Libro Fotografico “Arte mai vista” di Sonia Pennino – Recensione

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Il progetto fotografico e documentaristico realizzato da Sonia Pennino, giovane artista palermitana da sempre interessata all’impegno sociale, non può non toccare le corde più profonde dell’animo. L’idea è nata sviluppando un lavoro realizzato per un esame di fotografia all’Accademia delle Belle Arti, dove l’autrice si proponeva di ritrarre la giornata-tipo di un non vedente, in quel caso Emanuele Brancati, professore, scrittore e padre del suo compagno.

Sonia Pennino ha da qui intrapreso un viaggio empatico che l’ha portata a conoscere l’Unione Italiana Ciechi di Palermo ed entrare in contatto con la vita di dieci uomini e donne ipovedenti e non vedenti che si occupano di arte e fanno di questa il centro del proprio essere. Li ha fotografati nei luoghi della loro vita, in momenti belli, puntando sull’autonomia e mai sul vittimismo, sulla tempra, sulla capacità di superare, non solo i limiti personali, ma soprattutto quelli imposti dalla società che pensa i non vedenti, ma anche tutti coloro che hanno delle diversità, come persone impossibilitate a svolgere una vita felice, irrealizzate e vittime. Un pregiudizio che le trasforma in persone per le quali nutrire preoccupazione e da tenere a una certa distanza, perché spesso la relazione con chi vive una sofferenza provoca turbamenti, e non si considera invece quanto possa insegnare ad affrontare l’esistenza, con le sue gioie ed i suoi ostacoli, trasformando il dolore e le difficoltà in un punto di forza.

Il libro fotografico di Sonia Pennino, che contiene oltre alle immagini anche alcune interessanti interviste ai protagonisti che raccontano la loro storia, è quindi un libro di impegno sociale e di sensibilizzazione verso una realtà che può essere conosciuta profondamente solo da chi la vive, ma riguarda tutti, perché fa riflettere su tematiche importanti quali l’autonomia, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la vivibilità delle città e la costruzione di una  concezione più umana della vita, che metta al centro uomini e donne nella loro complessità ed interezza e non fattori disumanizzanti e alienanti quali la produzione ed il guadagno. Eppure questo progetto, oltre al piano dell’impegno, rappresenta un vero e proprio lavoro artistico. Un elogio all’arte. Foto che ritraggono l’arte nel momento in cui viene espressa, nel suo ruolo salvifico per chi la crea, ma anche per chi ne usufruisce. Arte come terapia, comunicazione, supporto, genio, talento e passione, che può cambiare la vita di chi la incarna.

Sonia Pennino ha realizzato le sue foto in bianco e nero. “L’assenza di fotografie a colori è stata voluta – come lei stessa scrive nell’introduzione al proprio libro – È nata dalla considerazione di quanto la fotografia sociale sia rimasta fino ad oggi dominata dal bianco e nero; scelta tecnica, dunque, che si presta bene a raccontare di vite in cui il nero la fa da padrone”. Sono fotografie sociali ed artistiche in cui traspare l’essenza di chi è ritratto, la poesia interiore è resa dalla luce che emanano i volti e da una serie di oggetti, piccoli ed interessanti dettagli di vita ed arte.

Una lirica in immagini che emerge dalle mani, di sovente protagoniste. Mani artefici, mani che carezzano tasti di un pianoforte o di una macchina da scrivere, mani che leggono, mani che modellano, mani che sfiorano, che conoscono, che costruiscono. Mani abili, mani che comunicano e che carezzano per comunicare. La carezza, forma sublime dell’amore. E poi vi sono occhi, occhi che non vedono, ma sono intensi, profondi e belli come i volti dolci e fieri delle giovani protagoniste del progetto, come quelli di tutti loro, uomini e donne il cui mondo intrinseco è vivo nell’arte che creano.

Nelle foto prevale il grigio, colore-non colore che appartiene all’interiorità, colore solo apparentemente spento, assenza che invece contiene infinite sfumature di presente, comunicando spiritualità, calma, attesa. Nelle foto di Sonia Pennino il grigio, l’ombra, il lieve buio, sono illuminati da guizzi di bagliore. Luce che pennella le rughe delle mani che stanno lavorando, luce che sfiora un’opera d’arte appena realizzata, luce che irrora un volto enfatizzandone i lineamenti, luce diffusa che rischiara un ambiente in cui il protagonista è in ombra, o viceversa luce diretta che mette in risalto il soggetto protagonista. Luce che entra da una finestra, luce “drammatica” che trasforma i luoghi fotografati in un palcoscenico del reale, dove un fascio luminoso designa l’essenziale, ciò che è intenso, l’ispirazione quando nasce e diventa magia, canto sublime, fuoco soprannaturale che avvicina l’umano all’universale.

Domenica 19 febbraio 2017 alle ore 19.00, presso il Margaret Cafè in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà presentato il libro “Arte mai vista” di Sonia Pennino edito da Kalós – Edizioni d’arte e contemporaneamente sarà inaugurata, all’interno della sala espositiva del caffè letterario, la relativa mostra fotografica. L’evento è promosso dall’Associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa.

La mostra sarà visitabile fino al 7 Marzo 2017, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

Interverranno: Avv. Tommaso Di Gesaro – Presidente dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti di Palermo, Paolo Brancati – Regista esperto di sociale, Daniela Capobianco – Operatrice specializzata in interventi Socio Assistenziali.

Sarà presente l’autrice del libro, Sonia Pennino.

