LIBER- libri d’artista di Paolo Chirco

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La mostra di Paolo Chirco ha come titolo la parola latina Liber, un termine che può essere tradotto in italiano come “libro”, ma anche con l’aggettivo “libero”, a ricordarci che c’è una radice comune che lega la cultura alla libertà, e che senza l’una non può esistere l’altra e viceversa. C’è ancora un’altra parola italiana che  traduce il termine latino liber, ed è “figli”, altra affascinante convergenza. I libri sono libere creazioni dell’intelletto e dell’animo umano che rendono immortali e trasmissibili il pensiero, le idee, le parole e l’arte, in questo caso un’arte libera e per la libertà.

Paolo Chirco espone una serie di Libri d’Artista, dai molteplici significati e simboli stratificati in una materia imponente, ruvida, ispida alle volte, come fosse una scorza granulosa e granitica dentro la quale si dischiudono memorie, speranze, malinconie, idealità, delicatezze quasi impreviste. I libri di Paolo Chirco sono come degli scrigni che contengono tesori fatti di materia povera, antitetica al suo reale valore concettuale.

La scelta di realizzare un libro esprime l’esigenza dell’artista di affrontare un discorso culturale e la forma si fa significato e strumento di idee, al di là delle parole che di solito sono contenute in un libro. La storia, la memoria, le verità, i cicli naturali, la cultura, l’oppressione e la libertà sono nel contenuto e nel contenitore. Libri che rimangono pietrificati nel tempo, come se una colata di cemento liquido li avesse impietriti per renderli imperituri, o una raffica di sabbia li avesse cristallizzati per sempre, fermando il tempo in un ultimo istante, che lapidariamente conserva la sua roca voce in un’estrema effige. Libri la cui carta si è pietrificata e colmata di elementi che parlano un linguaggio universale, che oltre ogni idioma si fa subito comprensibile, perché tocca livelli istintuali, quasi ancestrali, arrivando direttamente alla mente e alla sfera emozionale. E’ come se la necessità di cultura e di meditazione, l’importanza di conoscenza e conservazione, la brama di scoperta e protezione, la ricerca di svelamenti e testimonianza, cercassero una voce, non potessero fare più a meno di tacere e volessero farsi eterne.

In questi libri sono presenti materiali di ogni tipo, quelli che un artigiano, un contadino, un pensatore, un pescatore, un raccoglitore, un meticoloso collezionista, un tessitore, un sarto, un musicista, un falegname conserverebbero nel cassetto più remoto del proprio opificio. Paolo Chirco dona nuova vita a questi piccoli e poveri elementi, pezzetti di sostanza, frammenti di tempo materico, anelli ruvidi tra passato e futuro, e da essi crea un racconto nuovo. C’è un elemento che non manca quasi mai da questi libri, stridente strumento di verità dolente. Il filo spinato che opprime, la catena che imbriglia, ruggine che ricopre il fil di ferro che lega con la sua morsa ogni pagina di speranza. E’ la fiducia tradita, l’oppressione che rende opaca la storia, come una moneta ossidata in un mondo scintillantemente illusorio in cui tutto diventa silenzio, fallacità. E’ la catena che opprime il lavoro, la rete che imbriglia, che soffoca la voce libera e le libere parole che vorrebbero volare come piume di uccello dalle pagine di un libro. E’ il filo spinato di un lager che separa gli spiriti affrancati, che emargina i diversi, che con rabbia taglia e lacera il dialogo, la parola e ogni speranza. C’è una forte esigenza di ribellione in questi libri, c’è il racconto di una storia fatta da chi ha vinto, ma è un racconto che non vuole disperdere la storia degli umili, dei contadini, di chi ha sudato il proprio pane quotidiano. C’è la sconfitta, ma c’è anche la lotta, quella contro un mondo meccanico, sterile, fatto di ingranaggi e vincoli. Inchiodato è il mondo, come lo sono le pagine ferite da punte roventi che lacerano la carne, come in una passione che non è quella di un Cristo idealizzato, ma quella di tutti gli sconfitti dell’umanità. C’è un mondo romantico allo stesso tempo, perché romantica è la rivoluzione, che nulla sarebbe senza amore. Leggiadro come quella piuma che vuole librarsi e liberarsi nell’aria, come merletti laceri, come una rosa che è pegno di un amore interminabile e come note di musica che liricamente non smetteranno mai di suonare, perché nessuna oppressione può mai attenuare la musica, asfissiare l’amore, zittire le parole, lenire la voglia di libertà che nasce e mai muore nell’essere umano. La vita meccanica e opprimente trasforma gli umani in esseri inanimati, paurosi, inaspriti dal potere o dalla sottomissione, immobili e muti come le pagine di un libro senza parole e senza voce, ma tutti conservano al proprio interno un fremito d’emancipazione. Così le pagine immobili e cementificate solo in apparenza, contengono significative parole e molte idee, simboli e astrazioni ed insorgono inaspettatamente contro l’immobilismo, spezzano il filo spinato e danno voce al proprio animo forte e delicato al contempo, ribelle ma amorevole, appassionato ma soave e libero come la musica che scolpisce la memoria oltre il corporeo e sopravvive  alla storia, ai vinti e ai vincitori, per raccontarci un mistero che è oltre ciò che vediamo, ma  che è tutto umano.

Di Evelin Costa.

Paolo Chirco nasce a Cinisi (PA). Consegue la maturità artistica nel 1972 a Palermo. Ha continuato la sua ricerca artistica ed il suo fare arte in maniera ciclica e discontinua, con una autoformazione da autodidatta. Ha cominciato ad esporre nel ’95. Tra la prima produzione artistica, volta ad un approfondimento sia tecnico sia stilistico e la produzione odierna, si sono inframmezzati anni dedicati con fervore alla fotografia, alla tessitura, all’incisione calcografica, intercalando lavori vari (dal tipografo al restauratore). Tutte esperienze che oggi mescola nella composizione delle sue opere. Continua la propria ricerca artistica con passione e curiosità, sperimentando nuove tecniche.

Ha esposto su invito e/o selezione in diverse località siciliane, in Italia e all’estero.

Di lui hanno scritto fra gli altri: Claudio Alessandri, Vittoria Bellomo, Francesco Carbone, Claudio Cirà, Laura Coppa, Salvo Ferlito, Aldo Gerbino, Pino Giacopelli, Andrea Greco, Giuseppe Mendola, Marcello Palminteri, Adriano Peritore, Giorgio Olmoti, Pino Schifani, C.J. Shane, Aldo Torrebruno.

