Carnevale a Palermo

A Febbraio anche a Palermo si festeggia il Carnevale. Si susseguono giorni “turbolenti”.

Nelle zone più affollate della città, bisogna districarsi tra i ragazzini che tirano addosso agli impavidi passanti, farina, uova, schiuma da barba e stelle filanti in bomboletta, e poi bisogna sussultare e saltellare ad ogni passo per l’esplosione di un botto o un mortaretto.

A nessuno piace subire gli scherzetti, i ragazzini invece si divertono parecchio, però da alcuni anni, a fine carnevale, tutti dicono affranti: “non si sente più lo spirito carnevalesco di un tempo!”.
Forse perchè di anno in anno questi scherzi, se pur fastidiosi e odiosi, vanno comunque diminuendo, e quando le cose cambiano, non si sa mai se è una cosa positiva, e quello strano periodo di sospensione della normalità, di trasgressione “concessa”, quei giorni di sfogo, inventati per placare i poveri che poi dovevano rassegnarsi di nuovo alla triste quotidianità, in qualche modo rassicuravano. Ora è più difficile incanalare tutto il malessere sociale in un periodo di due tre giorni e forse questo fa più paura.
Carnevale a Palermo (2007/2008)
Considerazioni a parte, i più anziani ricordano ancora gli scherzi “innocenti” dei loro giorni di infanzia carnevalesca, il più noto era quello di “pescare”, con una lenza penzolante dai balconi, i cappelli dei passanti, che improvvisamente vedevano la loro testa denudata e lanciavano urla e ingiurie (e proprio questo divertiva i monelli dell’epoca!). Lanciavano coriandoli e talco, o attaccavano sulla schiena di ignari passanti, una coda o le corna del diavolo, per poi schernirli in coro e prepararsi rapidamente alla fuga.

C’era una certa creatività tipica di anni in cui per giocare bisognava costruirsi i giocattoli da soli.
Del Carnevale a Palermo si hanno notizie fin dal ‘600.
Il primo carro allegorico allestito in Sicilia si ebbe il 3 Marzo del 1601 proprio a Palermo, raffigurava il dio Nettuno intorno a cui danzavano delle sirene.
Il primo vero e proprio Carnevale fu voluto nel 1612 dal viceré D’Ossuna.
Sia a Palermo che a Napoli, durante il Regno delle due Sicilie, il Carnevale, pur non essendo al pari di quelli dell’itala settentrionale per coreografie e sfarzo, era comunque degno di nota per il folklore più popolare.

Vi erano recite in piazza con maschere locali e il momento più importante era la sfilata “du nannu e da nanna” due fantocci di paglia che raffiguravano il nonno e la nonna (metaforicamente il termine della vita, l’anno vecchio da sbeffeggiare, il capro espiatorio, ma anche la saggezza da rispettare, che tuttavia doveva avere la sua fine, per dare spazio alla vita nuova). Questi due personaggi dopo una sorta di processo regolare, condito anche di un testamento in cui non si risparmiavano battute pungenti a nessuno, erano condannati a morte e quindi bruciati dinanzi allo stupore e alla soddisfazione di tutti i partecipanti (a vampa du nannu e da nanna).
Nel ‘700 le celebrazioni divennero più fastose, sia per strada che all’interno dei palazzi nobiliari. Nel corso Vittorio Emanuele e in Via Maqueda sfilavano le carrozze con i nobili. Nei quartieri popolari continuava la celebrazione du nannu e da nanna, con grandi abbuffate di salsiccia e vino. Ancora oggi nei quartieri popolari, come Ballarò, si effettua la vampa du nannu e da nanna.

U nannu e a nanna. Carnevale Palermo

Dall’800 in poi a Palermo si è interrotta la tradizione di festeggiare il Carnevale con sfilate e carri. In Sicilia la tradizione non si è persa, vi sono delle cittadine come Sciacca, Acireale o Termini Imerese, famose per i loro carri allegorici e per i loro grandi festeggiamenti che attirano persone da tutto il mondo. Negli ultimi anni Palermo si sta riattivando con sfilate che coinvolgono soprattutto scuole e centri giovanili.
Quest’anno dal 19 al 24 febbraio si festeggerà il “carnevale barocco palermitano” con corteo dei figuranti, musicanti, sfilata di carri allegorici con gruppi mascherati, banda musicale, Majorettes, tamburi, sbandieratori, artisti in maschera e gruppi folkloristici della tradizione siciliana .