Sonia Pennino (Palermo 1987), diplomatasi all’Istituto Statale d’Arte. Ha proseguito gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti, laureandosi con un reportage fotografico sul “sesto senso” dei non vedenti e ipovedenti. Si dedica attivamente all’arte nelle sue molteplici forme, dalla pittura al teatro e alla fotografia. Ha partecipato a concorsi e a mostre nazionali di pittura e di Fotografia e ha allestito la mostra personale “Be-pride” presso i Cantieri Culturali alla Zisa in occasione di Palermo Pride 2013. Ha svolto anche attività di direttore della fotografia, fotografia di scena e consulente di fotografia per diverse fiction e sit-com. Nel 2016 ha pubblicato il libro “Arte mai vista” edito da Edizioni d’arte Kalós e realizzato mostre personali legate a questo progetto.

 

Maccarruncini chi vrocculi arriminati

Da un po’ di tempo non parlo di cucina sul blog Agave, questa è una ricetta tipica palermitana, ecco l’articolo che ho scritto sulla Rubrica A Favorire che curo su Cinisionline

Esiste un cibo molto appetitoso e all’apparenza innocuo, che però contiene delle insidie. È uno dei piatti più gustosi e profumati della cucina palermitana: una pasta vegetariana (tranne che non si voglia aromatizzare con una acciuga sottolio), ma dal gusto speziato, dolce e salato allo stesso tempo, dal colore tendente al giallo, grazie all’ausilio del prezioso zafferano. Tutto si potrebbe dire, tranne che questo splendido piatto di pasta nasconda qualche particolare difetto.

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Fin da piccola mi sono abituata a qualcosa di strano, molto strano: di sovente, entrando negli androni dei palazzi della città di Palermo, capita di percepire un odore (per essere gentili) devastante, infestante, insopportabile, nauseabondo, imparagonabile ad ogni altro fetore, uno di quelli che porterebbe chiunque a dire istintivamente: “che puzza!” o più sicilianamente: “chi fetu”. Eppure è un tanfo che tutti riconoscono e sopportano, perché si sa che ciò che lo emana ha un gusto delizioso, in totale contrapposizione a quell’odore. CONTINUA SU CINISIONLINE

Presentazione del libro “Un Paese senza nome” di Emilia Merenda

Cari amici e amiche siete tutti invitati alla presentazione del libro di mia madre Emilia Merenda.un-paese-senza-nome2
Sabato 14 Gennaio 2017 alle ore 17.00, nella Sala delle Carrozze presso Villa Niscemi, a Palermo in Piazza dei Quartieri 2, sarà presentato, con il patrocinio del Comune di Palermo, il romanzo “Un paese senza nome” di Emilia Merenda, Edizioni Drepanum. Interverranno: Nino Barone, editore e poeta – Emilia Ricotti, drammaturga e poetessa – Luigi Pio Carmina, poeta – Emilia Merenda, autrice del libro. Coordina l’incontro Evelin Costa.
 
L’ autrice di “Un paese senza nome “Emilia Merenda, dà l’avvio al romanzo, con un incipit ad effetto: Il nonno al centro del terrazzino in attesa della colazione seduto nella sua poltroncina, giacca da camera di panno verde e zuccotto in testa, profumo di fiori appena sbocciati nell’aria, e capisci che quel nonno, sbarbato, profumato con un cappello di feltro d’inverno e di paglia di Firenze d’estate, intento a conversare con qualche passante che si ferma oltre il muretto di recinzione del giardino di casa , non è centrale solo seduto nel terrazzo di casa, ma è centrale nella vita di una famiglia, la cui vicenda si snoda come una saga […] Alla nipote abituata a riconoscere il suo malessere anche da un lieve sospiro, affida tre quarti di secolo in un lungo interminabile monologo dialogico che si sviluppa attraverso un flashback che va alle radici del suo viaggio terreno, il titolo stesso di questo breve romanzo, circonda di un’aura di mistero la vicenda, perché se il tempo è definito, il luogo da cui si diparte la storia appare misterioso […]“Un paese senza nome” dell’autrice Emilia Merenda ha una struttura solida: fanciullezza, viaggio, maturità, che si snoda attraverso un percorso che va alla ricerca di sé per rifondare un mondo, ecco forse è questo l’intento prioritario, quello di rifondare un mondo e da quell’orizzonte, avaro di affetti dove le uniche figure che compaiono sono o gli avventori della bottega o della tabaccheria, fluisce un nuovo mondo, attraverso un percorso obbligato che induce alla conoscenza e al riconoscimento di sé e la fuga – partenza per l’ammissione presso l’Istituto Reale di Marina Mercantile di Palermo […] I percorsi sono tanti da nord a sud, da est a ovest, i mari e le terre altrettanti: il Mediterraneo, Lo stretto di Gibilterra, l’Atlantico, la Manica, il Pacifico, il mare del nord, Pantelleria, Lampedusa, Malta, Gozzo, Napoli, la Dalmazia, Venezia, Calais, le bianche scogliere di Dover, l’Olanda, Oslo, New York, Arcangelo e il mare di Barents, il Brasile […] A conclusione della struttura circolare del romanzo -storico, psicologico e di memoria “Un paese senza nome “ di Emilia Merenda, emerge il ricordo della ragazzina ormai grande che ripenserà a quel giorno sul terrazzino di casa, alle parole del nonno alla nipote abituata a riconoscere il suo malessere anche da un lieve sospiro: “il giorno che non ci sarò più, i miei nipoti mi regaleranno il tempo, tutte le volte che si ricorderanno di me.” E dal mare sale l’odore di fritto di proustiana memoria emanato dalle polpette nell’aria, il fischio del treno, il vento tiepido che accarezza il viso e avvolge le braccia, come uno scialle di seta della bambina in gita col nonno. E il romanzo i questione è il più bel regalo del tempo ad un nonno mai spento. (Tratto dalla presentazione di Emilia Ricotti).
“Erano i primi giorni d’ottobre, la temperatura si manteneva tiepida e la permanenza all’aperto era abbastanza piacevole, ma nonostante ciò, il nonno indossava la sua giacca da camera di panno verde e un copricapo a forma di zuccotto confezionato con lo stesso tessuto della giacca. A differenza degli uomini della sua età, non aveva mai portato la “coppola”.
Durante il periodo invernale, ogni volta che doveva uscire, metteva sulla testa un cappello di feltro, mentre nel periodo estivo usava indossarne uno di paglia di Firenze. Era molto distinto e gli piaceva ancora vestire in maniera moderatamente elegante e nonostante fosse vecchio, era sempre ben sbarbato e profumato.” (Tratto dal romanzo “Un Paese senza nome”).
Emilia Merenda è nata a Palermo nel 1945 coniugata, mamma e nonna. Autodidatta di vasta cultura con due grandi passioni coltivate fin da giovanissima: la lettura e la scrittura. Nota nel settore della poesia vernacolare per gli innumerevoli attestati e premi conseguiti per la partecipazione, negli anni, a prestigiosi concorsi letterari. Alcune sue opere sono inserite in diverse antologie poetiche. Ha pubblicato nel 2014 una silloge di racconti intitolata “Il Capezzale” edita della casa editrice Kimerik di Patti, nel 2015 una raccolta di quarantacinque poesie in italiano con Urso Editore e nel 2016 il romanzo “Un Paese senza nome”, Edizioni Drepanum.