Domenica 20 Novembre 2016 alle ore 17.30 al Margaret Cafè, in Via V. Madonia 93 a Terrasini (PA), sarà inaugurata la mostra di Libri d’Artista di Paolo Chirco intitolata “LIBER”, promossa e curata dall’Associazione Asadin con la collaborazione di Evelin Costa. La mostra sarà visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 9/12/2016, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

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“Acqua di Pietra, Pietra d’Acqua”, mostra di pittura di Ivana Di Pisa alla Galleria d’Arte Studio 71, Palermo

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“Acqua di Pietra, Pietra d’Acqua” è la mostra di pittura di Ivana Di Pisa esposta alla Galleria d’Arte Studio 71 e presentata in catalogo da Vinny Scorsone.

 Ivana Di Pisa è una pittrice palermitana, la cui prima personale risale al 1975, quando l’artista prediligeva dipingere paesaggi tipicamente siciliani, scorci di strade e case di piccoli paesi. Negli anni successivi ha sperimentato le tecniche dell’incisione e della decorazione della ceramica e della cartapesta. Tornata alla pittura nel 2010 ha continuato ad indagare e rappresentare paesaggi e scorci siciliani, utilizzando acrilici e spatole e sperimentando una sorta di pittura “reminiscenziale”, che allontanandosi dai canoni più rigidi del figurativo, imprime nelle tele sensazioni oniriche e rievocative.

Osservando le opere di questa artista percepisco un grande sentimento per il mare, per la Sicilia e per Palermo in particolare. Riconosco la città di Palermo anche quando questa forse non c’è, ma emerge dalle tele con la sua forza a volte cupa, a volte contrastante, di mare e di pietra. Natura e città costrette in un abbraccio vitale, ma stridente, a volte soffocante, pietroso, lapidario, in un’apparente staticità che svela improvvisi guizzi di vita sanguigna.

Domando alla pittrice: “Quanto amore c’è per Palermo in queste opere?”. Mi risponde che c’è tanto, tantissimo amore, per Palermo e per la Sicilia. Mentre ad alta voce cerco di capire quali siano gli scorci rappresentati, mentre cerco di distinguere tra palazzi, monti, cieli, gru, per ritrovare i luoghi esatti, lei dice: “non riproduco, non copio luoghi, le mie sono delle impressioni o meglio il ricordo di luoghi che ho visto”. Quelli rappresentati sono infatti scorci di Sicilia filtrati dalla memoria dell’artista, non c’è panorama che esista realmente, ma tutti i luoghi allo stesso modo esistono e sono veri.

Le tele esposte sono interessanti. Spazi pieni, pieni di case, pieni di muri, di porte, di tetti, di forme e geometrie, pieni di palazzi e finestre, di acqua e pietra. Sono equilibrate, non ci sono vuoti, ma niente è superfluo. Non ci sono ampiezze, ma nemmeno costrizioni. C’è il mare, l’acqua che è elemento della natura ed il cemento delle case create dell’uomo, che è assente-non assente. L’acqua, solida e materica come la pietra, si fonde con questa diventando un unico corpo. Tutto quello che appare è mediterraneo, ma è una differente visione del Mediterraneo. Diversa ma vera, esistente anch’essa, anche se meno convenzionale. Mancano i colori con cui è rappresentato usualmente questo territorio, colori forti, solari, sgargianti. Qui c’è un’aria fredda, c’è l’atmosfera dell’alba che colora tutto di un chiarore soffuso, l’aria dell’imbrunire quando il cielo comincia a scurire e la luce lascia spazio a nuove ombre, minori contrasti, piccoli bagliori. C’è il tramonto nel momento in cui sta per svanire, veloce come il sole che soffoca dentro al mare, creando dei colori caldi, ma profondi. C’è il bagliore accecante di certe giornate afose quando il cielo e il mare sembrano quasi bianchi. Ci sono le suggestioni dell’inverno, perché anche il rovente Mediterraneo ha i suoi freddi che gelano l’anima, ha la sua sfera melanconica ed introspettiva. Perché non sempre tutto è colore e vociare, a volte è silenzio.

E tra le gru dei cantieri navali, tra le le barche del porto, un porto che non so più riconoscere, perchè forse è uno dei tanti che dimorano da sempre nella mia mente e che si risveglia in queste nuove osservazioni di visioni suscitate dall’arte, c’è una barca arenata, è quella barca che trasporta esseri umani, è forse uno dei relitti che campeggiano nelle rive di Lampedusa. In questo quadro, che tra tutti è l’unico dove un brandello di giornale incollato alla tela ci mostra la presenza di esseri umani, emerge che il Mediterraneo è molto di più di quello che solitamente ci viene raccontato o che vogliamo vedere. E’ porta chiusa e dischiusa, è pietra tombale, è lacrime, è speranza, è rinascita, è vita. E’ tra Acqua di Pietra e Pietra d’Acqua, la vita c’è.

La mostra è visitabile fino al 12 novembre 2016 presso la Galleria d’Arte Studio 71, in Via Vincenzo Fuxa n. 9 a Palermo, dalle ore 16.30 alle 19.30 tutti i giorni escluso i festivi.

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“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”- mostra fotografica di Pino Manzella

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Pino Manzella nella mostra intitolata “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” espone una sequenza di fotografie scattate a partire dagli anni ’70 all’interno di alcuni cimiteri tra cui il Père Lachaise e quello di Montparnasse a Parigi, il Nuovo e il vecchio cimitero ebraico di Praga, il cimitero di Racalmuto e la contrada Caos ai confini tra Agrigento e Porto Empedocle dove nacque e giace Pirandello.

Un reportage che rappresenta un interessante documento storico della vita, della morte e della memoria di alcuni importanti protagonisti della cultura e dell’arte: Guillaume Apollinaire, Honoré de Balzac, Charles Baudelaire, Boris Vian, Eugène Delacroix, Paul Éluard, Franz Kafka, Amedeo Modigliani, Yves Montand e Simone Signoret, Oscar Wilde, Jim Morrison, Édith Piaf, Luigi Pirandello, Marcel Proust, Raymond Roussel, Jean-Paul Sartre e Leonardo Sciascia. Artisti resi eterni dalla propria opera e che continuano a esistere in chi tramite l’amore per la cultura non li lascia morire.

Ci vuole del coraggio e una certa dose di ironia per parlare di morte e ancor più per fotografare tombe, ma soprattutto ci vuole un forte amore per la vita e per l’arte, come quello che da sempre caratterizza l’opera di Pino Manzella che, come pittore ha sempre messo al proprio centro la memoria, come elemento da custodire e far rivivere nel presente, trasformando i lasciti del passato in nuova vita e arte per il futuro. Pino Manzella con curiosità e ispirazione ha negli anni “frequentato” alcuni cimiteri per andare a visitare i feretri dei suoi artisti ispiratori. Quando era da solo, in viaggio, ricercava le tombe di scrittori, pittori, artisti, poeti come in un bisogno di catarsi, di dissacrazione e meditazione sulla vita. In un’intima necessità di riappropriarsi della grandezza della storia e dell’arte, per cogliere la relatività dell’esistente e sentirsi parte di una vicenda collettiva, di un flusso di idee, immagini, creatività, arte che va oltre i confini del tempo ed appartiene a tutti.