Carnevale Palermo (2007/2008)

Come sempre a Palermo, oltre al divertimento, ai balli, alle passeggiate in Via Libertà con i bambini vestiti da zorro o da damigella (e adesso forse da winks e gormiti), non si rinuncia mai ad una grande “mangiata”.
Le pietanze tipiche sono le lasagne cacate con ragù o sugo di salsiccia e ricotta fresca, salsiccia e carne di maiale arrostita e alla brace. I dolci più tradizionali sono il cannolo, le sfinci fritte, la pignolata (o pignoccata), le chiacchiere.

Una nota particolare va alle lasagne cacate, il cui nome davvero particolare merita una spiegazione. Sono delle larghe fettuccine con il bordo ondulato, inventate a Palermo durante il periodo aragonese. Il nome atipico per un cibo, serviva a prendere in giro le pietanze elaborate che arricchivano le tavole dei nobili.
Infatti a Palermo il termine “cacata”, a parte ciò che tutti possono immaginare, ha una serie di “sottili significati”, spesso si attribuisce a una persona, che come direbbero in altre città “ se la tira”, a Palermo diremmo anche “che si sente tutta”.
Queste lasagne adornate da un bordo merlettato, probabilmente davano l’impressione di essere un pò troppo soddisfatte del proprio aspetto, presuntuose, insomma un pò “cacate”!
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Il Pani ca meusa, il re del "fast food" palermitano

Prima di leggere se volete potete guardare questo video che è un vero “cult” della palermitanità.

Ed ecco finalmente la storia del “re del fast food palermitano”: u pani ca meusa (il pane con la milza).

Vagando per Palermo è possibile vedere dei capannelli di gente. Cosa stanno facendo? C’è forse una protesta o una raccolta di firme? No, è più probabile che davanti a loro ci sia un venditore ambulante di panino con milza, anche chiamato “meusaro” (da milza) o “vastiddaro” (da vastedda che altro non è che il tipo di pane, il cui nome proviene dal francese antico “gastel”).
Il vastiddaro non ha bisogno di “abbanniare” (bandire urlando) la sua merce, perché basta il profumo che emana ad attirare la sua clientela.

Questo panino così unico, esclusivo di Palermo, che può essere odiato (dai vegetariani, dai dietologi, da chi non mangia interiora, dai deboli di stomaco o gli schifiltosi) o amato (dai palermitani d.o.c, dagli impavidi, dai curiosi) ha una storia molto particolare, che è un esempio di come le diverse culture e religioni possano convivere e fondersi insieme, esprimendo risultati positivi, insomma secondo me il panino ca meusa è il simbolo di una possibile interetnicità e quindi il simbolo di ciò che di buono è stata la città di Palermo. Sarebbe meravigliosa una manifestazione antirazzista, interculturale etc in cui tutti agitassero in aria con orgoglio il proprio panino ca meusa (ok, ora mi sto un po’ esaltando…).

L’origine di questa pietanza è antica. A Palermo nel quartiere del Seralcadio (la parte alta dell’odierno mercato del Capo) era presente una grossa comunità ebraica di origini spagnole, fino al 1492 (anno in cui Ferdinando II di Aragona il cattolico, li fece cacciare dalla città).
Con l’arrivo degli ebrei e già prima dei saraceni (nell’ 827), si diffusero delle norme igieniche e alimentari che trovavano fondamento nelle loro religioni.
Ad esempio non si poteva usare grasso animale (da cui l’introduzione dell’uso dell’olio d’oliva) e non si poteva accostare la carne cotta al latte e i suoi derivati etc.

Ma la creatività degli ebrei, musulmani, cristiani etc di Palermo (certo, prima che intervenisse quel “buonuomo” di Ferdinando II) superava ogni differenza facendo di “necessità” virtù.

Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.

Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.

Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).

Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.

Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).

Se vi capiterà di acquistare un panino ca meusa, vi verrà sicuramente posta una domanda : “schietta o maritata?” (Single o sposata?). Sembra strano ma c’è una spiegazione (anzi ce ne sono diverse), la più accreditata è questa: schietta vuol dire che si desidera un panino con la sola milza (magari con una spruzzatina di limone), maritata è con l’aggiunta di caciocavallo e ricotta (probabilmente dall’unione della milza con la bianca ricotta, che simboleggia la sposa).

