Post-Festino, nel senso di dopo-festino, e “Il cozzaro” del Foro Italico.

foto di Jan-Luc Moreau

Il festino è già passato da qualche giorno, ma la Santa sembra essere un po’ incavolata con i palermitani. Sarà perchè il Sindaco si è rifiutato di salire sul carro e pronunziare le fatidiche parole “Viva Palermo e Viva Santa Rosalia”, creando polemiche tra i politici dell’opposizione, tra la cittadinanza, dai senza casa ai senza lavoro, fino a Monte Pellegrino

foto di Jan-Luc Moreau

da dove la santuzza osserva sdegnata la sua bellissima città lasciata andare alla deriva, come il suo carro che simbolicamente è rappresentato da un vascello.
foto tratta da Rosalio
Il festino è finito e a Palermo quando qualcosa finisce si usa dire con ironia “Agneddu e sucu e finiu u vattiu” (agnello e salsa ed è finito il battesimo), tutto infatti è rimasto come prima a parte il Foro italico, dove ancora ci sono le grandi bancarelle di calia e semenza, abiti e oggetti di vario genere, e quel vascello con le sue assi tutte d’oro da cui si erge la bella Rosalia tutta d’argento, parcheggiato in mezzo ai venditori di panini imbottiti.

Qualche giorno fa, abbiamo fatto una passeggiata insieme ai nostri amici di Osteria Nuova (Lazio), loro ormai conoscono bene noi, la nostra casa (il nostro b&b) e soprattutto Palermo. Hanno visto tutte le cose tradizionali, dalle Catacombe dei Cappuccini alla Cappella Palatina, la Cattedrale, il Teatro Massimo e il Politeama, la Kalsa, La Martorana, Monreale, Sferracavallo etc.
Hanno un debole per l’Antica Trattoria Il Monsù e il suo gentilissimo proprietario Giuseppe, che ci rimpinza sempre di pasta ca ‘nciova (acciuga), pasta con sarde, alla norma, caponata di melanzane, grigliate di pesce e come dice Giuseppe “il dolce”, ovvero le frittura di calamari.

Ma il giorno che i nostri amici sono tornati a trovarci il Monsù era chiuso ed il tempo per girare era poco, quindi abbiamo optato per una cenetta dall’atmosfera “palermitana d.o.c.”, più che altro direi “in un posto tascio (termine intraducibile, potrei dire kitch), ma molto molto buono”, ci vuole solo un pizzico di coraggio e tanta curiosità.

Il luogo in cui è ubicato è il Foro italico, all’angolo con Piazza Kalsa, e visto che non ha un nome, perchè non è nemmeno un vero e proprio ristorante, lo abbiamo battezzato “il cozzaro”, trattasi infatti di un tratto di marciapiede occupato da una serie di tavolini e sedie di plastica, da bidoni di plastica colmi di acqua, bombola a gas, fornellino, ripiano e un’infinità di sacchi colmi di frutti di mare (soprattutto cozze). I gestori, dei veri palermitanissimi doc, cucinano all’aperto (non so come sono messi a livello di licenze…ma insomma a guardare…) hanno un televisorino attaccato a un palo della luce con cui si allietano tra una comanda e l’altra. Le tavole sono fornite di tovaglia di carta, piatti, bicchieri e posate di plastica.

Abbiamo mangiato le cozze scoppiate, servite da una corpulenta signora, in una grandissima bacinella di plastica blu, accompagnata da una vuota di colore rosso “per le scorcie (buccie)”. Erano veramente buone! Poi una spaghettata alle cozze (la loro specialità però è ai ricci di mare) con un sughetto incredibilmente buono e pepatissimo a condire gli spaghetti veramente al dente! e per finire un polpo vugghiutu con limone, tenero al punto giusto. La signora ci ha proposto anche i “muccuna” io, che fungevo da traduttrice simultanea per i nostri amici, ho spiegato che si trattava di lumaconi di mare! Per questa volta eravamo a posto così. Il tutto condito da vino, birra e acqua, atmosfera da vera città di mare e folklore palermitano, ad un costo di circa 15€ a persona, non male! E soprattutto nessuna conseguenza spiacevole, se non un bel ricordo di tante risate!