Osservando questi scatti scopriamo storie sepolte ormai nell’infinito di un tempo mai perduto. C’è l’antico cimitero ebraico di Praga, che è stato per oltre trecento anni, a partire dal XV secolo, l’unico luogo dove gli ebrei di Praga potevano seppellire i propri morti. Il cimitero non poteva ampliarsi al di fuori di quel perimetro, sopperirono alla mancanza di spazio sovrapponendo le tombe e le lapidi, creando un’atmosfera lugubre e incantevole allo stesso tempo, che racconta la precarietà della vita e l’affastellamento sincopato delle esistenze e dei ricordi. Durante l’occupazione tedesca, le autorità naziste decisero di lasciarlo come testimonianza di un popolo estinto, o meglio, che volevano estinguere.

Il racconto di Pino Manzella continua con la tomba di Amedeo Modigliani, che ci narra uno struggente amore, quello vissuto con Jeanne Hébuterne,  giovanissima compagna, pittrice e modella dei suoi quadri, che il giorno dopo la morte del suo amato, al nono mese di gravidanza, si lanciò dalla finestra del suo appartamento. Adesso è sepolta accanto a Modigliani, il suo epitaffio recita: “Devota compagna sino all’estremo sacrifizio”. C’è poi il sepolcro di Raymond Roussel, insoddisfatto a causa dei continui insuccessi, fu trovato morto nella camera del Grand Hotel Delle Palme a Palermo e sepolto a Parigi. C’è la tomba di Kafka che illuminata da un fioco raggio di sole emerge dall’oscurità e dalla vegetazione. Una lapide alla base della stele funeraria commemora le tre sorelle dello scrittore, morte nei lager nazisti fra il 1942 e il 1943. Kafka, sconosciuto durante la sua vita, divenne famoso subito dopo la morte. Ci sono Yves Montand e Simone Signoret sepolti insieme, in ricordo di un grande amore che li unì nella vita e nell’arte. C’è Jean-Paul Sartre, al cui funerale presenziarono cinquantamila persone, nella foto di Pino Manzella era ancora solo nella sua sepoltura, mentre oggi insieme a lui c’è la compagna e filosofa Simone de Beauvoir, morta nel 1986. Dopo la dipartita di Sartre, la De Beauvoir scrisse: “la sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo”. C’è Boris Vian in una tomba senza nome e senza foto, metafora della vita di un artista eclettico e sopra le righe, che non ebbe il riconoscimento che gli era dovuto. C’è la tomba di Jim Morrison che a Parigi è meta di pellegrinaggio di tanti giovani, Pino Manzella in una foto degli anni ’70 la ritrae attraverso lo sguardo di un giovane che osserva il suo mito e di un altro ragazzo che guarda malinconico nel vuoto. C’è, in una delle foto più recenti, la tomba di Pirandello ad Agrigento. Lo scrittore siciliano era sepolto sotto un pino che purtroppo non esiste più a causa del nubifragio del ‘97, Pirandello così aveva chiesto “… sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui”.

C’è la foto dell’essenziale tomba di Sciascia nel cimitero di Racalmuto, sullo sfondo si scorge una vecchietta in abito scuro che piange il suo lutto dinanzi la sepoltura di qualche parente a noi sconosciuto, a ricordare che i cimiteri sono luoghi collettivi, ma anche di solitudini, dove chi rimane saluta col proprio pianto chi lì vi dimora eternamente, come se quelle spoglie potessero riscaldarsi ancora al calore delle amate lacrime, come se quel pianto sopra una lapide potesse lenire il dolore di chi rimane, e il ricordo essere il prolungamento di una vita terrena finita. La memoria a volte sa essere vivida e stridente come una lama che affonda nel dolore o può essere labile e svanire come i contorni di un volto che non vedi e non sfiori più da tempo, che va sfocandosi, come una vecchia fotografia di cui i colori si dissolvono nel tempo o come un sogno di cui al risveglio rimane solo l’essenza, ma non la nitidezza. Saper mantenere, coltivare, custodire un ricordo, che è presenza ed assenza allo stesso tempo, è lotta interiore con se stessi, i cimiteri spesso sono luoghi dove combattere questa triste battaglia, come quelli ritratti in queste foto. Luoghi non luoghi, perchè senza tempo e nel tempo infinito, spaventano perché con la loro presenza ci rammentano che la morte esiste, ed appartiene all’umanità tanto quanto le appartiene la vita, ma allo stesso tempo ci rinfrancano rammentandoci che non c’è mai fine in questo continuo e comune fluire di esistenze.

Il titolo di questa mostra sta nell’effige della tomba di Sciascia, in omaggio al grande scrittore siciliano di cui Pino Manzella ha dipinto diversi ritratti. “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”, una criptica riflessione sulla vita terrena, una frase ermetica che offre dubbi sulla possibile esistenza di un al di là, ma che lascia un messaggio all’eternità: il casuale passaggio in questo nostro pianeta, che sia in punta di piedi, ricordato o dimenticato, reso imperituro dall’arte o solo da un sorriso di chi ci ha amati, ha un senso che non possiamo non inseguire.”

Evelin Costa

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La mostra sarà inaugurata Domenica 30 Ottobre 2016 alle ore 18.00 al Margaret Cafè di Terrasini (PA) in Via V. Madonia 93, promossa e curata dall’ass.ne Asadin con la mia collaborazione. La mostra sarà presentata dalla Prof.ssa Lavinia Spalanca che curerà anche la selezione di alcuni testi e poesie sul tema che saranno letti durante l’inaugurazione. La mostra sarà visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 19/11/2016 tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00.

 

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Mostra di Ketevan Jorjoliani al Margaret Cafè

 

Ketevan Jorjoliani è una giovane artista nata in Georgia nel 1991. Si è laureata nel 2013 all’Accademia di Belle Arti di Tbilisi, in Design della Moda. In quegli anni ha studiato arte pittorica nell’atelier del pittore georgiano Gia Khutsishvili. Dal 2015 è iscritta al biennio di pittura all’Accademia di Belle arti di Palermo. Collabora con la casa editrice Corrimano Editore dal 2014 per la quale crea le illustrazioni delle copertine.