Gli strumenti del mestiere sono un fornello, un padellone inclinato, una schiumarola, un forchettone a due denti e un coltellaccio che fortunatamente serve soltanto ad affettare sottilmente la milza, lo “scannaruzzato” (esofago e trachea)e il polmone (perchè si dice milza… ma dentro c’è molto di più).

Il meusaro è dotato di un grembiule bianco (solo in origine) e una unta “mappina” (strofinaccio), dove asciuga le proprie mani, ma non bisogna impressionarsi perché a volte la troppa igiene fa anche male, bisogna abituare la flora batterica, e non c’è miglior modo per farlo che chiudere gli occhi e addentare un panino “ca meusa”.

Quando tutti parlavano di aviaria, a Palermo come dappertutto, nessuno mangiò più pollo e uova, ma quando si diffuse il terrore della muccapazza, magari non si comprava più la fettina di carne, ma proprio a nessuno passò in mente di rinunciare al panino ca meusa!

Un altro momento che avrebbe potuto minare il successo del panino con la milza e di tutto il fast food palermitano, è stata l’importazione del Mac Donald dalle giganti insegne colorate e dagli orribili panini con carne congelata e salsine dai gusti artificiali.

C’era chi temeva la scomparsa del tanto amato panino e chi invece ipotizzava il fallimento immediato del Mac Donald.
I palermitani stupirono tutti, accogliendo con affetto lo straniero congelato, ma non rinunciando ai più tradizionali e unti panini nostrani, mostrando così il proprio amore per la tradizione, un’atavica apertura mentale ed una indubbia propensione all’ingurgitare di tutto e senza limiti, insomma abbiamo continuato ad onorare il famoso detto: “a panza è biddicchia / chiùssai ci nni metti / chiùssai si stinnicchia!” (la pancia è bellina, più la riempi e più si allarga).

La pasta e i palermitani

I palermitani, quando si tratta di mangiare, mettono in moto non solo i denti e lo stomaco, ma anche il cervello…
Cosa intendo con questo? Bisogna svelare delle verità, che forse non tutti sanno.

I Palermitani hanno fatto delle invenzioni gastronomiche che sono entrate nella storia (in alcuni casi l’importante è esserne convinti!).

Qui a Palermo è infatti stato inventato il gelato, gli spaghetti e udite udite anche il Mac Donald, nel senso che il Signor Mac Donald sarà venuto in gita nella conca d’oro e vedendo come funzionava il fast food palermitano a base di milza, panelle e sfincionello, avrà pensato di provarci oltreoceano e poi in tutto il mondo, con ingredienti tra l’altro più scadenti, facendo una grande fortuna e senza darcene mai il merito.

Ma poiché il cuore dei palermitani è grande, quando hanno esportato il Mac Donald anche a Palermo, non si è boicottato l’ingrato taroccatore, ma lo si è accettato con grande entusiasmo (soprattutto i piccoli palermitanini d.o.c.)…
Tanto nel nostro stomaco c’è spazio per tutto…

Comunque, dissertazioni a parte, oggi mi interessa l’invenzione della pasta, anzi degli spaghetti, e le sue conseguenze.

 

Un geografo arabo di Ruggero II di Sicilia, di nome Al-Idrisi ne “Il diletto per chi desidera girare il mondo o Libro di Ruggero” testo del 1154, scrive che a Trabia, un paese a 30 km da Palermo, c’erano molti mulini dove si fabbricava la pasta a fili (chiaramente gli spaghetti) chiamata in arabo itrya. Questa pasta veniva commerciata per via navale in tutto il Mediterraneo, entrando così nella storia e in tutte le tavole degli italiani.

Quindi è storicamente accertato che gli spaghetti sono “cosa nostra”, ehm, scusate l’umorismo un po’ cinico…

La pasta, tipica della cucina povera popolana, è molto amata perché basta un po’ di cacio o di “muddica atturrata” (pan grattato abbrustolito) per renderla gustosa.
Una frase tipica è “che ci voli a calare du fila ri pasta?” il cui significato è che la pasta va bene in tutte le occasioni, perché costa poco e si cucina velocemente, anche se non si tratta proprio “di due fili” , infatti l’unità di misura usata è “un lemmu”, una zuppiera molto capiente, perchè la quantità non va mai sottovalutata!