MEN 2 – disegni di Tiziana Viola Massa al Margaret Cafè

Domenica 18 Dicembre 2016 alle ore 17.30, presso il Margaret Cafè in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA) sarà inaugurata la mostra di Tiziana Viola Massa dal titolo: “MEN 2 – disegni”. La mostra, promossa dall’associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa, sarà presentata da Vinny Scorsone. Visitabile fino al 7 Gennaio 2017.

L’artista porta avanti il ciclo di opere dedicate agli uomini intrapreso lo scorso anno con la mostra intitolata “Men”, curata da Marcello e Vinny Scorsone ed esposta presso la Galleria d’arte Studio 71 a Palermo. Erano in quel caso circa 20 opere, tra disegni e dipinti, dedicate “al sesso forte spesso vittima delle proprie debolezze, delle proprie fragilità, in un momento critico della nostra società nella quale le identità vanno affievolendosi sempre più”.

Tiziana Viola Massa, in questa seconda tappa, esporrà una serie di disegni nei quali ha continuato ad indagare l’universo maschile. L’artista spoglia gli uomini di ogni apparenza e li riveste di contraddizioni, paure e fragilità, rendendoli veri, autentici, umani, ma anche metafisici. Sono uomini in balia della vita, abbandonati a se stessi, prede del proprio io e degli altri, sopraffatti dagli eventi, alla ricerca di qualcosa di trascendente ed al contempo tormentati da debolezze tutte umane. La nudità di queste opere non è ammiccante, è a volte ironica, ma mai “scandalosa”, non c’è nulla da nascondere e da censurare, perché nel corpo non c’è vergogna: sono i moralismi, le falsità, le ipocrisie a rendere volgare l’umanità ed in questa mostra il corpo è purezza sensuale, natura, riflessione, dolore, vita.

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Scrive Vinny Scorsone che ha presentato l’artista in catalogo: “È una poesia d’amore quella che Tiziana Viola Massa ha dipinto. Sulle tele il corpo maschile fa mostra di sé in maniera semplice e vera. Come nelle statue greche e romane, nei suoi uomini non c’è alcun ammiccamento sessuale. Difatti la loro nudità, al contrario di quanto potrebbe sembrare, non è principalmente fisica, bensì interiore, rivelatrice di personalità differenti, di virtù e funzioni sociali. Colti in momenti solitari, gli uomini dipinti di Tiziana sono in realtà lo specchio di una società spesso in bilico tra l’essere e l’apparire. Nei soggetti rappresentati apparentemente non c’è finzione o alterazione del sé dovuta al proprio ruolo, difatti ogni corpo è principalmente l’esatta trasposizione iconica di un carattere precipuo, eppure, soprattutto in alcuni casi più di altri, la componente psicologica che regge e scardina questo equilibrio è fortemente presente…”. Ed è con una poesia di Vinny Scorsone che si apre il catalogo della mostra:

 

L’ASCESA

Resta.

Il tempo scorre.

Ho dipanato la matassa che mi hai offerto e l’ho usata per trafiggerti. Con quel filo ti ho legato ed esso era fatto della tua stessa sostanza: dono stolto di un cuore innamorato.

Carne e sangue si sono rivelati sulla tua pelle diafana.

Resta.

Il suono dei tamburi di guerra ha lasciato il posto al mio pianto.

Il tuo spirito fugge via, ho poco tempo.

Con lo sguardo ti accarezzo. Ripercorro ogni tuo muscolo, ogni tua ombra.

Mio santo, mio guerriero, mio uomo, mio sposo.