La sua mostra nasce da una serie di schizzi realizzati osservando l’architettura urbana di Palermo, una serie di scenari particolari che si combinano tra loro creando una visione d’assieme, come in un puzzle che si trasforma nel racconto di una città complessa, variegata e contraddittoria come Palermo. L’autrice trae ispirazione dalla città e soprattutto si lascia attraversare dalla sua forza vitale che trasfonde nelle tele dipinte, nelle quali le figure sono stravolte creando nuove forme. Le geometrie segnate da tratti netti e a volte nervosi creano nuove immagini in un viaggio tra il formale e l’informale. Gli ambienti descritti sono semplificati in sagome scomposte, composte e ricomposte, dando vita a metamorfosi, mutamenti e creando luoghi poetici che ricordano sogni atavici e ancestrali. Le strade si intersecano e convergono con le case e con elementi della natura, creando particolari collage, sembrano non seguire schemi simmetrici, rendendo un certo dinamismo nelle immagini che a volte è come se volessero esplodere fuori dalla tela, verso l’esterno. I colori sono tenui, a momenti sfumati, prevalgono i pastelli, ma sono presenti alcuni contrasti. Improvvise si stagliano tinte forti che colpiscono lo sguardo. Le linee dei contorni rimangono visibili, a volte più leggere, altre più forti, come esplosioni vigorose di anima ed energia, raggi di cielo e scaglie di sole, che esprimono e raccontano una città arsa dal calore, caotica, accogliente e viva, la cui passionalità intrinseca in se stessa permea l’artista che la dona a chi osserva.

La mostra di Ketevan Jorjoliani potrà essere visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 22 Ottobre, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00. L’evento è promosso dall’ass.ne Asadin.

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Alcune foto della presentazione della mostra e della presentazione del libro di Ruska Jorjoliani sorella della pittrice e scrittrice di talento avvenuta il 2 Ottobre 2016, presente anche Dario Ricciardo di Corrimano Edizioni

 

Mostra collettiva “Caccia ai tesori”, a Palermo

Con Marga Rina, blogger palermitana appassionata di arte, ci conosciamo da diverso tempo tramite i reciproci blog ed i social network e finalmente siamo riuscite a conoscerci anche di persona in occasione dalla mostra pittorica e fotografica di Asadin e Pino Manzella a Torre Alba a cui ho collaborato e che lei ha recensito nel suo blog.

Nel suo blog Panormitania  scrive recensioni e racconta le sue “passeggiate artistiche”, il filo conduttore dei suoi articoli è Palermo e la Sicilia.

Marga Rina organizza una mostra d’arte per la terza volta, l’inaugurazione sarà Giovedì 20 ottobre 2016, alle ore 18:30, negli uffici della MQ Immobiliare di via Francesco Lo Jacono 10, a Palermo. Il titolo della mostra collettiva è “Caccia ai tesori” con una mirata selezione di opere pittoriche di Mimmo Papa, Roberto Fontana, Fabrizia Conti, Ilaria Caputo e Daniela Balsamo. Il titolo, come la stessa Marga Rina scrive nel suo blog, richiama “Le vie dei tesori”, la nota manifestazione palermitana giunta alla sua X edizione e della quale la MQ Immobiliare quest’anno è sponsor.

Sotto la descrizione della mostra che appare immediatamente interessante e ricca di sorprese.

Tema centrale dell’esposizione è la caccia di specifici tesori, che si sviluppa secondo un itinerario indiziario che il visitatore percorrerà sia fisicamente sia spiritualmente: sarà un vero e proprio viaggio votato alla ricerca di sé e al riconoscimento e svelamento delle aspirazioni individuali più intime e personali. Ogni artista, infatti, è stato chiamato a sviluppare per immagini un sottotema che enfatizzasse alcuni dei bisogni sentiti e anelati e, talvolta, sofferti, dell’uomo del terzo millennio.  Il percorso espositivo sarà articolato in tappe, cadenzate da indizi verosimili che avvicineranno poco alla volta il cacciatore – visitatore verso tesori cautamente visibili all’occhio interiore: ogni tappa sarà essa stessa un Tesoro dell’arte, rivelato in modo parziale o raggiunto come una dilaniante conquista e, nello stesso tempo, sarà come i sassolini di Hansel e Gretel raccolti i quali la via di fuga (o di uscita) sarà palesata. O forse no. Sarà il cuore dell’uomo a parlare e a dissipare le tenebre. L’itinerario espositivo sarà in tutto e per tutto metafora della vita coi suoi bivi, i suoi coni d’ombra, i suoi brancolamenti e le sue contraddizioni coesistenti con le sue rivelazioni e conquiste esistenziali, che pacificano l’anima e ne alimentano le energie.

Non mancheranno le distrazioni o le pseudo selve oscure, proprio come i frondosi rami che l’altera Diana di Ilaria Caputo possiedono con mani ferme e sguardo altero all’inizio del percorso e che accoglierà il visitatore all’inizio del percorso. L’itinerario espositivo apparirà ora come un gioco, ora come un rito iniziatico, ora come una via a tratti tortuosa e piena di insidie, come evocano le anime nude ritratte da Roberto Fontana o gli equilibri incerti affioranti come scogli dal mare di fragilità di Mimmo Papa: solo al termine del percorso le tenebre interiori si diraderanno, lo sguardo delle figure femminili di Daniela Balsamo e Fabrizia Conti sarà fermo e ritto verso la meta, sarà rivolto alla chiave della Verità, la chiave che aprirà la porta verso quella meta interiore e che conferirà senso a ogni umana azione terrena.”

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La mostra sarà visitabile fino al 4 novembre 2016, dal lunedì al venerdì, dalle 17 alle 20, a ingresso gratuito.

Per info inviare un’e-mail a panormitania@gmail.com o visitare la pagina Facebook dedicata alla Caccia ai Tesori (https://www.facebook.com/events/1826740497609588/).

“La tua presenza è come una città” poesia per raccontare.

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Incontro con Ruska Jorjoliani   autrice de “La tua presenza è come una città” edito da Corrimano Edizioni e con  la sorella Ketevan Jorjoliani illustratrice, di cui si inaugura la mostra pittorica. Domenica 2 Ottobre 2016 alle ore 18.00 presso il Margaret Cafè in Via Madonia 93 a Terrasini (PA) .Un’occasione  per conoscere la talentuosa autrice di un romanzo che sta ottenendo molta attenzione e riscontri positivi, finalista al Premio Hermann Geiger 2016, il suo romanzo è già stato recensito su giornali quali La Stampa e il Fatto Quotidiano. La mostra di Ketevan Jorjoliani potrà essere visitabile presso la sala espositiva del Margaret Cafè fino al 22 Ottobre, tutti i giorni dalle 9.00 alle 23.00. L’evento è promosso dall’ass.ne Asadin.

Sotto la mia recensione del libro “La tua presenza è come una città”, seguiranno le biografie dell’autrice e della pittrice.