Un’ abitudine tuttora esistente è quella di spezzare in due gli spaghetti, questa nasce dai tempi in cui la pasta veniva acquistata sfusa, gli spaghetti arrivavano direttamente dai mulini della città ed erano piegati ad U perché al pastificio venivano messi ad essiccare sulle canne. Prima di essere messa in pentola, per facilitarne la cottura, la pasta veniva spezzata.
Uno dei mulini più noti della città si chiamava Virga, si trovava vicino la Stazione Centrale, e riforniva “i pastari” (punti vendita) di tutta la città. In Via Re Federico (vicino dove abitiamo noi) c’era un pastificio, solitamente la pasta veniva messa sulle canne ad asciugare all’aperto, affascinando così grandi e bambini del quartiere

Ma la cosa che più mi incuriosisce è un’altra. Con spaghetti spesso si definisce la pasta in generale, ma per il palermitano d.o.c. che mantiene le antiche tradizioni, la pasta è una vera “istituzione” e ci sono dei condimenti che vanno tassativamente abbinati a particolari tipi di pasta, una trasgressione sarebbe impensabile.

vampasciuscia

Se si dice pasta al forno è impossibile pensare ad altro tipo di pasta se non gli anelletti, o la famosa pasta con le sarde è esclusivamente fatta col maccarruncino (bucato)…

Ed ecco qui un elenco completo di abbinamenti!

MARGHERITA (lasagna stretta arricciata dai due lati): con l’anciova e con la ricotta in bianco.
MARGHERITA SPEZZATA: con i tenerumi e con i cavoli a minestra
LASAGNETTA RICCIA (vampaciuscia o «lasagna cacata»): con sugo di salsiccia e cotenne e aggiunta di ricotta
BUCATO (maccarruncinu): con le sarde, con i broccoli arriminati e sparaceddi assassunati.
SPAGHETTI: con aglio e oglio e con il pomodoro fresco, alla carrettiera, alla norma.
SPAGHETTI SPEZZATI: con il brodo, con i legumi
DITALI (attuppateddi ): con i fagioli
DITALINI (picciriddi ): con le lenticchie
TEMPESTINA (spizzieddu ): con il brodo di carne
LINGUINE SPEZZATE (tagghiarina ): con la scarola a minestra e pezzetti di caciocavallo
ANELLETTI: con il ragù e i piselli al forno

SEI VEGETARIANO? MANGIA PALERMITANO !!!

In English on I love Palermo

Il palermitano “manciataro d.o.c.” è abituato a “sbutriarsi” (riempirsi lo stomaco fino a scoppiare) con svariate pietanze, a volte tra le più improbabili.
Il mattino per colazione, ad esempio, non comincia la giornata con cappuccino e cornetto o il più tradizionale pane e latte, né tanto meno con le anglosassoni uova e bacon, ma apre la giornata con una “bella” arancina o ancora meglio con un “superuntuoso” panino con panelle e cazzilli.

E’ un fatto che molti ambulanti, “spacciatori di panelle”, “armati” di lapini (moto-api) dotati di “sicurissimi” fornelli con bombola a gas, scelgano come luogo per i propri affari, le scuole. “Antiche leggende” un po’ disgustose, raccontano di studenti che usavano l’olio di frittura, che abbondava nella carta in cui era avvolto il panino, come artigianale gel per i capelli, certo non troppo profumato, ma dal sicuro effetto brillantina!

Per il palermitano d.o.c., abituato a cibarsi con enormi panini “ca meusa” (uno solo non è mai sufficiente), che come unico giorno di privazione alimentare sceglie quello di Santa Lucia, in cui può riempirsi di arancine, cuccia etc, che fino a qualche anno fa, a Natale, portava addirittura il cibo in Chiesa (vedi G. Pitrè “Feste popolari siciliane”), che prima di tornare a casa per cena fa “l’aperitivo”… dallo stigghiularu, “facendosi la bocca buona” con queste interiora arrostite e condite con cipolla, e che conclude una serata con amici non con il modaiolo “cornetto di mezzanotte” ma con pezzi di rosticceria con carne, besciamella, salsiccia etc, è quindi quasi impossibile concepire diversi stili di vita e scelte alimentari alternative, insomma, i vegetariani da lui non sono ben visti…

Noi pur amando la nostra bella città e anche il buon cibo, siamo però sensibili a chi fa scelte di diverso tipo, e quindi anche se ci ritroviamo spesso a descrivere ai nostri ospiti cibi tipici, come la milza e le stigghiole, siamo felici di poter consigliare luoghi o cibi anche agli ospiti che ci comunicano la loro necessità o scelta alimentare tipo quella vegetariana.