Il tempo ha lasciato su di te le sue ferite e io le mie.

Rimani con me affinché io possa abbracciarti ancora una volta, ancora una notte.

Il tuo corpo si piega e si tende ad un passo dall’annullamento.

Il buio mi circonda e mi trattiene. Questa volta non potrò seguirti.

Il laccio emostatico ti stringe e i cateteri venosi ti muovono come fili di una marionetta, dendriti e assoni di un tessuto non più mio.

Resta amor mio, per un ultimo istante, e poi va perché nulla è per sempre.

Non potrò trattenerti ancora a lungo. Scivoli dolcemente tra le mie braccia in un attimo dilatato destinato ad esaurirsi troppo presto. Vinny Scorsone

 

Tiziana Viola Massa, classe ’78, si laurea all’ Acc. BB arti di Palermo in pittura ed Arte Sacra Contemporanea. Ha all’attivo diverse personali di pittura e molte collettive in Italia ed all’estero accompagnate da ottimi cataloghi.

Dal 2009 sono ubicate permanentemente dodici opere di grandi dimensioni, che toccano i cinque metri di altezza, nella Chiesa di San Gabriele Arcangelo di Palermo. Il progetto è stato curato dal teologo Don Cosimo Scordato e Padre Franco Romano con l’approvazione della Curia Arcivescovile di Palermo.

Tra le collezioni pubbliche vi sono: il Museo degli Angeli a Sant’Angelo di Brolo, La Fondazione La Verde-La Malfa di San Giovanni La Punta, L’Ente Provincia di Palermo, La Galleria Civica Sciortino di Monreale, Associazioni Incisori siciliani, Museo Diocesano di Monreale,

Chiesa San Gabriele di Palermo, Fondazione Francesco Carbone alla Real Casina di Caccia di Ficuzza, Galleria permanente d’ arte PiziArte di Tortoreto, Complesso San Gaetano a Monreale, Pinacoteca di santa Rosalia a Palermo, e diverse collezioni privatein gallerie in Italia.

Insegna pittura e disegno da diversi anni, ha esposto in diverse città italiane e all’estero. Ha vinto diversi premi di pittura in Sicilia e segnalazioni in premi nazionali, tra i quali segnalazione al Premio nazionale Satura Arte di Genova, Premio nazionale In Arte Multiversi e Young Showcase al Museo Magma di Caserta.

Tra le ultime esposizioni personali “Men” a cura di Marcello Scorsone e Vinny Scorsone, Galleria Studio 71 Palermo,” Il corpo e l’anima” Galleria PiziArte Tortoreto Lido, a cura di Manuela e Patrizia Cucinella.”Wander and Boundless”, Galleria Art-arte di Pescia (PT) a cura di Elena Orlando,

“Boundless” bi-personale insieme alla fotografa catanese Eva La Malfa, Patrocinio della Provincia di Palermo, Palazzo Jung, a cura di Vinny Scorsone e Galleria D’arte Studio 71, ” Lux Fecunda” Palazzo Asmundo Palermo.

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Sassittassi la mostra collettiva “sedie d’artista”

Pubblico il comunicato della mostra collettiva Sassittassi di sedie d’artista in cui sarà presente anche una sedia realizzata da me, grazie all’Associazione Ricercarte per avermi invitato a far parte di questa collettiva.

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Sarà inaugurata sabato 17 dicembre alle ore 18:00 presso il Museo di Arte Contemporanea San Rocco a Trapani, in via Turretta 12, la mostra collettiva “sedie d’artista”, visitabile dal 17 dicembre all’ 8 gennaio 2017 dal mercoledì al sabato dalle ore 17.00 alle ore 20.00. La mostra è inserita nel progetto benefico sassittassi. Alla mostra sono presenti 19 artisti coloro i quali hanno donato le loro opere per questo progetto. Le sedie verranno vendute all’ asta e una parte del ricavato sarà devoluto all’ associazione il Pellicano di Santa Ninfa che si occupa di infanzia abbandonata. Un ringraziamento particolare al direttore del museo Don Liborio Palmeri che ci ospita in questa sede prestigiosa, agli  artisti e a tutti quelli che hanno creduto in questo progetto. La mostra a cura dell’associazione culturale RicercArte, con un testo in catalogo del critico d’arte Vinny Scorsone, grafica di Piera Ingargiola, allestimento staff RicercArte, foto in catalogo fornite dagli artisti.

In “Sassittassi” infatti, la sedia non è soltanto un oggetto di design. Niente a che fare con le “Chaise” di Le Corbusier, Mies Van de Rhoe o, prima ancora, di Charles Rennie Mackintosh, Giacomo Balla, Fortunato Depero o Marcel Breuer (solo per citarne alcuni) che avevano una precisa funzione pratica. Nel caso di questa mostra, invece, la sedia, svincolata a volte da una vera e propria funzionalità, si libera caricandosi di ben altri bisogni che privilegiano l’aspetto spirituale e artistico.

La sedia d’artista moderna prende spunto dal movimento anti-design che si sviluppò negli anni Ottanta, quando all’idea di funzionalismo si contrappose una concezione più libera e antifunzionalista dell’oggetto in cui prevalgono principalmente l’aspetto ludico e contenutistico (tra i principali esponenti di questa nuova concezione del design abbiamo, per esempio, Alessandro Mendini). Sono quelli gli anni in cui design, arte contemporanea e artigianato si fondono dando vita ad oggetti che travalicano la loro funzione primaria per aprirsi a nuove strade e nuove interpretazioni.  La sedia concepita come vera e propria opera d’arte, se si escludono le opere di alcuni artisti concettuali come Joseph Kossut, ha una nascita più recente. Tra gli artisti che realizzarono numerose “Sedie d’artista” non posso non ricordare Giusto Sucato (recentemente scomparso).