Recensione:

“La tua presenza è come una città” è il romanzo di Ruska Jorjoliani, il cui titolo è il verso di una poesia di Boris Pasternak. Non è un caso che la scelta dell’autrice sia caduta proprio su una figura retorica contenuta in un verso poetico. Il romanzo è infatti, in tutta la sua tessitura, intriso di poesia. Metafore, similitudini, simbolismi, fluttuano in ogni capitolo rendendolo ogni volta come un piccolo scrigno capace di custodire, nascondere e svelare significati reconditi. L’autrice, che ha iniziato il suo percorso letterario nella poesia,  durante una delle presentazioni del suo libro, ha rivelato che questo suo primo romanzo nasce anche come “demistificazione della poesia, tramite l’uso della forma prosaica”, un modo questo che le ha dato la possibilità di non risparmiarsi, di ricercare, di sviluppare il suo perfezionismo, di agire come una scienziata che cataloga ed organizza ed in altri momenti come uno scultore che cesella ed incide la sua materia, rendendola ricca di microscopici e macroscopici dettagli e particolari. La prosa che ne risulta è ricca, lirica, colta, filosofica, complessa, intrigante, poetica. Uno dei protagonisti, Dimitri, nella sua ultima lettera ai genitori, inviata dal confino, scrive: “Forse ho riposto troppa fiducia nelle metafore. Soprattutto in quella dell’albero. E della Storia. Senza pensare che è forse ciò che si nasconde dietro la metafora a contare, più della metafora stessa…”. Dimitri ha molto creduto nelle metafore e sogna che suo figlio Kirill diventi un poeta, perché la poesia può essere un motivo valido per cui vivere, anche se a volte ci sono alcuni “che nascono quasi apposta per essere schiacciati dalle ruote del tempo, che invitano quasi la sorte a stritolarli nella sua morsa”. Questo desiderio di poesia sarà realizzato, in un modo o nell’altro. A compierlo sarà il “guardiano di libri”, Saša, che in un sogno premonitore o rivelatore vedrà un monaco che tiene in braccio un gatto dirgli: “sai anche resuscitare i morti? Sei solo un cane che bazzica i cimiteri e che ogni tanto dissotterra qualche osso”. Eppure sarà proprio “resuscitando i morti” che realizzerà il sogno dell’amico e dei di lui genitori.

Il romanzo è anche un romanzo filosofico, perché le vicende dei personaggi sono raccontate con “lo scopo di far cogliere qualcosa di universale”. Come scriveva Milan Kundera, autore amato dalla scrittrice georgiana: “Il romanzo è una meditazione sull’esistenza vista attraverso i personaggi immaginari”. Ci sono almeno due mondi a confronto in questa vicenda ed in ciò che le fa da sfondo, due modi di concepire il reale. Quello che vede l’esistenza e le scelte individuali come irrilevanti, che vede il soggetto come un elemento inconsistente all’interno del fluire della Storia, intesa in senso hegeliano come un movimento dialettico dentro l’Assoluto e nella Verità, in quello che potrebbe essere definito un ordine strutturale dentro il quale il soggetto nulla può. Le estreme conseguenze di questo pensiero hanno portato allo stalinismo con le sue aberrazioni, sistema nel quale i nostri protagonisti sono immersi con tutto quello che ne consegue. C’è poi un modo di concepire la realtà che mette al centro l’individuo con le sue scelte, l’esistenza umana dei singoli soggetti che fanno la Storia. Non è un caso forse che il libro di poesie di Kirill si intitolerà “Il caos genera l’essere individuale”, il caos è libertà che si contrappone a un ordine estraniante. Nel romanzo c’è chi sceglie e chi non sceglie, c’è chi accetta l’esistente e chi paga le conseguenze della propria diversità, chi subisce le conseguenze della scelta di voler andare controcorrente. Ma in questa storia tutti pagano per sempre le scelte ed anche le non scelte, forse non ci sono eroi e nemmeno traditori, “a ognuno il proprio ruolo, e nessuna colpa” come scrive Dimitri all’amico Viktor.

La storia, che attraversa più generazioni, ha come sfondo la Russia sovietica in cui, come in tutte le dittature, l’individuo è svilito, offuscato, annullato. Un “socialismo disumanizzante” che si allontana da quel Socialismo dal volto umano descritto e sperato da Dubcek ai tempi della Primavera di Praga. Viktor, uno dei protagonisti del romanzo, eroe-antieroe che si macchia della colpa di esser stato il delatore del suo migliore amico, sogna segretamente un “socialismo gentile” dove il “dolore non dovrebbe aver avuto un’infanzia”.

E’ questo un romanzo che parla di libertà e di dittatura, affronta un tema non semplice con poesia e anche con ironia. Parla di Cultura, di come questa sia in contrasto con il dispotismo dei regimi che come primo compito si pone quello di “sfrattare la cultura”, di imporre un pensiero unico, di creare, come la stessa Ruska Jorjoliani ha affermato, “uno slittamento semantico, di distorcere il significato delle parole, di creare sfiducia nel linguaggio”, incomprensioni, divisioni, odio. L’autrice esplicita questo attraverso una serie di bizzarri interrogatori, a volte surreali, quasi umoristici, ridicoli nella loro pericolosità. Può questo romanzo aprire una riflessione interessante sul modo, anche attuale, di comunicare, ci fa riflettere sul forviante e manipolatorio uso della comunicazione sia verbale che scritta che si espande anche attraverso i social, i mass media. Un uso a volte distorto delle parole e del linguaggio comune, con tutte le sue possibili conseguenze. La cultura è sostanziale per superare queste distorsioni di significato, può andare oltre le fazioni e gli odi, può unire piuttosto che dividere. Ruska Jorjoliani racconta quanto sia stato importante per lei, da georgiana, aver sentito un senso di appartenenza per i romanzi russi, perché il sapere ed anche il bello sono universali e non hanno confini, vanno anche oltre le guerre. Ricordando un episodio di infanzia, afferma quanto, anche nei momenti di estrema povertà, fosse importante per lei la lettura di un libro, nutrimento per l’anima, che sua mamma, anche a costo di sacrificare altro, non smetteva di comprare.

“La tua presenza è come una città” è un romanzo polifonico, corale, policentrico. Sono tante le voci che raccontano, tanti i protagonisti, quelli presenti e quelli assenti il cui fantasma, forse il simulacro, secondo la teoria di Dimitri, permane in tutto il racconto, come il suono cupo di una campana. Tutto l’intreccio si costruisce di casella in casella, come in un mosaico o un percorso misterioso che si va svelando a tappe, di capitolo in capitolo, in un reticolo che all’inizio appare complicato, ma improvvisamente si illumina rendendosi chiaro e limpido al lettore. Variano le voci narranti, ed anche le forme letterarie si alternano contribuendo alla costruzione della trama: lettere, lettere mai scritte ma ricevute, elenchi, interrogatori veri ed immaginari, dialoghi, favole (come quella “fiaba russa da raccontare ai figli durante una passeggiata all’orto Botanico”, che narra quasi in un racconto a sé la storia di un bellissimo amore nato nei boschi). E’ una sperimentazione quella che l’autrice mette in atto, che nasce dalla conoscenza di tanta letteratura di qualità, è chiaramente un romanzo per nulla improvvisato, chi l’ha scritto ha letto molto, ha meditato molto, cosa forse rara ai tempi di oggi.

