Le busiate trapanesi, antidoto alla lagnusia

Non avevo mai fatto la pasta in casa, il solo pensare di impastare, spianare, e tutte le altre fasi necessarie, mi faceva già stancare. Insomma un po’ come nel migliore stereotipo del siciliano “lagnuso” (pigro), pensavo che le mie braccia fossero robuste solo il necessario per prendere una tazzina di caffè e trasportarla dal bancone di un bar alla bocca (secondo la teoria di Ficarra e Picone, che ci vede fondamentalmente intenti a incrementare “l’economia da bar”), che la fatica non facesse per me.

La lagnusia è uno stato dell’anima, quello che ti fa stravaccare da una sedia all’altra, quello che ti fa passeggiare con andatura ciondolante, che ti fa lamentare apaticamente delle cose che non vanno, del lavoro che non c’è (ed è vero purtroppo), che ti fa pensare che mai nulla possa cambiare, quindi è inutile sforzarsi o darsi da fare. La lagnusia che rende però meditabondi e riflessivi, che porta a grandi sogni e poche concretezze, la lagnusia che allo stato estremo viene, in un antico detto, paragonata al comportamento “ru cani i jardinu” (il cane di giardino) “che un quogghie e un fa quogghiri” (che non raccoglie e non fa raccogliere), insomma chi oltre a non far nulla fa anche perdere tempo agli altri…

Ed io stamattina ero tra una sedia e l’altra, senza lavoro, immersa in pensieri filosofici, in preda alla più totale lagnusia, così è scattato qualcosa, non so quale gene non siculo si sia improvvisamente impossessato di me e mi abbia spinta a preparare per la prima volta la pasta in casa.

Visto il buon proposito, non potevo non preparare un tipo di pasta che non avesse un richiamo alla mia terra, non proprio alla mia città, dove non credo ci siano tradizionali tipi di pasta fatta a mano, ma sempre comunque Sicilia, ovvero le busiate del trapanese.

Questa pasta la conosco molto bene perchè quando mi trovo a San Vito è il mio secondo piatto preferito dopo il cous cous al pesce, una pasta che raccoglie il condimento con cura, ha la forma di un boccolo elegante, un ricciolo capriccioso che contiene soavi sapori. A Trapani la condiscono spesso col pesto alla trapanese, a base di pomodoro fresco, aglio e basilico, ma anche con una semplice salsa di pomodoro e magari dei tocchetti di melanzane fritte è squisita, soprattutto se è estate e si ha la fortuna di vedere il mare…

Il nome busiate origina dall’arnese con il quale venivano preparate, il buso, che è un ferro lungo e sottile. I busi sono infatti anche i ferri per lavorare a maglia (“u busino” è l’uncinetto). Adesso per arrotolare questa pasta si usano anche delle cannucce di legno o gli spiedi, vengono anche preparate con strumenti meccanici, certo il fascino di vederle fare una per una è impareggiabile.

In tutto il trapanese si trovano in vendita nei pastifici e anche nei panifici.

Ho trovato tante ricette in giro per internet, alla fine prendendo un po’ da una parte, un po’ dall’altra ho fatto così, alternando momenti di semidisperazione in cui credevo di dover buttare via tutto, di sfogo liberatorio nello spianare la pasta con un barattolo di vetro perchè non dotata di matterello (d’altra parte fino ad ora non mi era mai servito), di gioia creativa nel fare questi riccioli a mano libera, di “chi me lo ha fatto fare” nel trovarmi a fare l’ennesimo ricciolo sapendo di averne ancora per molto, di soddisfazione immensa nel vedere e gustare il risultato finale:

Ingredienti:
400gr di farina 00, 200ml di acqua tiepida (ne ho aggiunta ancora un po’ perchè la pasta era troppo asciutta), un cucchiaio d’olio, un pizzico di sale.

Procedimento:
setacciare la farina, aggiungere il sale, l’olio e l’acqua poco alla volta. Impastare per un po’ fino ad ottenere una pasta omogenea, coprirla con la pellicola e attendere mezz’ora. A questo punto avrei dovuto fare con dei pezzetti di pasta dei rotolini sottili (tipo maccheroncini) da arrotolare attorno al “buso”, ma non ci sono riuscita, non so perchè, allora non perdendomi d’animo ho spianato tutta la pasta rendendola più sottile che potevo (fatica!) e ho fatto delle tagliatelle di circa 5 mm di larghezza. Ogni tagliatella va poi arrotolata attorno allo spiedo di legno, spianata con i due palmi delle mani sul ripiano e poi sfilata delicatamente e messa ad asciugare su un panno coperto di farina.

Si deve far asciugare per una mezz’ora almeno e poi cucinare in abbondante acqua salata per circa 6 minuti.
Non avevo gli ingredienti per il pesto alla trapanese, allora ho “rimediato” con un ragù con piselli, ottima soluzione direi!
Certo non erano perfette come quelle che ho mangiato a Trapani, però come fuga dalla lagnusia andavano benissimo!