Le sedie elaborate ed esposte in questa mostra, prendono così spunto da due aspetti fondamentali: Il primo è quello legato al funzionalismo e all’idea futurista e del Bauhaus dell’arte nella vita di tutti i giorni (mobili ed oggetti compresi); il secondo, invece, punta all’aspetto più “astratto” dell’oggetto azzerandone la funzione principale e concentrandosi su tematiche più concettuali e eteree.

Negli ultimi decenni la sedia si è resa protagonista di numerose esposizioni di arte contemporanea. Ma perché lei e non qualche altro oggetto? Forse perché in essa sono concentrate diverse tematiche e necessità che la rendono una compagna ed un’ancora di salvezza nel mare agitato della frenetica vita quotidiana. La sedia come pausa, oggetto caro e rinfrancante del nostro corpo stanco, come amica di sempre pronta ad accoglierci ed accogliere i nuovi ospiti che nella nostra esistenza si avvicendano, punto fermo e sicuro della nostra anima spossata.  In “Sassittassi” essa diviene ora albero ora oggetto respingente, ora cavalcatura ora lacerazione interiore. Simbolo di precarietà o di gioco, essa si presta a più reinterpretazioni disvelando le sue mille facce in un continuo alternarsi di equivoci ed inganni o solide certezze. La sedia, quindi, come simbolo di una società eclettica in cui nulla è ciò che sembra: labile specchio d’acqua saponata pronto ad infrangersi al minimo tocco o resistente nuvola disposta ad accoglierci e sorreggerci.

Vinny Scorsone

Gli Artisti: Arturo Barbante, Tiziana Cafiero, Peppe Caiozzo, Bartolomeo Conciauro, Evelin Costa, Lià D’Aleo Angelo Denaro, Cinzia Farina, Giuseppe Fell, Naire Feo, Dimitri Gazziero, Piera Ingargiola, Marco Lotà, Pino Manzella, Maria Laura Riccobono, Angela Sarzana, Nancy Sofia, Caterina Vicari, Istituto d’arte di Palermo

Associazione culturale RICERCARTE    ricercarte.jimdo.com     e-mail bcricercarte70@gmail.com

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un particolare della sedia da me realizzata

 

 

LIBER- libri d’artista di Paolo Chirco

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La mostra di Paolo Chirco ha come titolo la parola latina Liber, un termine che può essere tradotto in italiano come “libro”, ma anche con l’aggettivo “libero”, a ricordarci che c’è una radice comune che lega la cultura alla libertà, e che senza l’una non può esistere l’altra e viceversa. C’è ancora un’altra parola italiana che  traduce il termine latino liber, ed è “figli”, altra affascinante convergenza. I libri sono libere creazioni dell’intelletto e dell’animo umano che rendono immortali e trasmissibili il pensiero, le idee, le parole e l’arte, in questo caso un’arte libera e per la libertà.

Paolo Chirco espone una serie di Libri d’Artista, dai molteplici significati e simboli stratificati in una materia imponente, ruvida, ispida alle volte, come fosse una scorza granulosa e granitica dentro la quale si dischiudono memorie, speranze, malinconie, idealità, delicatezze quasi impreviste. I libri di Paolo Chirco sono come degli scrigni che contengono tesori fatti di materia povera, antitetica al suo reale valore concettuale.

La scelta di realizzare un libro esprime l’esigenza dell’artista di affrontare un discorso culturale e la forma si fa significato e strumento di idee, al di là delle parole che di solito sono contenute in un libro. La storia, la memoria, le verità, i cicli naturali, la cultura, l’oppressione e la libertà sono nel contenuto e nel contenitore. Libri che rimangono pietrificati nel tempo, come se una colata di cemento liquido li avesse impietriti per renderli imperituri, o una raffica di sabbia li avesse cristallizzati per sempre, fermando il tempo in un ultimo istante, che lapidariamente conserva la sua roca voce in un’estrema effige. Libri la cui carta si è pietrificata e colmata di elementi che parlano un linguaggio universale, che oltre ogni idioma si fa subito comprensibile, perché tocca livelli istintuali, quasi ancestrali, arrivando direttamente alla mente e alla sfera emozionale. E’ come se la necessità di cultura e di meditazione, l’importanza di conoscenza e conservazione, la brama di scoperta e protezione, la ricerca di svelamenti e testimonianza, cercassero una voce, non potessero fare più a meno di tacere e volessero farsi eterne.