La storia narrata è quella principalmente di due coppie di amici, i padri e i figli. Due amici, i padri che si conoscono da sempre, uno Dimitri professore di letteratura russa alle scuole medie di Miroslav, l’altro Viktor ingegnere, costruisce o piuttosto distrugge ponti, come il regime gli richiede. I due hanno visioni diverse della realtà in cui vivono, il socialismo reale. Al primo quella dimensione sta stretta, la soffre, lo soffoca fino a star male, teme una società fatta solo di Simulacri che sostituiscono le vere identità, vede costantemente la possibilità di arresti o omicidi di persone innocenti, “non ha mai creduto in nessuna rivoluzione”, come afferma il suo migliore amico durante un interrogatorio. L’altro, Viktor, accetta apparentemente quella realtà, crede nel regime e non vuole vederne i limiti. Tra i due gli scontri ideologici sono descritti in una surreale partita a scacchi, in cui nessuno vince. Alla fine, o meglio all’inizio di tutto il successivo dipanarsi della storia, Dimitri lancia fuori dalla finestra dell’aula dove insegna il ritratto di Lenin. L’amico lo denuncia, azione che segna tutto il resto della sua vita. Accoglie in casa, insieme alla propria moglie Alina e al proprio figlio Saša, la moglie Sošanna ed il figlio Kirill dell’amico.  Le due mogli creano tra loro uno stretto legame di sorellanza, i due ragazzi crescono come fratelli e Viktor diviene per Kirill il padre mancato, anche se Dimitri vivrà sempre in tutti loro. I figli rivivono la storia dei padri, le loro vicende quasi si offuscano e si mescolano fino a confondersi, scrive Saša in una lettera “a volte mi chiedo se sia così grave figurarsi che ogni tanto la sottile membrana che ci divide si spezzi e i confini tra me, te, Viktor, Dimitri e altri ancora diventino così sfocati da essere indistinguibili”.

Leggere questo romanzo è anche in parte leggere la storia della sua autrice. Non descrive la sua vita, che pure è interessante ed unica, ma il suo essere georgiana, l’essere nata quando ancora esisteva l’URSS, l’aver vissuto la guerra e la povertà, aver assistito allo sfacelo del proprio paese e di tutte le illusioni che si portava dietro, l’esser giunta in un paese straniero, l’Italia, accolta da una famiglia palermitana fin da bambina, tutto questo in qualche modo c’è nel romanzo, è una presenza da cui è difficile prescindere. L’autrice è presente anche nella scelta di scrivere in una lingua complessa, l’italiano, che non è la propria lingua d’origine, ma che in questo caso ha rappresentato un aiuto per guardare alle vicende del proprio paese, tramite una lente che la potesse distaccare facendole apparire il tutto con maggiore equilibrio e senza far prevalere il proprio intimo coinvolgimento.

Così il lettore si abbandona in una storia antica ma moderna, lontana ma vicina, particolare ma universale, che parla di accoglienza, di amicizia, di fragilità e miserie umane. Ogni simbolo è una voce che si aggiunge al coro: il cappotto di Viktor regalatogli da uno zio al ritorno dalla guerra che rimarrà una costante fino alla morte, “Morirà con addosso questo cappotto” pensa l’amico guardandolo andar via per l’ultima volta; l’albero, gli occhiali di Dimitri che passano al figlio, il cassetto, l’asino la cui colpa è l’aver ubbidito ad una giusta causa, la Campana rubata per impedire che la sua voce suoni in nome della guerra, gli scacchi, e poi le scarpe di camoscio blu nuove. Quest’ultimo triste e macabro particolare mi ha lasciato un amaro sorriso, non so se è una citazione voluta o se è solo un caso, ma quelle scarpe di camoscio blu che penzolano dal ramo di un albero insieme a un paracadutista dilettante, non potevano non ricordarmi quelle “Blue Suede Shoes” che a ritmo di rock and roll mi hanno rammentato l’importanza di guardare con ironia il fluire della vita, dall’inizio alla fine.

Evelin Costa

Ruska Jorjoliani è nata a Mestia (Georgia), nelle montagne del Caucaso, nel 1985, quando sul mappamondo esisteva ancora un enorme paese chiamato Unione sovietica. Nel 2007 si è trasferita a Palermo, dove due anni dopo ha vinto il suo primo premio letterario: “Mondello giovani Sms-poesia” (per i versi dedicati a Dino Campana), dove si è laureata in filosofia, e dove vive e studia tuttora.
Ketevan Jorjoliani è nata in Georgia nel 1991 e si è laureata nel 2013 all’Accademia di Belle Arti di Tbilisi, in Design della Moda. In quegli anni studia arte pittorica nell’atelier del pittore georgiano Gia Khutsishvili. Dal 2015 è iscritta al biennio di pittura all’Accademia di Belle arti di Palermo. Collabora con Corrimano Editore dal 2014.

 

 

 

L’incontenibile leggerezza di Enzo Sciavolino

Sabato 17 Settembre è stata inaugurata la mostra di Enzo Sciavolino presso la Galleria d’arte Studio 71 in Via Vincenzo Fuxa, 9 a Palermo.

invito

La mostra composta da 35 incisioni ed una scultura di bronzo è stata curata e presentata dal critico d’arte e scrittrice Vinny Scorsone. Il momento dell’inaugurazione, durante il quale oltre all’artista e alla curatrice sono intervenuti il gallerista Francesco Marcello Scorsone, Gonzalo Alvarez Garcia e Aldo Gerbino, è stato molto partecipato, come una festa che ha avvolto Sciavolino di calore, affetto, stima e amicizia.

Vinny Scorsone che ha presentato la mostra, nel suo testo introduttivo scrive: “Quello che Sciavolino compie con questa mostra è un viaggio all’interno del proprio percorso artistico segnando differenze e affinità tra ciò che è stato e ciò che è divenuto. Gli stessi temi, negli anni, hanno subìto una trasformazione. Se, difatti, in principio l’elevazione verso le sfere celesti era affrontata in maniera utopica e veniva frenata da una realtà soffocante e cupa, negli ultimi decenni, invece, essa è riuscita a distaccarsi dalle grettezze della vita quotidiana per tendere a qualcosa di più eterno e atemporale.”

Vinny Scorsone ci guida in un viaggio all’interno di un diario di più di cinquant’anni di attività, costituito dalle opere di Sciavolino, un percorso artistico i cui temi sono spesso ricorrenti, ma che si sono trasformati stilisticamente e contenutisticamente col passare degli anni. Cambiano i tratti e le linee, prima più aspre ed ora più morbide, anche i colori, più scuri nella prima produzione, adesso divengono vividi, aperti. Prevalgono gli azzurri. Ci racconta di come preponderante nella produzione artistica di Sciavolino sia il volo. L’angelo che nel passato era un Icaro cadente, nelle opere più recenti comincia a librarsi verso l’alto. Nel passato c’era l’utopia, nel presente la verve polemica che caratterizza le opere e la personalità di Sciavolino, rimane presente, ma si è attenuata ed è diventata più dolce. Il suo tratto, conclude Vinny Scorsone, ora è “più ricco di amore e desideroso di armonia. L’opera di Enzo Sciavolino è portatrice di armonia, che forse è l’unico modo, l’unico mezzo che abbiamo per salvare noi stessi e questo mondo che sta andando allo sfacelo”.