Ora che abbiamo “testato” direttamente su di noi, possiamo consigliare questo posto anche agli ospiti del nostro bed and breakfast, la loro incolumità sarà garantita, come pure il portafogli, ma soprattutto il palato ne rimarrà soddisfattissimo!
Poi una passeggiata vicino al bellissimo prato del lungomare per smaltire il tutto, la “visione” della santuzza sul suo carro-relitto, il profumo del mare, tutto accompagnato da un coppitello di immancabile calia e semenza (che in dialetto romano, ho scoperto chiamarsi “bruscolini”), con chiacchierata col semenzaro incuriosito dall’accento “continentale” dei nostri amici! Una vera serata da palermitani… e l’indomani pane e panelle vicino alla stazione centrale, very very good, costa solo un euro e cinquanta centesimi, a Palermo per fortuna si può ancora mangiare e bere con appena tre euro! Buona vacanza ragazzi e a presto!

Mi dispiace non avere le foto di questi brevi giorni, ma abbiamo scordato la macchina fotografica, per chi cerca il cozzaro, è facile trovarlo, si trova proprio accanto al…mulunaro!!!

"Purpu vugghiutu". Polpo bollito

Tra i cibi di strada più amati dai palermitani che d’estate si dilettano a frequentare le zone marinare vicine alla città, uno tra i più amati e il polpo bollito qui detto “purpu vugghiuto”.

Nella piazzetta di Mondello si trovavano tantissime bancarelle dei purpari, dove veniva venduta questa delizia del mare.

foto Judy Witts
Certo queste bancarelle in lamiera ostruivano la vista sul mare e non sempre era possibile garantire il rispetto di tutte le norme igieniche (come del resto avviene per quasi tutto il cibo di strada palermitano).
Fu per questo che a metà degli anni ’80 tutte le bancarelle furono rimosse dalla piazzetta di Mondello, tra le proteste di chi amava tanto gustare il polpo caldo caldo, sentendo il profumo del mare.

Bisogna ammettere che le bancarelle in lamiera erano veramente bruttine, però avevano un fascino tutto particolare, popolare, ed erano un motivo di attrazione per i palermitani, ma anche per i turisti colpiti da tanto folklore.

Per quanto riguarda la questione igienica, i palermitani non avrebbero avuto troppi problemi, visto lo stomaco immunizzato da tutto, grazie ad anni di allenamento ai cibi più bizzarri, più pesanti e ai luoghi non sempre puliti…
certo per i turisti meno abituati poteva essere più rischioso, una vera “prova di coraggio”, anche se devo dire che mai ho sentito dire di gente che ha avuto problemi col nostro cibo, col Mac Donald si!

Ritornando ai purpari di Mondello, alcuni di questi si sono trasferiti all’interno dei ristorantini, per continuare la loro storica attività.

Il polpo bollito si può trovare anche a Sferracavallo (insieme ai ricci e alle cozze),

nella borgata di Romagnolo (anche qui diverse bancarelle sono state abbattute) e a volte anche nei Mercati storici di Palermo.

I polpi venivano bolliti in pentoloni (i più tradizionali in creta) colmi di acqua di mare, e poi serviti su piatti di ceramica accompagnati solo da una spruzzatina di limone. C’era tutta una ritualità nel cucinarli e nel servirli, e una grande competenza nello scegliere i più teneri (le femmine) o i più pregiati (i maiolini).

Per cuocere il polpo c’è un “segreto” da sapere, bisogna far bollire l’acqua (salata abbondantemente, visto che non è poi così agevole usare direttamente quella del mare…), e immergere il polpo (precedentemente lavato) tenendolo per la testa (che poi è lo stomaco), per ben tre volte, calandolo e uscendolo dall’acqua.
Questo trucco credo serva per un motivo esclusivamente estetico, per far arricciare i tentacoli “ le granfe” verso l’alto, ma nessun palermitano si permetterebbe di fare diversamente.
Quando l’acqua riprende a bollire, si calcolano dieci minuti (tenendo il coperchio della pentola semichiuso), poi si spegne il fuoco e si fa rimanere il polpo nell’acqua calda per almeno un’ora, così verrà sicuramente tenero, o almeno lo spero, perchè anche quella del purparo è una vera arte!

I veri amatori lo mangeranno solo con l’aggiunta del succo del limone, ma è ottimo anche all’insalata, tagliato a pezzetti (svuotando la testa, anche se c’è chi ama mangiarne il contenuto dal colore poco invitante) e condito semplicemente con olio, limone e prezzemolo fresco.

Una curiosità, quando il caffè viene un po’ “lento” ossia annacquato, si usa dire con aria sdegnata: “ma chi è acqua i purpu?” (ma cos’è, acqua di polpo?).