Abbiamo così appurato che la cucina palermitana, è ricca di alternative per chi volesse non cibarsi di carne o pesce, grazie anche al fatto che trattandosi di cucina povera, è grande l’uso dei vegetali conditi in vario modo. I vegetariani possono così rallegrarsi lo stomaco con una serie di pietanze veramente buone e riccamente elaborate. Bisogna però avvisare che alcuni dolci o pezzi di rosticceria (cannoli, buccellati, brioche, etc) sono fatti con strutto, quindi sempre meglio chiedere prima.

Ed allora un piccolo elenco di piatti classici vegetariani da poter assaggiare a Palermo senza dover rinunciare al buon gusto e alla tradizione:

Antipasti:
Parmigiana di melenzane, caponata, peperonata, ficatu di sette cannula, cotolette di melanzana, frittata ai fiori di zucca, peperoni ripieni con mollica, formaggio, uvetta e pinoli.

Primi piatti:
Pasta alla norma: con salsa di pomodoro e melanzane fritte.
Pasta col macco: pasta con una sorta di purea di fave
Pasta con i broccoli arriminati (attenzione se ci sono le acciughe)
Pasta alla carrettiera
Pasta alla trapanese.
Pasta con le sarde… “a mare”.

Fast food:
Cardi , carciofi e broccoli in pastella.
Panino con panelle e crocchè
Sfincione (attenzione alle acciughe).
Arancine con besciamella e spinaci (non farsi ingannare da quelle dette “al burro” perchè contengono prosciutto), pizzette.

Secondi:
Pizze vegetariane, cuscus vegetali.

Dolci:
Tutti quelli non fritti nello strutto, tipo cassate e cassatine, gelo di mellone, gelati e granite e cremolose.

I luoghi dove trovare tutta questa bella varietà sono tanti.
Alla nostra trattoria preferita “L’ antica trattoria al Monsù” fanno un’ottima pasta alla norma e una fantastica caponata.
Un ristorante che nasce vegetariano ma che adesso cucina anche piatti a base di carne e pesce (quindi va bene per tutti) è “Il mirto e la rosa”.
Per quanto riguarda il fast food palermitano, tutta la città ne è piena, basta nominare “L’antica focacceria San Francesco”, “Franco u Vastiddaru”, “Nino u Ballerino”, “ i cuochini”, etc
Chi ama la frutta, può “rifugiarsi”al chiosco della frutta alla Cala.
Per i dolci e i gelati, la scelta è veramente ampia.

Il Buccellato, dolce di Natale

A Palermo il dolce di Natale per eccellenza è il buccellato o cucciddatu, e la versione formato mignon, i buccellatini. E’ un dolce all’apparenza semplice, a base di pasta frolla, ma racchiude in sè dei sapori che si intrecciano armoniosamente tra loro e che ci parlano di Sicilia. Fichi secchi , uva passa, pinoli, mandorle, noci, arancia etc.

La forma generalmente è a ciambella, con la parte superiore tagliata a formare dei ricami, può essere decorato da miele e pistacchi oppure da zucchero velato. I buccellatini vengono anche ricoperti da glassa bianca di zucchero e diavoletti di zucchero colorato.

Questo dolce origina dal mondo contadino, addirittura potrebbe risalire dal “panificatus” dei romani, il suo nome infatti deriva dal latino “buccellatum”, pane diviso a pezzi, bocconi.

Per quanto riguarda il ripieno, si può pensare ad un’origine araba visto che si tratta di un’associazione di sapori tipici di questa cucina.

Esistono diverse ricette di buccellato, dove possono esserci piccole variazioni, sia nella pasta frolla (si può usare burro o strutto, c’è chi mette ammoniaca, ma io lo sconsiglio), sia nel ripieno, c’è chi mischia tutto con marmellata, chi con miele, chi con un tuorlo d’uovo, c’è chi aggiunge cioccolato, cannella o chiodi di garofano. Anche la decorazione può variare.
Quella che pubblico è una ricetta che a me piace.

Ingredienti:

500 gr. di farina 00, 300 gr. di burro, 200 gr. di zucchero, 3 uova, 1 dl di latte, mezzo bicchiere di vino Marsala, 300 gr. di fichi secchi, 200 gr. di uva passa, 100 gr. di uvetta sultanina, 150 gr. di noci sgusciate, 30 gr. di pinoli, 30 gr. di scorza di arancia candita, 100 gr. di zuccata , 50gr cioccolato fondente a scaglie, 150gr di mandorle tostate, marmellata d’arancia, un pizzico di cannella.