Interviene subito dopo Enzo Sciavolino riprendendo la frase di Dostoevskij: “la bellezza salverà il mondo”. Ci dice: “Ho molto meditato su questa frase, anche aiutato dalla inafferrabilità della verità poetica, frequentando poeti come Gonzalo Alvarez Garcia, come Aldo Gerbino, che sono qui e li ringrazio per la loro presenza, e scrittori come Tahar Ben Jelloun, che scrive anche poesie, come Vincenzo Consolo, Carlo Levi ed altri. Lungo il mio viaggio, che ormai dura nell’arte da quasi sessanta anni, ho incontrato, ho avuto la fortuna di cercarli e trovarli questi preziosi amici e compagni di viaggio verso la poesia, perché per me la poesia è la verità, è quell’arte inafferrabile, ma è anche presente, afferrabile. Questo non vuole essere un controsenso, è come la musica, non c’è cosa più astratta, più lontana della musica, però ti commuove, la senti dentro, e così è la poesia. Ogni artista penso, questo è il mio credo poetico, deve tendere alla verità, che è la poesia. Vi ringrazio e spero che apprezziate il mio lavoro che sia vademecum per fare altro più importante ancora.

Le opere di Sciavolino ci proiettano proprio in un mondo di poesia e verità. Soavi e delicate, sognanti e lievi, ma contemporaneamente vigorose e sincere, dal significativo impatto visivo, mostrano il mondo per quello che è, in tutta la sua crudezza, ma anche le sue speranze e possibilità trasformative e salvifiche. Seguendo il tracciato indicato da Vinny Scorsone, si scorge immediatamente la continuità e contemporanea discontinuità tra passato e presente in Sciavolino. Se nel passato a prevalere è la bicromia del bianco e nero, nel presente cambiano le atmosfere, i colori, i tratti.  Perché è la realtà che è mutata. Cambia l’uomo, cambia l’artista e cambia anche la sua opera. Le incisioni realizzate durante gli anni ’60 e gli anni ‘70 rappresentano uno sguardo lucido sulle asprezze del mondo. C’è la denuncia del malessere sociale, c’è la Torino industriale con tutte le sue contraddizioni. L’uomo macchina è rappresentato da una testa vuota sorretta da una morsa, svuotato di identità e strangolato da una garrota franchista che gli impone l’estrema sentenza di morte, erano anni in cui questo avveniva in una dittatura così poco distante dall’Italia.

E’ questo un tempo di grandi tormenti, di speranze generazionali e di classe. Guerre, totalitarismi, lotte armate. Ancora le classi sociali apparivano ben definite ed in evidente antinomia tra loro. Anni di grandi passioni, scontri, illusioni e disillusioni. L’utopia era rivoluzionaria, “solo il movimento poteva cambiare la storia”. Anche il Marxismo, ormai sclerotizzato e politicizzato, andava rivisto, messo in discussione, reinventato. Sciavolino non a caso, andando a Parigi, diventa amico del filosofo francese Althusser che voleva “liberare” Marx dalla polvere che la storia e l’ortodossia gli avevano depositato addosso, tra cui le incrostazioni malefiche dello stalinismo.

Sciavolino in tutte le sue opere rappresenta il volo, che però negli anni 70 è precipitazione, è un volo verso il baratro della condizione umana. C’è l’operaio che cade da un’impalcatura a rammentare quelle così dette “morti bianche”, simbolo del lavoro che aliena l’uomo trasformandolo in un numero, svilito e disumanizzato, un nome senza identità in un elenco, anche mortuario.

C’è la seduzione delle armi, rappresentata in una pistola posta su un vassoio, il simbolo negativo di una lotta fallace che ha usato gli stessi mezzi di ciò che voleva combattere. La speranza c’è, è nel bisogno di cambiamento, nell’amore paritario e condiviso, nell’ armonia tra i generi, nel bacio, nell’ulivo inciso che sembra tenuemente acquarellato e nella musica suonata da un violinista, poeta di un’arte che libera. C’è la ricerca dell’equilibrio, l’instabile binomio tra reale e utopia, la crisi dell’idealità. “Il giocatore di perle” fa pensare al romanzo filosofico fantasy di Herman Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”, in cui l’autore immaginava una futura società utopica costituita da intellettuali distanti dalla società del passato, decadente e oscura, dediti a un gioco “perfetto”. Il protagonista stanco di quel gioco e di un mondo ideale e che troppo si era astratto dalla realtà, ascolterà la vita che con la sua continua evoluzione, lo richiama a sé. Torna così libero tra gli uomini con tutti i rischi che questo comporta, anche la morte. Diceva Hesse “Non basta disprezzare la guerra, la tecnica, la febbre del denaro, il nazionalismo. Bisogna sostituire agli idoli del nostro tempo un credo”.

Una presenza costante nelle opere in mostra è la colomba della pace, il cui volo questa volta è ascesa. La concezione della vita di Sciavolino potrebbe essere racchiusa in una delle sue opere in cui è semplicemente delineato “l’uovo”, all’interno del quale si vedono due mani che lo rompono. La vita e la morte sono già in embrione prima ancora che la vita nasca. E’ la sintesi che contiene la sua affermazione, il suo sviluppo e la sua stessa negazione. Vita e morte in un unico nucleo, che è il fulcro dell’esistenza dove tutto è ciclico. Come lo è forse della vita, questo sembra anche il senso dell’arte: nel nucleo primordiale della materia sta già l’idea dell’opera che nascerà, e forse prima o poi muterà e deperirà, creando altro. Michelangelo diceva a tal proposito: “Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro basta soltanto spogliarla” ed anche: “Ho visto un angelo nel marmo ed ho scolpito fino a liberarlo”. Forse non è un caso che Sciavolino abbia usato quello stesso marmo bianco estratto dalle Cave Michelangelo di Carrara.

Nella produzione attuale si percepisce che il mondo è cambiato, anche se è sempre uguale, costanti rimangono guerre, mortificazioni, sofferenze, lotte e amore. L’artista sembra non smettere mai di domandarsi: “in che modo posso cambiare il mondo?”, “In che modo la bellezza può cambiare il mondo?”. E se per Dostoevskij la bellezza da inseguire era la compassione, “quella che ci porta all’amore condiviso con il dolore”, in Sciavolino la risposta è la poesia. L’utopia da lotta diventa sogno, si fa leggerezza, levità, cura alle ferite di una società sofferente. Armonia e ricerca di pace, anche interiore. E’ pace che trasmettono le opere attuali dell’artista di Valledolmo. Sono presenti tanti simboli positivi, l’uccellino, il cavalluccio marino, il melograno. C’è la neve e la luce, della ragione forse, entrambe portatrici di verità. La verità si confronta costantemente con le maschere imposte dalla società, in una pirandelliana ricerca della vera essenza dell’essere umano, sempre al centro della produzione di un artista interessato visceralmente alla “condizione umana”. Una maschera tridimensionale, che appare scolpita come fosse una di quelle che si adoperavano nel teatro antico è l’autoritratto dell’autore, intitolata per l’appunto “Is sum qui faciam”.