In questi libri sono presenti materiali di ogni tipo, quelli che un artigiano, un contadino, un pensatore, un pescatore, un raccoglitore, un meticoloso collezionista, un tessitore, un sarto, un musicista, un falegname conserverebbero nel cassetto più remoto del proprio opificio. Paolo Chirco dona nuova vita a questi piccoli e poveri elementi, pezzetti di sostanza, frammenti di tempo materico, anelli ruvidi tra passato e futuro, e da essi crea un racconto nuovo. C’è un elemento che non manca quasi mai da questi libri, stridente strumento di verità dolente. Il filo spinato che opprime, la catena che imbriglia, ruggine che ricopre il fil di ferro che lega con la sua morsa ogni pagina di speranza. E’ la fiducia tradita, l’oppressione che rende opaca la storia, come una moneta ossidata in un mondo scintillantemente illusorio in cui tutto diventa silenzio, fallacità. E’ la catena che opprime il lavoro, la rete che imbriglia, che soffoca la voce libera e le libere parole che vorrebbero volare come piume di uccello dalle pagine di un libro. E’ il filo spinato di un lager che separa gli spiriti affrancati, che emargina i diversi, che con rabbia taglia e lacera il dialogo, la parola e ogni speranza. C’è una forte esigenza di ribellione in questi libri, c’è il racconto di una storia fatta da chi ha vinto, ma è un racconto che non vuole disperdere la storia degli umili, dei contadini, di chi ha sudato il proprio pane quotidiano. C’è la sconfitta, ma c’è anche la lotta, quella contro un mondo meccanico, sterile, fatto di ingranaggi e vincoli. Inchiodato è il mondo, come lo sono le pagine ferite da punte roventi che lacerano la carne, come in una passione che non è quella di un Cristo idealizzato, ma quella di tutti gli sconfitti dell’umanità. C’è un mondo romantico allo stesso tempo, perché romantica è la rivoluzione, che nulla sarebbe senza amore. Leggiadro come quella piuma che vuole librarsi e liberarsi nell’aria, come merletti laceri, come una rosa che è pegno di un amore interminabile e come note di musica che liricamente non smetteranno mai di suonare, perché nessuna oppressione può mai attenuare la musica, asfissiare l’amore, zittire le parole, lenire la voglia di libertà che nasce e mai muore nell’essere umano. La vita meccanica e opprimente trasforma gli umani in esseri inanimati, paurosi, inaspriti dal potere o dalla sottomissione, immobili e muti come le pagine di un libro senza parole e senza voce, ma tutti conservano al proprio interno un fremito d’emancipazione. Così le pagine immobili e cementificate solo in apparenza, contengono significative parole e molte idee, simboli e astrazioni ed insorgono inaspettatamente contro l’immobilismo, spezzano il filo spinato e danno voce al proprio animo forte e delicato al contempo, ribelle ma amorevole, appassionato ma soave e libero come la musica che scolpisce la memoria oltre il corporeo e sopravvive  alla storia, ai vinti e ai vincitori, per raccontarci un mistero che è oltre ciò che vediamo, ma  che è tutto umano.

Di Evelin Costa.

Paolo Chirco nasce a Cinisi (PA). Consegue la maturità artistica nel 1972 a Palermo. Ha continuato la sua ricerca artistica ed il suo fare arte in maniera ciclica e discontinua, con una autoformazione da autodidatta. Ha cominciato ad esporre nel ’95. Tra la prima produzione artistica, volta ad un approfondimento sia tecnico sia stilistico e la produzione odierna, si sono inframmezzati anni dedicati con fervore alla fotografia, alla tessitura, all’incisione calcografica, intercalando lavori vari (dal tipografo al restauratore). Tutte esperienze che oggi mescola nella composizione delle sue opere. Continua la propria ricerca artistica con passione e curiosità, sperimentando nuove tecniche.

Ha esposto su invito e/o selezione in diverse località siciliane, in Italia e all’estero.

Di lui hanno scritto fra gli altri: Claudio Alessandri, Vittoria Bellomo, Francesco Carbone, Claudio Cirà, Laura Coppa, Salvo Ferlito, Aldo Gerbino, Pino Giacopelli, Andrea Greco, Giuseppe Mendola, Marcello Palminteri, Adriano Peritore, Giorgio Olmoti, Pino Schifani, C.J. Shane, Aldo Torrebruno.

Domenica 20 Novembre 2016 alle ore 17.30 al Margaret Cafè, in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà inaugurata la mostra di Libri d’Artista di Paolo Chirco intitolata “LIBER”, promossa e curata dall’Associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa. La mostra sarà visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 9/12/2016, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

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“Acqua di Pietra, Pietra d’Acqua”, mostra di pittura di Ivana Di Pisa alla Galleria d’Arte Studio 71, Palermo

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“Acqua di Pietra, Pietra d’Acqua” è la mostra di pittura di Ivana Di Pisa esposta alla Galleria d’Arte Studio 71 e presentata in catalogo da Vinny Scorsone.

 Ivana Di Pisa è una pittrice palermitana, la cui prima personale risale al 1975, quando l’artista prediligeva dipingere paesaggi tipicamente siciliani, scorci di strade e case di piccoli paesi. Negli anni successivi ha sperimentato le tecniche dell’incisione e della decorazione della ceramica e della cartapesta. Tornata alla pittura nel 2010 ha continuato ad indagare e rappresentare paesaggi e scorci siciliani, utilizzando acrilici e spatole e sperimentando una sorta di pittura “reminiscenziale”, che allontanandosi dai canoni più rigidi del figurativo, imprime nelle tele sensazioni oniriche e rievocative.

Osservando le opere di questa artista percepisco un grande sentimento per il mare, per la Sicilia e per Palermo in particolare. Riconosco la città di Palermo anche quando questa forse non c’è, ma emerge dalle tele con la sua forza a volte cupa, a volte contrastante, di mare e di pietra. Natura e città costrette in un abbraccio vitale, ma stridente, a volte soffocante, pietroso, lapidario, in un’apparente staticità che svela improvvisi guizzi di vita sanguigna.