Procedimento: impastare la farina, lo zucchero, il burro, le uova e il latte. Appena il tutto è bene amalgamato, lasciare riposare per circa un’ora nel frigorifero.
Per il ripieno triturare i fichi secchi, l’uva sultanina, l’uva passa, le noci, i pinoli, la scorza d’arancia, la zuccata, le mandorle, e la cannella, mescolare e mettere sul fuoco insieme al marsala per circa dieci minuti. Fuori dal fuoco aggiungere tre cucchiai di marmellata di arance e fare raffreddare.
Stendere la pasta (1 cm di spessore) in un rettangolo, sistemare il ripieno, distribuire le scaglie di cioccolato e avvolgere a forma di ciambella. Incidere la superficie con tagli che mostrino il ripieno.

Il buccellato deve esser adagiato su di una teglia unta ed infarinata, in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora .

Si può successivamente guarnire in diversi modi:

Scaldare 4-5 cucchiaiate di miele per versarle nel buccellato in modo da renderlo lucido e guarnirlo con della frutta candita mista.

Spennellare il buccellato con un cucchiaio di marmellata d’arance sciolta nell’acqua, quindi spolverare con i pistacchi tritati e rimettere in forno per altri cinque minuti.

Spolverare il buccellato con zucchero a velo.

A voi la scelta
Far raffreddare e buon appetito!

La Cuccìa di Santa Lucia

You can find this recipe in English on I Love PalermoIl nome “cuccìa” origina dal termine dialettale “cocciu” cioè chicco.
E’ una pietanza che trae origine dalla dominazione musulmana (in alcune città del Nord Africa esistono piatti molto simili con grano bollito, crema di latte e cannella).

Una leggenda palermitana fa risalire l’origine della cuccìa da un episodio avvenuto durante la dominazione spagnola in Sicilia. A Palermo ci sarebbe stato un lungo periodo di carestia, i palermitani chiesero grazia alla Santa siracusana, che fece arrivare al porto (il 13 dicembre) un bastimento carico di grano, che la gente, dalla tanta fame, non fece i tempo a macinare e a panificare , ma lo mangiò semplicemente bollito e condito con olio. Da qui la cuccìa e il “fioretto” di non mangiare pane e pasta per la commemorazione di questo evento e per rispettare la santa. I trasgressori, si diceva, sarebbero diventati ciechi come Santa Lucia.

Di fatto questa leggenda non corrisponde a verità, e in ogni caso è stata “presa in prestito” da una leggenda siracusana. Infatti anche i concittadini della santa raccontano lo stesso episodio, ricordando che nel 1646 ci fu una carestia a Siracusa (ed in effetti se proprio dobbiamo credere a queste storie, sarebbe più “logico” pensare che la santa abbia aiutato i suoi concittadini).E’ probabile che i palermitani si siano appropriati di questo episodio, perchè da buoni amanti del cibo (ma anche un po’ superstiziosi), hanno avuto un occasione per creare un piatto molto goloso (che poco ha a che fare con la cuccìa molto semplice con olio), per fare un fioretto da “veri devoti”, non mangiando pane e pasta, ma consolandosi con una serie infinita di leccornie (arancine, gattò di patate, panelle e crocchè, cuccìa con ricotta e crema etc), preservandosi così la vista, sentendosi l’anima in pace, ma non rinunciando a deliziare lo stomaco.

La preparazione della cuccìa è quasi un rito nelle famiglie siciliane e palermitane in particolare, la tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a familiari, amici e vicini di casa.

Ricetta tradizionale con crema di ricotta:Ingredienti: 500gr di grano, 200gr di zucchero a velo, 1,5kg di ricotta fresca, 50gr di frutta candita (preferibilmente cedro, scorzetta d’arancia o zuccata) tagliata a pezzetti, 200gr di cioccolato fondente.

Lavorazione:
Preparare il grano: metterlo in una pentola con acqua fredda per tre giorni, cambiando l’acqua continuamente. La sera prima della festa, mettere il grano a cuocere in un tegame, coperto d’acqua con un pizzico di sale, scolarlo bene.
Preparare la crema: setacciare (si può anche passarla con il frullatore) la ricotta, aggiungere lo zucchero a velo e mescolare bene. spezzettare il cioccolato a scagliette, aggiungere alla crema la frutta candita e le scaglie di cioccolato e mescolare delicatamente (c’è anche chi aggiunge la cannella).
Infine aggiungere il grano alla crema. Si può anche riporre in frigorifero.