Anche l’amore in una delle incisioni si fa maschera, in un bacio, che nel suo intreccio ricrea un unico volto, ma è una maschera. L’amore salvifico si esprime nella madre che allatta, nel fiore donato, in un volo verso l’alto, nell’infanzia con il suo sguardo sognante che offre l’unica speranza alla pace, nel viaggio verso l’orizzonte, in un angelo umanizzato che non è più quell’Icaro cadente, ma che libero si abbraccia all’albero della vela di una fragile barchetta di carta ed è anche il putto di bronzo che si inerpica verso l’alto nella scultura intitolata “Incontenibile leggerezza”, la cui materia apparentemente pesante non è mai in contraddizione con il suo titolo.  L’angelo con le sue ali vola perché è forse nel sogno dell’idealità, che mai è metafisica, che si nutre la speranza di cambiamento per l’essere umano.

In un breve scambio subito dopo l’inaugurazione, domando all’artista come mai avesse scelto come simbolo proprio l’angelo, che è comunque una immagine religiosa, ma che in questo caso probabilmente nulla ha di religioso. Mi risponde che non c’è nessun legame con la religione: “Credo nell’uomo e nell’umanità, anche se a volte l’uomo può essere una bestia, un animale. Però nell’uomo c’è qualcosa che lo può migliorare, c’è sempre la speranza che cambi”. Gli domando se le maschere sono un richiamo a Pirandello, mi dice che ha molto studiato ed indagato Pirandello. A partire dall’immagine dell’operaio che precipita in basso da una impalcatura ed a quella che rappresenta i partigiani, gli chiedo se è vero che nelle opere del passato sia più presente l’utopia intesa come rivoluzione, mentre adesso c’è più l’utopia intesa come sogno. Risponde che quando ha cominciato a lavorare a Torino ha molto frequentato la classe operaia, quella che oggi non esiste più. Una classe operaia in quegli anni più cosciente, non c’era razzismo, mi dice, loro non erano razzisti verso gli emigranti, ad esempio i siciliani emigranti come lui. Questo non avveniva soltanto perché sentivano la vicinanza empatica con chi era segnato da un comune destino difficile, ma perché erano persone più consapevoli.

Rifletto quindi sul compito ed il contributo di un artista che cerca la verità, che alimenta la coscienza e il sogno di un mondo più a misura umana, che anche se a volte perde o vacilla, mantiene sempre quel soffio leggero, che è speranza e ricerca di verità, fiducia nell’umanità, nella bellezza e nell’arte, uniche risposte alla barbarie del presente, che hanno la potenzialità di creare armonia, di pacificare, come pacifica una musica che ti commuove o il verso di una poesia.

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La mostra sarà visitabile fino al 3 ottobre 2016 tutti i giorni, festivi esclusi, dalle ore 16.30 alle 19.30 galleria d’arte Studio 71 via Vincenzo Fuxa n. 9 – 90143 Palermo tel. 091 6372862.

Le foto dell’evento sono di Maria Pia Lo Verso, le foto delle incisioni sono tratte dal sito http://www.enzosciavolino.it

Il Cinema a Terrasini, serata finale della VII edizione del Corto Pepper Fest

Continua a crescere il Corto Pepper Fest di Terrasini (PA), giunto alla VII edizione.

Anche quest’anno un grande numero di cortometraggi iscritti, da cui sono stati selezionati i sette corti che parteciperanno alla Finale di Venerdì 16 Settembre 2016.

La serata, che sarà condotta da Giulia Monteleone, si svolgerà a Terrasini (PA), dalle ore 21.00, presso l’area pedonalizzata di fronte al ristorante messicano El Bocadito, in via Vittorio Emanuele Orlando 126.

Questi i sei cortometraggi finalisti, a cui si aggiungerà un cortometraggio realizzato dagli alunni della Scuola primaria IC Laura Lanza Baronessa di Carini, che sarà premiato fuori concorso:

“Tra le dita” di Cristina Ki Casini.

“Baida” di Gianluca Granocchia e Federico Ermini.

“Era Nico” di Mauro Messina e Giulio Corso.

“Domani smetto” di Monica Dugo e Marcello Di Noto.

“Mirror” di Daniele Barbiero.

“L’altro figlio” di Dario Lanfranca.

La serata si aprirà a partire dalle ore 21.00 con la proiezione di “Bellissima” di Alessandro Capitani, l’opera che ha vinto l’edizione 2015, ottenendo  sia il titolo di Miglior Corto grazie al voto della Giuria di qualità, che il premio del pubblico. Un corto che ha ricevuto successivamente il David di Donatello come Miglior Cortometraggio, il Giffoni Awards come miglior cortometraggio +18 ed altri riconoscimenti.

Saranno poi proiettati i cortometraggi finalisti  che verranno valutati, durante la stessa serata, dalla Giuria Artistica di qualità, costituita da personalità appartenenti al mondo del cinema, arte e giornalismo, che assegnerà il primo premio come Miglior Corto. Anche il pubblico decreterà il proprio vincitore.

Saranno presenti durante l’evento i registi, autori o attori protagonisti di ogni cortometraggio selezionato che ritireranno le targhe di partecipazione ed i premi.

Il Corto Pepper Fest è un concorso di cortometraggi ideato da Sergio Misuraca, curato e organizzato dall’Ass.ne culturale Sciò Produzioni, nato per sostenere e promuovere l’opera di sperimentazione e ricerca cinematografica di autori giovani e/o indipendenti.  Il Festival si è proposto in questi anni di incrementare lo sviluppo turistico, artistico e culturale del territorio intorno a Terrasini, che per le sue amenità e gli scenari naturali è stato scelto molte volte come set per cortometraggi e lungometraggi.

Durante la serata che avrà al centro il Cinema, l’Arte, la Sicilia e l’Incontro sarà presente un’esposizione di Arte del Riciclo e Spazio Relax a cura di Officina Rigenerazione. Partecipa all’evento anche l’associazione Asadin con una proiezione di foto intitolata “Sicilie-l’identità molteplice”.

L’ingresso è libero.

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Per chi viene a Terrasini in occasione del Corto Pepper Fest di Terrasini (PA) sono previste convenzioni e riduzioni su case vacanza, bed & breakfast, alberghi, ristoranti e servizi. Per info http://www.visitcinisiterrasini.it contattare  info@visitpalermo.it

Corto Pepper Fest  http://www.cortopepperfest.com   info@cortopepperfest.com