Domando alla pittrice: “Quanto amore c’è per Palermo in queste opere?”. Mi risponde che c’è tanto, tantissimo amore, per Palermo e per la Sicilia. Mentre ad alta voce cerco di capire quali siano gli scorci rappresentati, mentre cerco di distinguere tra palazzi, monti, cieli, gru, per ritrovare i luoghi esatti, lei dice: “non riproduco, non copio luoghi, le mie sono delle impressioni o meglio il ricordo di luoghi che ho visto”. Quelli rappresentati sono infatti scorci di Sicilia filtrati dalla memoria dell’artista, non c’è panorama che esista realmente, ma tutti i luoghi allo stesso modo esistono e sono veri.

Le tele esposte sono interessanti. Spazi pieni, pieni di case, pieni di muri, di porte, di tetti, di forme e geometrie, pieni di palazzi e finestre, di acqua e pietra. Sono equilibrate, non ci sono vuoti, ma niente è superfluo. Non ci sono ampiezze, ma nemmeno costrizioni. C’è il mare, l’acqua che è elemento della natura ed il cemento delle case create dell’uomo, che è assente-non assente. L’acqua, solida e materica come la pietra, si fonde con questa diventando un unico corpo. Tutto quello che appare è mediterraneo, ma è una differente visione del Mediterraneo. Diversa ma vera, esistente anch’essa, anche se meno convenzionale. Mancano i colori con cui è rappresentato usualmente questo territorio, colori forti, solari, sgargianti. Qui c’è un’aria fredda, c’è l’atmosfera dell’alba che colora tutto di un chiarore soffuso, l’aria dell’imbrunire quando il cielo comincia a scurire e la luce lascia spazio a nuove ombre, minori contrasti, piccoli bagliori. C’è il tramonto nel momento in cui sta per svanire, veloce come il sole che soffoca dentro al mare, creando dei colori caldi, ma profondi. C’è il bagliore accecante di certe giornate afose quando il cielo e il mare sembrano quasi bianchi. Ci sono le suggestioni dell’inverno, perché anche il rovente Mediterraneo ha i suoi freddi che gelano l’anima, ha la sua sfera melanconica ed introspettiva. Perché non sempre tutto è colore e vociare, a volte è silenzio.

E tra le gru dei cantieri navali, tra le le barche del porto, un porto che non so più riconoscere, perchè forse è uno dei tanti che dimorano da sempre nella mia mente e che si risveglia in queste nuove osservazioni di visioni suscitate dall’arte, c’è una barca arenata, è quella barca che trasporta esseri umani, è forse uno dei relitti che campeggiano nelle rive di Lampedusa. In questo quadro, che tra tutti è l’unico dove un brandello di giornale incollato alla tela ci mostra la presenza di esseri umani, emerge che il Mediterraneo è molto di più di quello che solitamente ci viene raccontato o che vogliamo vedere. E’ porta chiusa e dischiusa, è pietra tombale, è lacrime, è speranza, è rinascita, è vita. E’ tra Acqua di Pietra e Pietra d’Acqua, la vita c’è.

La mostra è visitabile fino al 12 novembre 2016 presso la Galleria d’Arte Studio 71, in Via Vincenzo Fuxa n. 9 a Palermo, dalle ore 16.30 alle 19.30 tutti i giorni escluso i festivi.

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“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”- mostra fotografica di Pino Manzella

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Pino Manzella nella mostra intitolata “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” espone una sequenza di fotografie scattate a partire dagli anni ’70 all’interno di alcuni cimiteri tra cui il Père Lachaise e quello di Montparnasse a Parigi, il Nuovo e il vecchio cimitero ebraico di Praga, il cimitero di Racalmuto e la contrada Caos ai confini tra Agrigento e Porto Empedocle dove nacque e giace Pirandello.

Un reportage che rappresenta un interessante documento storico della vita, della morte e della memoria di alcuni importanti protagonisti della cultura e dell’arte: Guillaume Apollinaire, Honoré de Balzac, Charles Baudelaire, Boris Vian, Eugène Delacroix, Paul Éluard, Franz Kafka, Amedeo Modigliani, Yves Montand e Simone Signoret, Oscar Wilde, Jim Morrison, Édith Piaf, Luigi Pirandello, Marcel Proust, Raymond Roussel, Jean-Paul Sartre e Leonardo Sciascia. Artisti resi eterni dalla propria opera e che continuano a esistere in chi tramite l’amore per la cultura non li lascia morire.

Ci vuole del coraggio e una certa dose di ironia per parlare di morte e ancor più per fotografare tombe, ma soprattutto ci vuole un forte amore per la vita e per l’arte, come quello che da sempre caratterizza l’opera di Pino Manzella che, come pittore ha sempre messo al proprio centro la memoria, come elemento da custodire e far rivivere nel presente, trasformando i lasciti del passato in nuova vita e arte per il futuro. Pino Manzella con curiosità e ispirazione ha negli anni “frequentato” alcuni cimiteri per andare a visitare i feretri dei suoi artisti ispiratori. Quando era da solo, in viaggio, ricercava le tombe di scrittori, pittori, artisti, poeti come in un bisogno di catarsi, di dissacrazione e meditazione sulla vita. In un’intima necessità di riappropriarsi della grandezza della storia e dell’arte, per cogliere la relatività dell’esistente e sentirsi parte di una vicenda collettiva, di un flusso di idee, immagini, creatività, arte che va oltre i confini del tempo ed appartiene a tutti.