Ricetta con crema di latte:

Ingredienti: 500gr di grano, 120gr di amido, 1 litro e mezzo di latte, 200gr di zucchero, 200gr di cioccolato fondente, 50gr di frutta candita a pezzetti.

Lavorazione:
Preparare il grano come sopra.
Per la crema, sciogliere l’amido nel latte freddo, mescolando con una frusta, far cuocere a fuoco basso mescolando continuamente. Spegnere il fuoco non appena sarà addensato. Aggiungere il grano. Far raffreddare e unire il cioccolato ridotto a scagliette e la frutta candita a pezzetti.
Questa è una base per altri tipi di creme, al cioccolato, crema gialla ecc., con cui si può condire la cuccìa.

“Grattò chi patati”

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Per cominciare a preparare il menù per la festa di Santa Lucia, ecco la ricetta del gattò di patate, che insieme alle arancine e alla cuccìa, sono i “simboli culinari” di questo giorno, in cui si cercano alimenti da sostituire al pane e alla pasta.

Il “gattò di patate”
si mangia per la festa di Santa Lucia, il 13 Dicembre, ma è un ottimo piatto per tutti i periodi dell’anno, qui a Palermo lo chiamiamo anche “Grattò chi patati”. Il nome deriva dal termine francese “gateau” che vuol dire torta.

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Il gattò, tipico piatto della cucina povera, è un tortino di purea di patate con all’interno rimasugli di salumi e formaggi da consumare. Ma la versione che nel tempo è diventata più dominante (anche se meno povera), è quella con all’interno un ragù molto denso (lo stesso che si usa per le arancine). Ognuno può comunque sperimentare diverse varianti lasciando libero spazio alla propria fantasia (ad esempio con prosciutto e scamorza, spinaci e salsiccia, etc).

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Ingredienti:
2 Kg di patate vecchie, 2 uova, 50gr di formaggio grattugiato (meglio caciocavallo, ma va bene anche parmigiano), prezzemolo, pangrattato, olio extravergine d’oliva.
Per il ripieno: 500gr di tritato, 1 scatola di pomodori pelati o di concentrato di pomodoro, 200gr di piselli fini surgelati, 1 cipolla, noce moscata, 1 foglia di alloro, mezzo bicchiere di vino, un cucchiaino di zucchero.

Lavorazione:
Lessare le patate con la buccia. Quando sono cotte e ancora calde, pelarle e schiacciarle. Aggiungere due uova, il formaggio e il prezzemolo triturato. Impastare bene il tutto, se risulta troppo morbido, aggiungere pangrattato.
Nel mentre far dorare nell’olio extra vergine d’oliva, una cipolla triturata, aggiungere il tritato, sfumare successivamente con il vino. Aggiungere poi i pelati precedentemente spezzettati o il concentrato (e poca acqua). Grattugiare della noce moscata, aggiungere una foglia di alloro, sale e pepe secondo il gusto e un cucchiaino di zucchero. Far cucinare per circa 30 minuti. Aggiungere quindi i piselli e far cucinare fino a quando questi non saranno morbidi. Il ragù dovrà risultare abbastanza denso.

A questo punto, ungere una teglia con l’olio e spolverarla con il pangrattato. Dividere in due parti l’impasto di patate, Con una parte foderare la teglia, condire con il ragù, con il restante impasto coprire il tutto. Ungere la superficie del gattò con dell’olio e spianarla con le mani, spolverare infine con pangrattato. Inserire in forno caldo a 180 gradi per circa 45 minuti (fino a quando non si sarà formata in superficie una crosticina dorata). Buon appetito

Il Baccalà

foto di Jan-Luc Moreau

Il baccalà è un particolare tipo di merluzzo diverso da quello pescato nel Mar Mediterraneo, che è conosciuto con il nome di Nasello.
Viene pescato nell’Atlantico Settentrionale e raggiunge grosse dimensioni.
Com’è possibile che un pesce del nord sia arrivato in Sicilia e sia diventato un alimento fondamentale (soprattutto nel passato), base per piatti tradizionali (baccalà fritto, chi passuli, a sfinciuni)?

