gente del così detto “popolino” allestisce e imbandisce i propri tavoli sulle motoapi, su furgoncini e tutto ciò che possa garantire un’ ottima visione.

Durante il festino oltre al cibo, si trova anche l’occasione per incontrarsi, per innamorarsi, anche soprattutto per litigare. Si invoca la santa e si attende una grazia. Si beve vino, si gioca a carte, si urla, si chiacchiera e soprattutto si getta ogni rifiuto per terra.

E poi finalmente arriva il momento più atteso, i “botti”, i fuochi d’artificio. Diverse ditte si sfidano tra loro, è una magia di colori, di rumori assordanti, di cuori che battono all’impazzata, di sguardi fissi al cielo, improvvisamente il vocio della gente si ferma del tutto, per ascoltare un frastuono quasi assordante, l’emozione è palpabile, grandi e bambini sono accomunati da un senso di meraviglia, un momento di tensione e di scarica elettrica, forse si dimenticano le tragedie quotidiane, la disoccupazione, l’assenza di case, le vessazioni, le liti familiari, fino alla “masculiata”, che è il momento di maggiore intensità dei botti, e poi un istante di silenzio assordante, ma tutti sanno che ci sarà un ultimo fortissimo tuono, e poi l’abbandono in un applauso liberatorio, la festa è finita e la vita ricomincia…

U’ FISTINU

Tutti l’anni arriva lu’ Fistinu
e Palermu s’azzizza a festa,
si conzanu putii pi’ li stratuzzi
c’è cu’ vinni muluna, babbaluci e vinu,
cu’ sfinciuni e pruvulazzu
oppuru stiarini e marunnuzzi.
Quannu passa la vara pi’ li strati
chiancinu tutti li’ devoti
e chiddu ca’ prima ha bistimmiatu,
si fa lu segnu di la cruci
si metti a ginucchiuni
e si batti lu’ pettu pi’ essiri grazziatu.
Doppu la menzannotti
botti, murtareddi e jocu di focu
c’è cu’ s’ammuccia dintra na’ stratuzza,
cu’ si fa zitu e cu’ si sciarria,
cu’ curri e s’allavanca
e di cori, riri puru la Santuzza.
Poi la matina ‘nta li strati
c’è munnizza e grascia
e pi’ l’aria c’è tanfu di lurdia,
ma a nuddu ‘mporta,
Palermu è sempri viva
e puru Santa Rusalia.

poesia di Emilia Merenda