Osservando questi scatti scopriamo storie sepolte ormai nell’infinito di un tempo mai perduto. C’è l’antico cimitero ebraico di Praga, che è stato per oltre trecento anni, a partire dal XV secolo, l’unico luogo dove gli ebrei di Praga potevano seppellire i propri morti. Il cimitero non poteva ampliarsi al di fuori di quel perimetro, sopperirono alla mancanza di spazio sovrapponendo le tombe e le lapidi, creando un’atmosfera lugubre e incantevole allo stesso tempo, che racconta la precarietà della vita e l’affastellamento sincopato delle esistenze e dei ricordi. Durante l’occupazione tedesca, le autorità naziste decisero di lasciarlo come testimonianza di un popolo estinto, o meglio, che volevano estinguere.

Il racconto di Pino Manzella continua con la tomba di Amedeo Modigliani, che ci narra uno struggente amore, quello vissuto con Jeanne Hébuterne,  giovanissima compagna, pittrice e modella dei suoi quadri, che il giorno dopo la morte del suo amato, al nono mese di gravidanza, si lanciò dalla finestra del suo appartamento. Adesso è sepolta accanto a Modigliani, il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrifizio”. C’è poi il sepolcro di Raymond Roussel, insoddisfatto a causa dei continui insuccessi, fu trovato morto nella camera del Grand Hotel Delle Palme a Palermo e sepolto a Parigi. C’è la tomba di Kafka che illuminata da un fioco raggio di sole emerge dall’oscurità e dalla vegetazione. Una lapide alla base della stele funeraria commemora le tre sorelle dello scrittore, morte nei lager nazisti fra il 1942 e il 1943. Kafka, sconosciuto durante la sua vita, divenne famoso subito dopo la morte. Ci sono Yves Montand e Simone Signoret sepolti insieme, in ricordo di un grande amore che li unì nella vita e nell’arte. C’è Jean-Paul Sartre, al cui funerale presenziarono cinquantamila persone, nella foto di Pino Manzella era ancora solo nella sua sepoltura, mentre oggi insieme a lui c’è la compagna e filosofa Simone de Beauvoir, morta nel 1986. Dopo la dipartita di Sartre, la De Beauvoir scrisse: “la sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo”. C’è Boris Vian in una tomba senza nome e senza foto, metafora della vita di un artista eclettico e sopra le righe, che non ebbe il riconoscimento che gli era dovuto. C’è la tomba di Jim Morrison che a Parigi è meta di pellegrinaggio di tanti giovani, Pino Manzella in una foto degli anni ’70 la ritrae attraverso lo sguardo di un giovane che osserva il suo mito e di un altro ragazzo che guarda malinconico nel vuoto. C’è, in una delle foto più recenti, la tomba di Pirandello ad Agrigento. Lo scrittore siciliano era sepolto sotto un pino che purtroppo non esiste più a causa del nubifragio del ‘97, Pirandello così aveva chiesto “… sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui”.

C’è la foto dell’essenziale tomba di Sciascia nel cimitero di Racalmuto, sullo sfondo si scorge una vecchietta in abito scuro che piange il suo lutto dinanzi la sepoltura di qualche parente a noi sconosciuto, a ricordare che i cimiteri sono luoghi collettivi, ma anche di solitudini, dove chi rimane saluta col proprio pianto chi lì vi dimora eternamente, come se quelle spoglie potessero riscaldarsi ancora al calore delle amate lacrime, come se quel pianto sopra una lapide potesse lenire il dolore di chi rimane, e il ricordo essere il prolungamento di una vita terrena finita. La memoria a volte sa essere vivida e stridente come una lama che affonda nel dolore o può essere labile e svanire come i contorni di un volto che non vedi e non sfiori più da tempo, che va sfocandosi, come una vecchia fotografia di cui i colori si dissolvono nel tempo o come un sogno di cui al risveglio rimane solo l’essenza, ma non la nitidezza. Saper mantenere, coltivare, custodire un ricordo, che è presenza ed assenza allo stesso tempo, è lotta interiore con se stessi, i cimiteri spesso sono luoghi dove combattere questa triste battaglia, come quelli ritratti in queste foto. Luoghi non luoghi, perchè senza tempo e nel tempo infinito, spaventano perché con la loro presenza ci rammentano che la morte esiste, ed appartiene all’umanità tanto quanto le appartiene la vita, ma allo stesso tempo ci rinfrancano rammentandoci che non c’è mai fine in questo continuo e comune fluire di esistenze.

Il titolo di questa mostra sta nell’effige della tomba di Sciascia, in omaggio al grande scrittore siciliano di cui Pino Manzella ha dipinto diversi ritratti. “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”, una criptica riflessione sulla vita terrena, una frase ermetica che offre dubbi sulla possibile esistenza di un al di là, ma che lascia un messaggio all’eternità: il casuale passaggio in questo nostro pianeta, che sia in punta di piedi, ricordato o dimenticato, reso imperituro dall’arte o solo da un sorriso di chi ci ha amati, ha un senso che non possiamo non inseguire.”

Evelin Costa

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La mostra sarà inaugurata Domenica 30 Ottobre 2016 alle ore 18.00 al Margaret Cafè di Terrasini (PA) in Via V. Madonia 93, promossa e curata dall’ass.ne Asadin con la mia collaborazione. La mostra sarà presentata dalla Prof.ssa Lavinia Spalanca che curerà anche la selezione di alcuni testi e poesie sul tema che saranno letti durante l’inaugurazione. La mostra sarà visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 19/11/2016 tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

 

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