Foto di Jude Witts

E’ probabile che sia arrivato in Sicilia tramite i Normanni, discendenti dei Vichinghi (grandi navigatori della Norvegia) che pescavano nei loro mari questi merluzzi, e che usavano conservare tramite un processo di essiccazione all’aria aperta, riducendoli rigidi come dei bastoni. Così il tipo di conservazione dava al pesce un nuovo nome, che era appunto bastone di pesce, nel termine fiammingo “kabeljaw”, che divenne il nostro baccalà, oppure da un termine di derivazione anglosassone, stock (legno), fish (pesce), o nel norvegese stockfish, pesce da stoccare (conservare), da cui il nostro stoccafisso.

Negli anni a seguire i popoli Baschi del nord della Francia e della Spagna si imbatterono in questi banchi di merluzzi, mentre andavano a caccia di balene. Questi pescatori adottarono un nuovo tipo di conservazione, sia per il trasporto in terre più calde, sia per la loro consuetudine a salare la carne delle balene. Conservarono il merluzzo ( che chiamarono bacalao) sviscerandolo, decapitandolo e mettendolo sotto sale (questo metodo fu poi ripreso e ampliato anche dagli stessi vichinghi).
E’ così che ancora oggi si conserva il baccalà, differentemente da quello che invece chiamiamo stoccafisso che viene essiccato all’aria aperta.
L’uso del baccalà arrivò in Sicilia grazie ai Normanni e successivamente dai commercianti norvegesi, come merce di scambio (in cambio del sale di Trapani) e divenne un protagonista delle nostre tavole poiché era un alimento economico ma nutriente perchè ricco di proteine.
Il baccalà veniva consumato di venerdì, per la quaresima e soprattutto durante il periodo di dicembre per l’immacolata concezione e per il cenone di Capodanno.

Per essere cucinato, il baccalà ha bisogno di un precedente processo di dissalazione (che dura dalle ventiquattro alle quarantotto ore), per rendere la sua carne più morbida (e per eliminare un odore un po’ sgradevole). Questo processo inizia già nelle pescherie. E’ possibile infatti vedere nei nostri mercati (Ballarò o il Capo), dei banconi dove vi sono i filetti di baccalà immersi in bacinelle di acqua fredda o sotto dei rubinetti di acqua corrente.
Dopo averli acquistati, prima di cucinarli, sarà necessario soltanto risciacquarli in acqua fresca.
Ricette:
Baccalà fritto:
è una ricetta semplice, basta infarinare i filetti precedentemente sciacquati e tagliati a pezzi, e friggerli in olio extravergine d’oliva bollente. Porli in carta assorbente e mangiarli.

Bccalà chi passuli:
tritare una cipolla e farla imbiondire in un tegame insieme ad uno spicchio d’aglio, in olio extravergine d’oliva. Aggiungere salsa di pomodoro oppure estratto di pomodoro (allungato con l’acqua necessaria). Regolare di sale. Aggiungere una manciata di uva sultanina precedentemente ammollata in acqua. Quando la salsa sarà pronta, adagiare delicatamente i filetti di baccalà precedentemente sciacquati e lasciar cuocere per un quarto d’ora circa, facendo attenzione che non si attacchino al fondo del tegame. (c’è anche chi aggiunge olive nere snocciolate).

Baccalà a sfinciuni:
preparare la stessa salsa che si usa per lo sfincione. Affettare abbondante cipolla e farla imbiondire in un tegame con olio extravergine d’oliva, aggiungere dei pezzetti di acciuga salata. Aggiungere pomodoro pelato sminuzzato o salsa di pomodoro, sale e pepe. Far cuocere per venti minuti circa.
Preparare una teglia con da carta forno unta di olio extravergine d’oliva . Adagiarvi i filetti di baccalà e ricoprirli con la salsa precedentemente preparata e aggiungere un po’ di origano. Spolverare in tutta la superficie abbondante pangrattato. Infornare finchè in superficie non si formerà una crosticina dorata (circa 15 min.). C’è chi aggiunge olive nere snocciolate, o c’è un’altra versione in cui vengono aggiunti in teglia anche dei tocchi di patate sbollentate. (C’è chi in assenza di baccalà mette in forno soltanto le patate sbollentate con la salsa e pangrattato, ma questo è un altro piatto ancora più povero che si chiama “patate a sfinciuni”, è una buona alternativa per chi non ama particolarmente questo pesce).

Baccalà apparecchiato alla palermitana: (vedi capone apparecchiato).